LAURA ROCCA.
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IL REGNO DELLA TERRA.
Serie: Le Cronistorie degli Elementi. 4. Il mondo che non vedi.
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2017.
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Parte 2.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Capitolo 11 La torre che punta verso il basso.
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Sabato 5 maggio.
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Stavano ripercorrendo la grotta sotterranea per la quale erano passati per andare dalla Divisione
al Castello. Finalmente Tamnais, a colazione, aveva comunicato loro che avrebbero visitato altri luoghi
all’interno delle protezioni verso Nord Ovest: Tùr Frith-Fhacal, Fuaran Aonaran e Còmhnard Uaine.
Il motivo per cui non avevano preso la via del bosco, scegliendo nuovamente la strada sotterranea, era
la struttura che avrebbero visitato. Tùr Frith-Fhacal, altrimenti nota come “la torre che punta verso il
basso”, era una struttura al contrario. Non svettava verso il cielo, ma si inabissava nelle profondità della
terra, proprio come una radice. Una volta finito alla torre, avrebbero completato la risalita e compiuto il
percorso all’aperto per recarsi negli altri due luoghi prestabiliti. Secondo le previsioni di Tamnais
avrebbero tardato e si erano quindi portati dietro un pranzo al sacco.
Kenina tenne la mente impegnata con i dettagli appresi durante la riunione per non farsi
esplodere il fegato. Sapeva che non avrebbe dovuto spiare Murch e Adraste, che la cosa l’avrebbe fatta
andare fuori di testa, c’era mancato poco che si palesasse e la prendesse a calci. L’unico motivo per cui
si era trattenuta era stato l’atteggiamento di Murch e francamente non se lo sarebbe aspettato. Il loro
rapporto era molto più evoluto a livello fisico, aveva pensato fosse perché la tessitrice sembrava la
classica ragazza che prima di concedere qualcosa voleva l’anello al dito. Le era preso un colpo quando
l’aveva vista saltare praticamente addosso al suo Murch. Si sgridò mentalmente: non era suo, almeno
non fin quando lui non glielo avesse confermato.
Non aveva udito cosa si fossero detti, non aveva potuto avvicinarsi così tanto, le foglie
scricchiolanti avrebbero potuto tradirla, un’esclamazione soffocata, un respiro, un movimento mal
fatto, qualsiasi cosa. Quella sì che sarebbe stata una pessima figura. Agli occhi di Murch avrebbe perso
diversi punti e a quelli di Adraste, be', non voleva nemmeno pensarci. La tessitrice si sarebbe sentita
infinitamente superiore, avrebbe creduto che lei la temesse e, anche se era così, anche se aveva una
paura dannata che Murch scegliesse l’altra, preferiva che Adraste continuasse a vederla come una
sciocca superficiale. Era molto meglio quando gli altri pensavano valesse poco, si mostravano per ciò
che erano veramente, la sottovalutavano e quello era tutt’altro che uno svantaggio.
Sapeva di non avere diritto di essere gelosa, vederli insieme le aveva fatto male, ma ne aveva
avuto bisogno. Doveva sapere come stessero andando le cose tra loro, era stufa di giocare al gatto con il
topo con Adraste. Le stava bene dimostrarsi malleabile con lui, gliene aveva anche chiarito i motivi, ma
non desiderava provocare Adraste più del dovuto. Subito dopo l’approccio fisico della tessitrice andato
in malora, Murchadh se n’era andato e le era sembrato parecchio nervoso. Temendo che l’andasse a
cercare si era affrettata a materializzarsi sul balcone della sua stanza e si era messa a letto. Aveva
sentito i passi nella torre silenziosa, ma non era andato da lei. Un po’ ci aveva sperato. La sua sciocca
parte romantica aveva creduto che lui, deluso da quello che aveva provato accanto ad Adraste, andasse
da lei e le dicesse che era ciò che voleva.
Si riscosse dai suoi pensieri quando giunsero alla svolta, se avessero proseguito dritti sarebbero
tornati alla Divisione. Osservò Celine in testa con Tamnais e fu felice di notare che, quel mattino,
sembrava stare bene davvero; sperò che il suo potere smettesse di darle problemi perché mal tollerava il
modo di fare del Re quando era da solo. Se la situazione fosse andata avanti a lungo avrebbe rischiato
di aprire la bocca su argomenti sui quali sarebbe stato meglio tacere: suo padre e soprattutto sua madre,
le dicevano sempre quanto fosse inopportuna.
Murch sembrava pensieroso, mentre Adraste le appariva quasi come un cane bastonato. La cosa
le fece piacere, soprattutto perché non era stata provocata da lei. Non le piaceva architettare cattiverie,
ma sperava la rivale fallisse miseramente, non sarebbe stato umano il contrario.
Celine, al fianco di Tamnais, fingeva di essere contenta e piena di entusiasmo per la nuova
missione, ma così non era. La scintilla di complicità che aveva nuovamente instaurato con Buonia era
stata cancellata: si era resa conto di aver parlato troppo ed era stata costretta a rendere insignificante il
suo gesto per Aidan, addirittura a mentirle in merito alle sue speranze di una possibile storia tra lui e
Bethia.
Inoltre il discorso sul potere fatto dagli Spiriti a Tamnais non reggeva e non comprendeva a che
gioco stessero giocando. L’unico motivo per cui non era più stata male usando il potere era Aidan. Si
chiedeva se non fosse la punizione per le menzogne che aveva detto a tutti in precedenza e quelle che,
suo malgrado, stava continuando a ripetere. Forse gli Spiriti stavano facendo in modo che la
condivisione del potere con Tamnais non funzionasse per metterla in una posizione difficile.
A peggiorare la situazione c’era la promessa che aveva fatto a Stew. Sapeva bene cosa voleva ?
che Aidan non fosse più costretto a stare con Bethia ? ma non riusciva a pensare solo a se stessa.
Andando oltre i suoi desideri personali, la ragazza le faceva una gran pena, come anche il
Sovrintendente. Vedere gli occhi disperati di quel padre l’aveva messa nella condizione di non poter
dire no alla sua richiesta; probabilmente quando se ne fossero andati Bethia sarebbe ripiombata nel
torpore, ne era addolorata, ma non sapeva come porvi rimedio
Quel mattino aveva già pagato le conseguenze della sua scelta. Aidan non era potuto andare alla
Torre con loro, era dovuto restare a palazzo a disposizione della principessa che desiderava trascorrere
la giornata al Giardino insieme a lui. La pena che provava per lei era smorzata dalla gelosia. Sapeva
bene che non sarebbe accaduto niente tra loro, come invece succedeva tra lei e Tamnais; sarebbe
dovuta essere l’ultima persona ad aprir bocca, eppure le faceva male, così male che le sembrava le
mancasse l’aria a volte. Bethia si era fatta trovare all’alba nella sala in cui si radunavano per colazione.
Si era subito appiccicata ad Aidan senza lasciarlo un istante. Mentre mangiavano aveva espresso ad alta
voce il desiderio di trascorrere la giornata con lui e Tamnais, ovviamente, aveva subito accettato.
A lei sembrava quasi di non avere né interessi né scopo quel giorno, oltre alla possibilità di
poter parlare con gli Spiriti. Sapeva che non avrebbero potuto darle dei chiarimenti davanti a Tamnais,
non in modo diretto, ma sperava che nel loro solito comportamento sibillino le dicessero qualcosa,
qualsiasi cosa. Doveva sapere perché le avevano giocato un tiro del genere, o sarebbe impazzita. Non
sopportava tutto quel fingere, né le piaceva il pensiero di quanto avrebbe ferito Tamnais di lì a poco.
Sperava gli Spiriti avessero imparato a conoscerla e sapessero che lei non avrebbe piegato la testa per
sempre, mai e poi mai.
Quando, dopo un paio d’ore di cavalcata nel buio, giunsero finalmente alla meta, Celine ripensò
alle letture e ai disegni di quel luogo che aveva visto nei libri. Era come se lo immaginava. Con la
mente ancora abituata a pensare da umana lo avrebbe definito un pozzo più che una torre rovesciata.
Però, nel Regno di Talamh, c’era la credenza che fosse una torre proprio perché, per loro, puntava
verso le profondità della terra. Era considerata come una radice nel terreno, un omaggio allo Spirito, un
monumento alla parte del Regno nella quale si era lasciata assorbire Talamh. La torre rappresentava
anche un viaggio interiore: in discesa simboleggiava la volontà di raggiungere Talamh per ottenere
risposte, in salita un evolversi dalle tenebre alla luce, dopo aver ottenuto la soluzione ai propri dilemmi.
Fungeva anche da luogo per cerimonie di passaggio del potere, proprio come la torre nel Regno
dell’Aria.
Tùr Frith-Fhacal sprofondava nel terreno per oltre novanta metri, la via che avevano scelto li
aveva fatti arrivare a metà percorso. Lì non esisteva la strana forma di trasporto che c’era nel Regno
dell’Aria, però: essendo la sua discesa e risalita considerata un viaggio iniziatico era da compiere senza
scorciatoie. La grotta era stata inventata in seguito per manutenzioni della struttura e per facilitare la
vita ai più anziani, ma fare di più non si poteva, avrebbe significato offendere Talamh. L’accesso al
fondo della torre era garantito da due rampe elicoidali distinte, il percorso era studiato apposta perché
chi discendeva non si incontrasse con chi risaliva, e viceversa. Doveva essere un viaggio meditativo
senza alcuna distrazione. Su tutta la murata interna si aprivano innumerevoli finestroni che
consentivano alla luce che arrivava dalla cima di riversarsi tra le rampe rimbalzando fino in fondo. I
muri interni erano decorati da motivi di foglie e fiori alternati al simbolo della terra, che riluceva
opalescente mandando bagliori verdi e marroncini.
Quando giunsero sul fondo, innanzi all’altare eretto in onore di Talamh, Celine sollevò lo
sguardo verso l’alto. La cima della torre, o meglio la base, era un buco rivolto al cielo. Da lì sotto, il
lontano spazio celeste le sembrava quasi un occhio che li osservava, e forse era proprio così.
«Sei pronta?», chiese Tamnais al suo fianco.
«Certo», rispose lei, rivolgendogli un sorriso.
Lui le porse la mano e insieme si inginocchiarono a piedi dell’altare. Celine chiuse gli occhi,
come aveva fatto molte altre volte in passato, si lasciò alle spalle realtà e aspettative e iniziò a vagare
con la mente, a cercare la presenza degli Spiriti. Intravide una scintilla di luce e una sagoma, poteva
essere Talamh, poi qualcosa andò storto. Si sentì come respinta, come se la mancasse il terreno sotto i
piedi, come se qualcosa dentro la consumasse rapidamente. Ebbe quella sensazione di disgregazione
che aveva avvertito la prima volta che aveva curato un corrotto e se ne sentì smarrita.
Tentò in tutti i modi di tornare a galla, di raggiungere lo Spirito, doveva parlarle, ne aveva
bisogno, ma la sua coscienza si perse insieme al resto.
Mavi, sconcertata, osservò la scena del giorno precedente ripetersi. Vide Celine cadere
all’indietro esanime, l’unica differenza fu che non c’era Aidan pronto a prenderla tra le braccia.
Tamnais reagì, ma con molto ritardo e Celine perse i sensi battendo la testa conto il pavimento di pietra
del fondo della torre. A lui non rimase che precipitarsi al suo fianco e prenderla tra le braccia, non era
stato veloce nemmeno la metà di suo fratello.
Celine aveva un colorito spettrale, era così pallida da sembrare trasparente. Buonia e Bhirginia
si precipitarono immediatamente.
«Potete lasciarle la mano e scostarvi? Abbiamo bisogno di spazio», domandò Buonia a
Tamnais.
Lui, terreo in volto, non disse nulla ma fece quanto gli era stato richiesto, fissando Celine con
espressione tesa e preoccupata.
«Le pulsazioni sono così flebili che faccio fatica a sentirle», urlò Bhirginia spaventata.
Buonia estrasse di corsa qualcosa dalla borsa, probabilmente il suo famoso tonico. Tirando su
Celine, glielo rovesciò in gola. Gli attimi parvero prolungarsi e diventare eterni, Buonia teneva il tempo
osservando un piccolo orologio che aveva tirato fuori da una tasca.
«Posso fare qualcosa?», si avvicinò Adraste.
«No, cara, ci pensiamo noi», la rimandò indietro Bhirginia.
Buonia era talmente presa da ciò che stava facendo che probabilmente non aveva neppure udito
la cugina.
Onestamente Mavi non vedeva come potesse essere di aiuto, non comprendeva neppure perché
si fosse proposta, ma non tardò a rispondersi. Voleva fare colpo su Murch, mettendosi in mostra in tutti
i modi. Le sembrava strano rispetto all’idea che si era fatta di lei e si disse che se la tessitrice non
avesse cambiato registro presto lui si sarebbe stufato. Conosceva bene Murch, tra loro non c’era mai
stata più che affettuosa amicizia, ma sapeva che non apprezzava particolarmente certi comportamenti.
«Controlla ora, sono passati due minuti», ordinò Buonia.
Bhirginia riprese il polso di Celine.
«Sembra andare meglio, ma è ancora molto flebile, troppo oserei dire. Non si riprenderà
velocemente come ieri», osservò.
«Che cosa sta succedendo? È perché ha battuto la testa?», domandò Tamnais preoccupato.
«Fortunatamente era già in ginocchio, le verrà un bernoccolo, ma non ci sono ferite», rispose
Buonia, sollevando lo sguardo verso di lui, «il problema peggiore è che è stremata, erano mesi che non
la vedevo così consumata dal potere, per così poco poi».
Mavi pensò che valeva lo stesso per lei e che le sembrava assurdo che proprio ora che c’era il
Prescelto ad aiutarla lei stesse così. Sperava gli Spiriti suggerissero a Tamnais una spiegazione più
convincente che l’abuso del potere.
Un pensiero la fulminò.
“E se lei non lo amasse? Se l’energia tra loro non fluisse per quello?”.
Scacciò immediatamente quella sciocchezza per tornare a concentrarsi sui fatti. Finalmente
intervenne Erskine.
«Pensi che si riprenderà o dobbiamo tornare indietro?», domandò rivolto a Buonia.
«Non possiamo trascinarla in giro per tutto il giorno in questo stato, non rinverrà molto presto.
Dobbiamo riportarla al Castello e metterla a letto», replicò Buonia.
«Faremo così», intervenne Tamnais rivolto al maestro, «Buonia e Caswyn torneranno al
Castello con Celine, noi proseguiremo. Le cose qui sono già in condizioni disastrose, non possiamo
procrastinare più del dovuto. Come Celine si è impegnata sacrificandosi nei precedenti viaggi, farò lo
stesso io. Non possiamo ritardare né indugiare. Il nemico sta continuando a mietere vittime nelle zone
sotto attacco e le protezioni si restringono sempre di più».
«Ma potrebbe essere pericoloso anche per voi agire da solo», obiettò Erskine.
«Non intendo fare nulla di azzardato. Non affronteremo battaglie oggi, né metterò mano a un
potere forte come quello che ha usato Celine, visto che il mio nemmeno so quale sia. Parlerò solo con
gli Spiriti, se me ne concederanno la grazia», chiarì Tamnais.
«D’accordo», acconsentì Erskine.
“Uomini…”, sbuffò Mavi mentalmente.
Se c’era una cosa che le dava fastidio di Tamnais era vedere quanto Erskine fosse
accondiscendente con lui rispetto a quanto non lo fosse stato con Celine. Sembrava quasi che lui,
poiché era un uomo, fosse considerato più forte e capace.
In breve Caswyn caricò Celine sul cavallo, poi unitamente a Buonia se ne andarono. Tamnais
riprese da dove si era interrotto e riferì a loro un altro messaggio da parte di Talamh.
«Lo Spirito della Terra ci ringrazia per averle reso omaggio in questo luogo così importante. Ho
potuto ammirare lo splendore delle ere passate, quando ancora eravamo tanti e prosperavamo contro i
nemici e i nostri Regni erano forti e inattaccabili. Ciò che vogliono gli Spiriti, l’impegno che
pretendono da noi, è che riportiamo tutto allo splendore del passato. Per loro è la cosa più importante»,
spiegò.
«Ma Celine?», domandò Kenina dando voce ai pensieri di tutti.
«Celine deve riposarsi, per questo sono giunto io. Così mi ha rivelato. Non succede mai nulla
per caso, ciò che lei ora è inabile a fare va portato avanti da me», rispose lui.
«Si è fatto tardi, vogliamo pranzare prima di risalire e proseguire?», domandò Erskine.
«Mi sembra un’ottima idea», acconsentì Tamnais.
Mavi si affiancò a Lonn, il ragazzo sembrava spaesato senza Caswyn.
«Tutto bene?», gli chiese.
«Certo, più che altro senza fare nulla mi sento inutile», rispose lui.
«Che cosa intendi?», indagò Mavi.
«Il primo giorno ho settato i sistemi di controllo all’interno del Regno. Quando voi siete stati
condotti alle vostre stanze sono stato accompagnato a svolgere il mio lavoro, almeno sarà possibile
controllare dove si spostano i nemici e saremo preparati quando andremo in zone poco sicure. Adesso
però mi sembra solo di venire a fare delle passeggiate, mi sento poco partecipe», sussurrò lui nel timore
che Tamnais lo sentisse.
Mavi ritenne di aver avuto le stesse impressioni. Celine era coinvolgente e, anche se il peso
delle decisioni era solo suo e aveva un potere molto più potente del loro, era in grado di fare sentire
tutti partecipi. Le missioni con Tamnais, invece, davano sempre l’idea di essere un pomposo corteo al
suo seguito. Per la seconda volta in quel giorno si domandò se lei fosse davvero felice. Non la riusciva
proprio a inquadrare accanto a un tipo come lui, ma era risaputo che la Profezia agiva in un modo
totalmente differente. L’amore dei Prescelti era qualcosa di assoluto, non nasceva come quello tra le
persone normali, era quasi un dovere, era più forte di qualsiasi cosa, persino dei desideri personali. Se
così non fosse stato, Celine avrebbe continuato ad amare Aidan.
Si rimisero in marcia, finalmente all’aperto: non ne poteva più di girare per tunnel sotterranei.
Tamnais aveva deciso che si sarebbero prima recati alla sorgente Fuaran Aonaran, e sulla strada del
ritorno avrebbero sostato alla pianura Còmhnard Uaine. La meraviglia del bosco la incantò
immediatamente: i tronchi secolari dividevano in quella macchia intricata sentieri naturali, veniva quasi
spontaneo girare da una parte piuttosto che da un’altra, sembrava indicassero la via.
Avvicinandosi a destinazione, si iniziarono a intravedere le montagne con le cime innevate e,
quando la via iniziò a risalire, la temperatura scese. Lì il tappeto multicolore delle foglie era sul terreno,
gli alberi le avevano perse tutte, a parte i sempreverdi che svettavano solitari. La sorgente tagliava in
due la montagna, sembrava spuntare all’improvviso dalla roccia, proprio come se in quel punto la
solida pietra lacrimasse. Era stranissimo credere che da quella piccola fenditura prendesse vita il corso
d’acqua che attraversava tutta la terra di Talamh. Il vento si era alzato impetuoso, scuoteva le cime
spoglie degli alberi, producendo un fischio acuto che si riverberava contro la parte della montagna; il
freddo era pungente, sembrava che lì vi fossero dieci gradi in meno. L’odore dell’aria rassomigliava a
quello della neve che sempre si sentiva a Gallaibh poco prima che iniziasse a fioccare.
Ritrovarsi quasi sulla cima di una montagna le rammentò la sacralità del posto, la sua vicinanza
ai cieli unitamente all’ascensione spirituale, la manifestazione di immobilità e immutabilità, tipica della
vetta, che avrebbe dovuto essere foriera di calma e contemplazione. Mavi, in quel momento, si sentì
tutt’altro che calma e contemplativa, aveva una gran voglia di ricevere risposte a tutte le domande che
le affollavano la mente. Fosse stata una dei Prescelti, sarebbero stati di certo spacciati con tutta quella
meditazione e quel raccoglimento. Forse aveva ragione Aidan quando la prendeva in giro per il suo
brutto carattere.
Tamnais si raccolse per contattare gli Spiriti e loro rimasero in silenzio ad attenderlo, quando si
rivolse a loro una strana espressione sul volto li mise in allarme. Lui li tranquillizzò, spiegando che si
trattava di stanchezza e che preferiva chiarire ciò che c’era da dire al rientro. Aveva realizzato che era
pomeriggio inoltrato, voleva fermarsi alla pianura e tornare da Celine. Ovviamente nessuno obbiettò.
Il gruppo prese a ridiscendere in direzione di Còmhnard Uaine e Mavi, rispetto alle descrizioni
che derivavano dalla riunione con Morwenna, ne fu un po’ delusa. La Pianura era un grande spazio
erboso che si estendeva ai piedi del monte, era delimitata dal bosco e da un lato dal fiume, ma finiva lì.
Si trattava solo di un grande manto di erba ingiallita. Morwenna aveva narrato loro che, quando le cose
nel Regno prosperavano, era usata come sala da ballo a cielo aperto. Le feste più importanti si tenevano
lì, come anche i matrimoni del Regno, a simboleggiare l’unione del popolo con la Terra e la natura.
Mavi aveva immaginato il luogo con altri occhi, quasi come un posto magico, ma in quel
momento di quella magia sembrava non restare traccia.
«Il posto perfetto», la soprese la voce di Tamnais.
Lo fissò incuriosita.
«Non c’è niente di particolare, non una statua, un fiore o un ornamento, solo un prato e la
spoglia Terra. Sento che questo posto mi rivelerà molto», disse, preparandosi a meditare.
Mavi pensò che forse Tamnais aveva ragione, in fondo la valle era considerata da tutti come il
ricettacolo di forze ancestrali: una piana erbosa che rimandava all’utero della Terra, considerata
fortemente sacra, luogo di fecondità e trasformazione. Il posto avrebbe sempre potuto assumere un altro
aspetto, la vita sarebbe potuta fiorire impetuosa, mutare.
Quali che fossero le risposte ottenute da Tamnais, quando tornò tra loro non li mise al corrente
di nulla. Ripresero immediatamente la strada verso il Castello, assecondando il suo volere.
Aidan percepì chiaramente il calare della luce, era pomeriggio inoltrato e aveva trascorso tutta
la giornata con Bethia. Non riusciva nemmeno più ad arrabbiarsi dal dispiacere che provava. Ogni
discorso che faceva con lei gli sembrava senza senso, come ogni gesto lo faceva sentire quasi
colpevole. Lei gli sembrava persa, completamente in balia di quello che le suggeriva la mente,
totalmente indifesa, e gli faceva una gran pena. Tutte le volte che era cortese, però, notava la scintilla di
gioia nel suo sguardo e, consapevole di cosa significasse per lei, se ne faceva una croce. Gli sembrava
di illuderla, anche se sapeva che non era così. Non aveva bisogno di dirle nulla, lei faceva tutto da sola.
«Rientriamo?», le chiese, speranzoso di prendersi una piccola pausa dalle emozioni
contrastanti che gli procurava doversi prendersi cura della ragazza.
«Ti sei già stufato di stare con me?», chiese lei con espressione afflitta.
«Certo che no. Semplicemente sta scendendo la sera, penso che in breve sarà ora di cena.
Immaginavo volessi cambiarti», abbozzò come scusante.
«Trovi che il vestito non mi doni?», si preoccupò immediatamente lei.
Dirle di no sarebbe stato mentirle, Bethia era davvero incantevole, non aveva imperfezioni,
sembrava quasi finta, sarebbe risultata leggiadra anche con un sacco per le patate. I suoi sentimenti
erano altrove, ma gli occhi gli funzionavano. Temeva ogni parola, anche una semplice frase di cortesia
agli occhi di lei assumeva un significato particolare.
«Assolutamente no, Bethia, non stavo pensando a niente del genere», rispose cercando di
restare vago.
«Questo era il tuo preferito, dicevi sempre che era un colore che amavi molto, che lo associavi a
qualcosa di bello. L’ho scelto per tal motivo oggi, speravo ti ricordassi che lo avevo indosso la prima
volta che mi hai baciato. Dicesti che ero così bella da non aver saputo resistere», narrò lei,
appoggiandogli la testa sulla spalla.
Per poco non gli andò l’aria di traverso. A volte quella ragazza diceva delle cose che gli
facevano dubitare della sua stessa sanità mentale, era arrivato persino a chiedersi se in passato non
fosse stato davvero lì e lo avesse rimosso, se fosse realmente colpevole di averla ridotta in quello stato.
Il motivo per cui era così turbato era che il colore dell’abito di Bethia era proprio quello che amava di
più: verde smeraldo. Lo stesso colore che adorava indossato da Celine.
«Ti è tornato in mente qualcosa?», indagò lei.
«No, Bethia, mi dispiace molto, ti chiedo di perdonarmi», rispose a corto di altre parole.
«Non hai nulla da farti perdonare, me lo avevi detto, te l’ho già spiegato. Io ho accettato e va
bene così. Vedrai che poco per volta ricorderai, non puoi dimenticare un amore come il nostro», lo
scusò lei, guardandolo quasi supplichevole.
«Deve essere stato difficile crescere come figlia unica dei Sovrintendenti, posso solo
immaginare le aspettative di tuo padre, anche nei confronti di chi un giorno avrebbe potuto stare al tuo
fianco», osservò. Gli era necessario tornare con i piedi per terra e cercare di accompagnarla,
prendendola alla lontana, verso la loro teoria.
«Certo, per mio padre io sono sempre stata troppo bella e nobile per chiunque. Da piccola mi
presi una cotta per il figlio di uno dei nostri servitori, ci giocavo sempre insieme. Quando mio padre lo
scoprì, si arrabbiò molto. Crescendo le cose sono peggiorate, stava bene attento che non legassi troppo
con nessuno dei laoich che giravano per il Regno e le Divisioni, diceva che io avrei fatto un buon
matrimonio con qualcuno di Gallaibh. Per questo, quando ci siamo conosciuti, siamo stati molto attenti
ma è stato impossibile stare lontani. Quanto vorrei che ricordassi, mi manca così tanto baciarti»,
raccontò Bethia, fissandogli le labbra e aggrappandosi a lui.
Aidan pensò che non andava bene per niente, doveva assolutamente allontanarsi da lei per
qualche ora. Voleva solo scoprire qualcosa in più e invece si era messo in una situazione a dir poco
imbarazzante.
«Non mi trovi più bella?», lo incalzò lei.
Quegli occhi infelici lo trafissero facendolo stare male, ci lesse la stessa disperazione che
vedeva nei suoi quando si guardava allo specchio e pensava a Celine e Tamnais insieme.
«No, è che fino a quando non mi sarà chiara la situazione non me la sento, Bethia, mi
sembrerebbe di prenderti in giro e mentirti», rispose per non offenderla.
Bethia si strinse a lui, gli posò il capo sul petto e la vide compiere lo stesso gesto che faceva
Celine, sembrava stesse inspirando. La cosa lo spinse a scrollarsela di dosso immediatamente, quelle
strane analogie gli procuravano un disagio molto forte.
«Che buon profumo che hai, è cambiato qualcosa rispetto al passato, lo sento diverso, ma mi
piace lo stesso», disse Bethia.
La cosa lo rincuorò, sperò che finalmente stesse iniziando a capire.
«Scusatemi, sono rientrati tutti dalla spedizione e ho ritenuto opportuno venirvi ad avvisare,
entro breve ceneremo», li interruppe una cameriera.
«Grazie, veniamo subito», rispose Bethia.
Finalmente tornarono verso il Castello e lui rimase da solo. Dopo quella giornata assurda la
testa gli ronzava incessantemente, ma si riprese immediatamente notando l’espressione di Mavi che lo
aspettava sulla porta della sua stanza.
«È successo qualcosa?», domandò allarmato.
«Visto che sei stato tutto il giorno qui presumevo lo sapessi, anzi speravo che mi dicessi come
sta», replicò la sorella.
«Come sta chi?», domandò sempre più agitato.
«Celine. Caswyn e Buonia l’hanno riportata al Castello, devono essere arrivati poco dopo l’ora
di pranzo. È svenuta di nuovo e Tamnais non se n’è nemmeno accorto…», spiegò Mavi.
Aidan imprecò tra sé. Era stata tutto il giorno lì, senza Tamnais tra i piedi, e nemmeno se n’era
reso conto. Dopo pranzo Bethia aveva voluto uscire di nuovo e lui era stato obbligato a seguirla.
«Vado a vedere», si voltò per lanciarsi su per la scala.
Mavi lo afferrò per un braccio bloccandolo.
«Vedi di non fare cretinate, già l’altro giorno ti sei esposto troppo», lo rimproverò.
«Non preoccuparti, me ne sono reso conto. Starò attento», cercò di tranquillizzarla.
Rapido risalì la torre, sapeva che Celine si trovava all’ultimo piano, ancora una rampa e
l’avrebbe vista. La preoccupazione lo divorava. Per poco non fece volare a gambe all’aria Bhirginia
che stava scendendo.
«Dove vai così di corsa?», lo apostrofò lei.
La sua espressione fu eloquente.
«Non puoi. C’è Tamnais con lei. Non penso apprezzerebbe vederti entrare lì dentro come una
furia, né tantomeno che un guerriero corra a informarsi. Torna di sotto, vedrò di farti sapere quando
sarà sola. Sei sicuro di far bene?», gli impedì di fare una stupidaggine Bhirginia.
Era ovvio che Tamnais fosse con lei visto che erano rientrati tutti, si diede dello sciocco da solo
per non averci pensato.
«Devo vederla, solo per sapere che sta bene, ma forse hai ragione tu», rispose poi.
Loro non sapevano che Celine sarebbe stata felice di trovarselo in camera, doveva stare attento
a ciò che diceva.
«Ascolta, facciamo così. Se quando rimarrà sola sarà ancora incosciente troverò il modo di
avvisarti. Così potrai vederla senza che lei se ne renda conto. Nessuno troverà niente di strano»,
propose Bhirginia.
«Mi sembra la soluzione migliore», acconsentì.
Scese fino al salone dove sarebbe stata servita la cena con lei e si preparò ad affrontare
nuovamente Bethia, sapeva che di lì a breve la ragazza lo avrebbe raggiunto.
Di lì a poco, infatti, se la ritrovò accanto. Gli sembrò stranamente silenziosa, ma non diede peso
alla cosa, anzi gli fu comodo per tenere d’occhio Bhirginia. La moglie del suo amico in breve se ne
andò, come fecero alla spicciolata tutti quanti. Rimasero solo lui e Bethia, Aidan non voleva spostarsi,
immaginava che Bhirginia sarebbe andata a cercarlo lì, ma Bethia era di un’altra idea.
«Ti ricordi che la torre con la mia stanza è al centro del castello?», domandò.
«Certo», replicò lui, senza capire dove volesse andare a parare.
«C’è la vista più bella del Regno. Potresti accompagnarmi e rimanere un po’ lì con me»,
palesò la sua idea.
Aidan fu colto in contropiede, non sapeva come rifiutare e non voleva assolutamente
acconsentire. Se il padre di lei avesse saputo una cosa del genere sarebbe stato capace di organizzare il
matrimonio per il giorno seguente.
«Scusate se vi interrompo», lo salvò la voce di Aengus.
Era la seconda volta in quella giornata che veniva risparmiato da un’interruzione.
«Perdonate, Bethia, ho bisogno di parlare da solo con Aidan per delle cose inerenti alla nostra
missione. Non vi avrei disturbati, ma è davvero urgente», disse ossequioso.
«Ma certo, capisco. Un’altra volta mi accompagnerai?», domandò rivolta a lui.
«Ne riparleremo, Bethia. Vai a riposare adesso, domani mattina sarò ancora qui», rispose lui.
Non voleva prometterle niente.
«Accompagnarla dove?», domandò Aengus quando furono soli.
«Voleva che la accompagnassi in camera sua per ammirare il panorama», replicò lui
prendendosi la testa tra le mani, «la situazione peggiora di minuto in minuto».
«Mi auguro che tu non volessi esaudirla», osservò il suo amico.
«Assolutamente no. Ti immagini se lo sapesse il Sovrintendente. Buonia mi ha detto che
sperava mi innamorassi di lei, risolvendo il problema della mia partenza. Riesci a crederci? Se sapesse
una cosa del genere, come minimo domani organizzerebbe un matrimonio. Oppure scatenerebbe
qualche casino diplomatico per obbligarmi a restare», rispose seccato.
«Mi pare un padre preoccupato per la figlia, ma voglio sperare non arriverebbe a tanto»,
osservò Aengus.
«La disperazione ci porta a fare cose assurde», gli fece notare.
«Già, e sono qui proprio per questo», inarcò un sopracciglio Aengus.
Aidan lo fissò in attesa che proseguisse.
«Celine è da sola, è ancora incosciente, mi ha avvisato Bhirginia e mi ha detto che ti aveva
promesso di informarti. Ha lasciato la porta aperta. Prima che tu vada, però, devo chiedertelo: sei
sicuro?», chiarì l’amico.
«Certo che lo sono», rispose lui, alzandosi in piedi.
«Aidan, se lei si svegliasse e ti trovasse lì non la prenderebbe bene come in passato», obiettò
giustamente l’amico.
«È un rischio che devo correre, tutt’al più le farò le mie scuse e le dirò che ero preoccupato.
Non lo dirà a Tamnais», rispose lui.
«Va bene. Per favore, però, non fare rumore; Tamnais è in riunione con Erskine e il Consiglio,
ma non si può sapere quando tornerà in camera. Chiudi a chiave la porta e, quando te ne andrai
smaterializzati dal terrazzo. Fai in modo di non rischiare che ti veda nessuno. Non è più come in
passato, ora rischi grosso. Ci sarebbero troppe domande alle quali rispondere, rovineresti anche lei», gli
fece notare l’amico.
«Ma certo, lo sai che la sua incolumità per me viene prima di tutto», lo rassicurò lui.
Si sarebbe messo a correre come mai aveva fatto in vita sua, ma si contenne; salì gli scalini
trattenendo il respiro e, davanti alla sua porta, indugiò a lungo per essere certo di essere da solo. Poi
l’aprì lentamente pregando che non producesse nessun cigolio. La richiuse con due giri di chiave,
proprio come aveva promesso ad Aengus, e si avvicinò al letto.
Lei stava male, troppo male perché fosse semplice stanchezza, gli bastò uno sguardo per
capirlo. Si era ripromesso che, fin quando la questione Tamnais non fosse chiarita, non ci sarebbe stato
nulla tra loro e a quello si sarebbe attenuto, ma quel malessere lui poteva provare a curarlo.
Delicatamente strinse la mano di Celine tra le sue, spaventato che quel potere fosse ormai morto,
invece si sorprese a osservare quella bellissima luce calda e potente prendere vita.
Il suo aspetto migliorò all’istante e in pochi secondi aprì gli occhi.
Celine sbatté le palpebre sorpresa: Aidan era seduto sul bordo del letto. Ignorando ogni buon
senso, gli buttò le braccia al collo e lui la ricambiò, anche se brevemente. I loro occhi si trovarono, si
lessero, non ci fu bisogno di parole. Sapeva che non dovevano e non potevano, tuttavia ne aveva avuto
bisogno.
Si staccò da lui, appoggiandosi con i cuscini alla testiera del letto.
«Sei stato tu, vero?», domandò diretta.
«Sì, mi faceva troppo male vederti in quelle condizioni e non provarci neppure. Hai idea di che
cosa stia accadendo?», indagò lui.
«Se ce l’avessi tenterei di mediare, ma non capisco», rispose, narrandogli come si era sentita
quel mattino.
«La spiegazione che ha fornito Tamnais da parte degli Spiriti è assurda», fece eco ai suoi
pensieri lui.
«Già, ma lo sappiamo io, te e i pochi altri a conoscenza del nostro dono. Volevo parlare agli
Spiriti, cercare di avere dei chiarimenti, ma ne sono impossibilitata. Non trovo una spiegazione a tutto
questo da sola», rispose lei.
«Io vorrei aiutarti, Celine, lo sai, ma non posso farlo in presenza di altri. Riesco solo a pensare
che oggi non c’ero e lui ti ha lasciato cadere. Oppure che quando ti hanno riportata qui ero in giro per i
giardini con Bethia e nemmeno me ne sono reso conto», disse Aidan.
Celine avvertì il morso della gelosia di nuovo, sapeva che era puerile e ingiusto, ma era più
forte di qualsiasi cosa le venisse dettata dal buon senso. Forse se Bethia fosse stata brutta le sarebbe
pesato meno.
«Come vanno le cose con lei?», domandò con finta noncuranza. «Avrei voluto oppormi, ma il
Sovrintendente mi ha fatto troppa pena», aggiunse poi.
«È tutto molto strano, Celine, a volte mi dice cose che mi raggelano», rispose Aidan.
Poi le raccontò le strane coincidenze che si erano verificate e si sentì di nuovo trafiggere. Il
pensiero che lei lo avesse abbracciato, che avesse inspirato il suo profumo proprio come faceva lei la
mandò in bestia. Lui era suo. Cercò di calmarsi e di trattenere l’impulso di fare la scenata che le saliva
dalle viscere. Non era colpa di Aidan se Bethia era fuori di testa, e non era nemmeno ciò che lui
desiderava. In quel momento era lì, era corso da lei appena aveva potuto, voleva spendere al meglio il
poco tempo che avevano. Così cambiò discorso per evitare di dire qualcosa che non pensava.
«Mi è venuta in mente un’idea da proporre per mandarti in giro per le Divisioni. Forse è
arrivato finalmente il momento di indagare su quello che ci sta a cuore. Se non riesco a parlare con gli
Spiriti questa potrebbe l’unica strada per scoprire qualcosa sul nostro potere», iniziò Celine. «Dirò a
Stew che voglio che tu vada a verificare che il lavoro delle Divisioni per aiutare tutte le persone in
difficoltà nel Regno proceda bene, che desidero accertarmi dei progressi poiché abbiamo bisogno che
le persone riprendano ad avere fiducia e le protezioni crescano».
«Mi sembra un ottimo piano, quando vuoi che vada?», acconsentì immediatamente Aidan.
«Al più presto, domani o dopo al massimo», rispose Celine.
«Bethia non la prenderà bene, spero che il suo stato non peggiori», osservò Aidan.
Celine si irritò immediatamente, aveva tentato di allontanare il pensiero della ragazza, ma lui
l’aveva nuovamente tirata in ballo.
«Quando ce ne andremo succederà comunque, non possiamo farci niente», si morse la lingua.
«Lo so, è solo che mi sento in colpa», palesò finalmente il suo malessere lui.
Non c’era niente da fare, ad Aidan piaceva mettersi sulle spalle le colpe del mondo intero;
Bethia era diventata un suo fardello, finalmente le era chiaro perché sembrasse così turbato.
«Non è colpa tua, Aidan. Come potrebbe esserlo il fatto che lei sia uscita di senno e si immagini
cose che non sono? Ne parlammo già in merito alla morte dei tuoi, non puoi assumerti tutte le
responsabilità del mondo», tentò di consolarlo.
«Lo so, ma non è solo questo. Ogni parola che le dico lei la fraintende, mi guarda carica di
aspettativa. Io so cosa penso e provo, ma nonostante tutto non la contraddico per non turbarla, la
prendo in giro. Quando me ne andrò, lo capirà, starà ancora peggio e la colpa sarà mia. Anche tu stai
male a causa del fatto che menti a Tamnais sui tuoi sentimenti, è lo stesso per me», provò a spiegarsi.
Tuttavia la fiamma ormai era accesa, era troppo gelosa, più di lui. Se fosse stata al suo posto
avrebbe dato di matto. Cercò di moderare il tono, ma non poté fare a meno di obiettare.
«Aidan, io dovrei amare Tamnais. Lo dice la Profezia, ogni nostra credenza. Il mio tradimento
sarà molto più profondo. Bethia ha semplicemente perso il lume della ragione, lo ha fatto molto tempo
fa e tu non c’entri niente. Non hai nessun legame con lei», disse, quasi anche a se stessa.
Lui la fissò in modo strano.
«Celine, so che è diverso, ma ciò non toglie che io mi senta in colpa lo stesso. Lei crede io sia
qui per rinsaldare ciò che c’era tra noi, che non me ne andrò, che mi ricorderò il nostro amore. Io, più
che assecondarla, non faccio. È una presa in giro e la sto mettendo in atto io», le fece notare.
«Perché sei obbligato», sbottò più alterata di quanto desiderasse. «Scusa, forse sono solo
stanca…».
«Non è vero», la interruppe lui, «sei gelosa, Celine», la smascherò con mezzo sorriso.
Sentì immediatamente il calore affluirle al volto, sapeva di essere rossa come un peperone. Era
vero e non poteva farci niente, a parte vergognarsi.
«Non ne hai motivo, non mi interessa Bethia, lo sai bene», precisò lui.
«Scusami, sono una stupida. Pensa che me lo sono ripetuta anche più volte da sola pensando a
ciò che sentivo ma, nonostante tutto, non sono riuscita a stare zitta. Aidan, io mi fido di te, credo in te,
come tu fai con me. Non parliamone più», disse dispiaciuta.
Il rumore di qualcuno che tentava di aprire la porta li fece entrambi schizzare in aria come
molle.
«Vai sul terrazzo e smaterializzati!», esclamò Celine preoccupata.
Si diresse verso la porta e girò la chiave per aprire, si trovò davanti Tamnais.
«Ti sei ripresa?», domandò lui scioccato.
«Sì, mi sono risvegliata da circa un’ora, avevo chiuso io la porta, mi dà fastidio dormire in un
posto che non conosco con la porta aperta», si affrettò a chiarire.
«Quando sono sceso per la riunione eri pallidissima, non avrei mai sperato di trovarti sveglia.
Credevo ci fosse ancora Bhirginia, ma forse mi sono attardato troppo», la abbracciò Tamnais. «Adesso,
però, mettiti sdraiata, non voglio vederti in piedi», aggiunse, sospingendola verso il letto.
Celine non fece obiezioni, non voleva suscitare in lui sospetti, le era chiaro che si era ripresa
grazie ad Aidan e non certo al naturale decorso delle cose.
«Che riunione?», domandò però.
«Ho conferito con i membri del Consiglio a Gallaibh. Ritenevo giusto informarli che ci stiamo
muovendo e che Bethia sta meglio», replicò lui.
«Avrei dovuto esserci anche io. Morwenna sarà fuori di sé!», esclamò Celine preoccupata.
«Non stare in ansia, in accordo con Erskine non abbiamo detto tutto, sa solo che eri molto
stanca e stavi riposando», chiarì lui.
«Ti ringrazio, la nonna ha già l’ansia senza bisogno di ulteriori sollecitazioni», gli fu grata.
«Comunque Bethia non è guarita, io non penso che quando ce ne andremo le sue condizioni resteranno
tali», aggiunse poi.
«Esiste sempre la speranza che così sia, e ora è questo che ci serve: la speranza del popolo e
l’aumento delle protezioni. Dobbiamo far sparire il male da questo Regno, Celine, Talamh ne è
distrutta», spiegò Tamnais.
«Sei riuscito a parlare con lei?», chiese.
«Pensavo di aggiornarti domani, visto che sei stata poco bene», abbozzò lui.
«Come vedi mi sono ripresa velocemente, dimmi qualcosa», lo esortò.
«D’accordo...», sembrò prendere tempo lui.
«Tamnais?», lo sollecitò.
«Va bene, va bene. Ho ricevuto notizie sia alla Sorgente sia alla pianura. Alla sorgente non
c’erano gli Spiriti, è stato diverso. Era come se il luogo mi parlasse», iniziò lui.
«Sì, è accaduto anche a me nel Regno dell’Aria», lo incoraggiò Celine.
«Ho sentito la comunione tra gli elementi. La sorgente mi ha fatto percepire una fusione tra
Acqua e Terra, non so bene come spiegarlo. Da soli non si può provvedere a tutto, serve
collaborazione», spiegò Tamnais.
«E poi?», indagò Celine.
«Alla pianura è stato diverso. Quel luogo non è artefatto, non ci sono decori o abbellimenti, è
pura terra. Veniva reso vivo da feste e ricorrenze che vi si celebravano quando il Regno prosperava.
Ora è solo un appezzamento di terra, muto e malinconico. Lì Talamh era affranta. La Terra è più
potente degli altri elementi, forse per questo ci siamo mostrati prima entrambi con quel potere. Tutto il
mondo regge sulla Terra, il male che si propaga entro questi confini la tormenta e la consuma, visto che
lei stessa si è fatta riassorbine nel Regno: una prigione eterna per il maleficio lanciato con gli altri su
Fàs. Mi ha esortato a fare di tutto per cercare di scacciare il male da qui», concluse il suo racconto.
«Forse hai ragione. Notizie del Portatore?», domandò Celine.
«Niente di nuovo su quel fronte, Talamh non ha voluto sbilanciarsi», rispose Tamnais.
Celine si perse un attimo nei suoi pensieri. Le scocciava che lui avesse indetto una riunione con
il Consiglio senza di lei, ma era anche vero che non sapeva quando si sarebbe ripresa e che
probabilmente, viste le condizioni pietose in cui era ridotto il Regno della Terra, a Gallaibh volessero
essere tranquillizzati sui loro progressi.
«Ti senti stanca?», chiese Tamnais premuroso.
«Sto bene», replicò lei con un sorriso che lui ricambiò.
Era da un po’ di tempo che le ronzava una domanda in testa. Sapeva che era folle, ma non
poteva fare a meno di pensarci, soprattutto dopo quanto era accaduto in quei giorni. Provando a usare il
potere con Tamnais si sentiva prosciugata e sveniva, di contro Aidan quella sera l’aveva rimessa in
piedi. Non riusciva a smettere di domandarsi se Tamnais non stesse recitando come lei, se anche lui
non fosse affatto innamorato, ma stesse tenendo in piedi la commedia perché, conoscendo la loro storia,
aveva avuto paura di dire la verità. Da quando erano giunti lì le si era accesa in mente un’idea folle: si
era chiesta se non fosse possibile che esistessero più Prescelti, si era domandata se magari la ragazza
che doveva stare con Tamnais non si fosse ancora risvegliata o potesse avere una storia simile a quella
di Aidan.
Sapeva di non poter essere diretta con lui, ma voleva chiederglielo e, non potendo parlare in
nessun modo con gli Spiriti, rivolgersi a lui era l’unico modo.
«A che cosa stai pensando?», interruppe quelle riflessioni Tamnais.
«C’è una cosa che ti volevo domandare», iniziò lei.
«Sai che puoi chiedermi tutto quello che vuoi. Avanti, Celine», si dimostrò immediatamente
disponibile.
«So quanto possa essere difficile tutto questo, ci sono passata. Ti è piombato tutto addosso da
un attimo all’altro, è successo lo stesso a me. Oltretutto non puoi contare nemmeno sul mio aiuto
perché sto sempre male. Insomma mi sento in colpa», abbozzò, cercando di prenderla alla larga.
«In colpa?», domandò lui perplesso.
«Sì, be', sei stato tratto in salvo dai nemici e dopo pochi giorni ti sei ritrovato sommerso dalle
responsabilità e con una fidanzata imposta», aggiunse, abbassando lo sguardo.
«Perché dici così, Celine? Tu sei la cosa più bella che mi potesse succedere, ogni volta che ti
guardo riesco solo a pensare che sei mia e lo sarai per sempre, che ti amo più di me stesso e mi farei
ammazzare per te», rispose lui.
Celine si ritrovò spiazzata da quella risposta, non era quella che sperava.
«Ho temuto che non mi amassi davvero, che ti fossi sentito costretto dalla Profezia, avevo paura
di essere un peso per te», buttò lì, non sapendo come giustificare quello che aveva tirato fuori.
Tamnais si alzò subito dalla poltrona e si avvicinò a lei sedendosi sul letto, le prese le mani tra
le sue.
«Celine, non pensarlo mai. Io non avevo idea che ti sentissi così, forse non ti dimostro
abbastanza ciò che sento? Forse quegli anni da solo insieme al nemico mi hanno reso freddo? Se lo
volessi, ti sposerei anche domani per palesarti quanto sia grande il mio desiderio di stare con te, di
rinsaldare la nostra unione in ogni modo possibile», andò avanti a rassicurarla lui.
Celine si diede dell’idiota mille volte, così aveva ottenuto l’effetto contrario, rischiava che lui
diventasse ancora più protettivo, cosa che non desiderava assolutamente.
«Se lo dici, ci credo, non c’è bisogno di sposarsi per quantificare l’amore. Lo faremo quando
tutto sarà risolto, quando la nostra gente sarà salva. La nostra felicità viene dopo la loro», rispose,
nascondendo il suo rifiuto con il senso dell’onore.
«Vedi, è per questo che ti amo così tanto. Dici sempre la cosa giusta», rispose lui, sporgendosi
per darle un bacio.
«Oggi sono stato geloso di Aidan, sai?», disse Tamnais, facendole andare la saliva di traverso.
«Di Aidan?», ripeté come una stupida.
«Sì. Lui non ti ha fatto cadere, è stato così rapido che nemmeno l’ho visto arrivare. Io oggi ti ho
lasciato sbattere la testa per terra, non sono stato abbastanza veloce da prenderti. Mi è pesato ciò che ha
fatto lui per te, io non ne sono stato capace», chiarì.
«Aidan è abituato a prendersi cura di me», rispose Celine prima di rendersi conto di cosa
potessero suggerire le sue parole, «è al mio servizio da mesi, mi tiene sempre d’occhio, sa quanto io
conti su di lui. Tu eri concentrato, stavi facendo qualcosa di più importante, è normale non fossi
preparato a intervenire. Per Aidan è un lavoro e lo fa bene, per questo l’ho scelto per la mia Guardia»,
corresse il tiro.
«Lo so, me lo hai già spiegato, ma sono geloso lo stesso: nessuno dovrebbe avere il permesso di
tenerti tra le braccia in quel modo, a parte me ovviamente», scherzò lui.
Celine si sentì seccare la gola. Aveva ragione, nessuno avrebbe dovuto e nessuno lo stava
facendo. Aidan non l’aveva più toccata da quando si era palesato Tamnais; prima era riuscita ad
abbracciarlo, cogliendolo di sorpresa, ma tra loro non c’era più stato niente. La verità era che lei ci
pensava sempre, desiderava disperatamente sentire le sue braccia attorno al corpo. A volte, stringendo
il medaglione, ricordava quella notte al vulcano e si sentiva bruciare, proprio come allora. Le bastava
solo immaginare la sensazione che le aveva dato la pelle di Aidan sulla sua per perdere il senso della
realtà.
Aidan non aveva fatto ciò che avrebbe dovuto, era sbagliato, scorretto e insano, lo sapeva.
Aveva però bisogno di vederli da soli, di capire come fosse davvero lei con Tamnais quando lui non
c’era. Non sapeva nemmeno perché avesse deciso di farsi così male, forse la causa era il tempo che
trascorreva con Bethia, tutto quel dover fingere e il senso di colpa che ne derivava. Era andato sul
terrazzo, ma non si era smaterializzato come aveva promesso di fare. Nascosto lì, dietro il vetro
socchiuso, mutato in cenere, era rimasto per ascoltare e vedere.
La strana piega che aveva preso la discussione per lui era stata molto più ovvia che per
Tamnais, sembrava quasi Celine avesse l’assurda speranza che lui stesse fingendo come lei. La cosa,
però, l’aveva portata su un terreno scivoloso. Sentirla affermare che lui era solo una guardia al suo
servizio l’aveva ferito più di quanto avrebbe immaginato, anche se sapeva che non era vero.
«Adesso, forse, è meglio se mi metto a dormire, almeno la pianto di dire assurdità, la stanchezza
mi sta giocando un brutto scherzo», la udì dire nel tentativo di porre fine alla discussione.
«Fatti un po’ più in là», la esortò Tamnais.
«Che cosa?», chiese Celine, lo sconcerto nella sua voce era palese.
«Fammi spazio, non ti lascerò sola questa notte, dormirò con te», chiarì lui.
Aidan sentì immediatamente il furore montargli dentro, quella rabbia che lo devastava non era
nemmeno lontanamente paragonabile alla semplice gelosia.
«Tamnais, non mi pare il caso, insomma… se lo sapesse qualcuno…», tentò di svicolare Celine.
«Se lo sapesse qualcuno, non ci vedrebbe niente di sbagliato, amore mio. Io e te, come hai
detto, anche se non siamo ancora sposati siamo legati da qualcosa di molto più profondo e potente.
Nessuno ci troverebbe niente di strano, non ho intenzione di lasciarti da sola. Sei stata male e devo
prendermi cura di te. Hai fatto bene a parlarmi e dirmi come ti sentivi, sono stato davvero insensibile a
non pensarci prima. Altro che riunione con il Consiglio, non avrei dovuto lasciarti sola neppure un
secondo, avresti dovuto svegliarti mentre io ero qui con te», insisté lui, una mano che le accarezzava il
volto.
Celine apparve titubante, era immobile come una statua, sembrava quasi stesse soppesando
l’idea d’inventare qualche altra scusa.
«Non ti preoccupare, non ho intenzione di fare nulla di male, me lo hai già detto l’altra volta
che ti senti timida e impacciata e non sei abituata, lo capisco. Forse per me è diverso, ma se non mi
concederai mai spazio le cose non cambieranno. Io mi impegnerò a mettere a tacere le tue insicurezze e
tu cercherai di fidarti di più, d’accordo», non le diede tregua lui.
Aidan sperava che lei riuscisse a inventare qualcosa, che lo mettesse alla porta al più presto e si
mettesse a dormire, ma contro ogni sua previsione la vide spostarsi di lato e fargli spazio accanto a lei.
Tamnais non se lo fece certo ripetere e si sistemò subito al suo fianco, la cinse con un braccio,
facendola appoggiare al suo petto, e le sollevò con un dito il volto per sollecitarla a guardarlo.
«Non pensare mai che io non ti ami abbastanza, hai capito?», domandò.
Lei non rispose, poi si baciarono e, mentre lui l’avvolgeva con il braccio stringendola a sé, vide
la mano di Celine poggiarsi sul suo petto.
Fece un passo indietro realizzando di essere tornato in forma corporea senza controllarsi,
fortunatamente la tenda lo riparava e loro erano troppo presi per averlo notato. Si smaterializzò
immediatamente, non poteva restare lì o avrebbe fatto qualcosa di folle. La collera che gli stava
montando dentro era fuori misura, non aveva mai sentito niente di così potente. Si ripeteva che lei era
costretta, che non poteva certo scacciarlo, eppure gli era sembrato tutto autentico. Forse lo turbava
averla vista appoggiarsi a Tamnais, l’idea che si addormentasse al suo fianco come aveva fatto con lui,
o forse era stato quel bacio. Quella mano che si aggrappava al petto di lui. Nello stesso identico punto
si sentiva bruciare, era come se il cuore gli stesse esplodendo nel petto.
Quando aveva ripreso forma corporea, aveva avuto la forza di respingere ciò che gli diceva
l’istinto: nella sua testa era entrato nella stanza e aveva distrutto Tamnais. Era quello il suo desiderio
preponderante, voleva farlo a pezzi, non solo allontanarlo da lei, distruggerlo, disintegrarlo: lo
detestava. Considerando il suo ruolo nella loro società, quell’odio cieco che gli fluiva come veleno in
corpo era totalmente fuori luogo, come lo era anche tutta quella situazione assurda. La testa sembrava
scoppiargli, davanti agli occhi vedeva danzare innumerevoli pallini bianchi, un istinto omicida gli stava
montando dentro più forte di qualsiasi cosa. Non aveva mai provato niente del genere, non aveva mai
sentito un astio così profondo per nessuno, nemmeno per Matteo.
La testa gli esplose, obbligandolo ad accasciarsi a terra e a prendersela tra le mani. Non vedeva
più niente, solo una luce bianca accecante, proprio come quella della visione sulla morte dei suoi
genitori. Il dolore divenne insopportabile, pensò di essere sul punto di morire, poi il senso della realtà
lo abbandonò del tutto e sprofondò con il volto nelle frange del tappeto.
.
Capitolo 12 Il punto della situazione
Domenica 6 maggio
Celine era quasi schizzata fuori dal letto al suo risveglio. Aveva aperto gli occhi tra le braccia di
Tamnais e non aveva ancora i freni inibitori attivi. Il risultato era stato svegliare anche lui che si era
subito preoccupato.
«Tutto bene?», chiese in allerta.
«Sì, certo, scusa. Non so perché mi sono svegliata convinta di essere in ritardo, magari stavo
sognando qualcosa che non ricordo», mentì immediatamente, «sarà meglio andarsi a preparare così da
riunirsi per fare il punto della situazione», propose.
Di lì a poco finalmente la lasciò e poté restare sola. Si guardò allo specchio e si diede della
stupida e dell’insensibile: come aveva potuto fare la gelosa con Aidan? Con che diritto, visto ciò che lei
faceva. Poteva solo ringraziare che non l’avesse vista la sera prima. Il pensiero di aver dormito con un
altro feriva lei, figurarsi come avrebbe potuto fare stare male lui. Non era successo niente di più del
solito tra lei e Tamnais, ma dormire con qualcuno accanto era un gesto intimo, una cosa che voleva
condividere solo con Aidan. Svegliarsi e sentire il profumo di un altro uomo nel letto l’aveva fatta
schizzare come una molla, si era sentita minacciata.
Indossò rapida la divisa per scendere a colazione; fortunatamente Tamnais si era premurato di
farli servire direttamente nella sala delle riunioni, almeno avrebbero risparmiato tempo. Iniziò Tamnais
che fece il punto della situazione sul giorno precedente, informando tutti gli altri di com’erano andate
le cose con gli Spiriti. Erskine fece l’elenco dei luoghi ancora da visitare.
«Penso che l’altare o la biblioteca potrebbero essere forieri d’informazioni, mi sembrano luoghi
importanti», intervenne Celine.
«Credo anch'io che sia importante andarci», le fece eco Tamnais.
«Potremmo organizzarci per la giornata, la biblioteca Leabharlann Caillte è facilmente
raggiungibile. È fuori dalle protezioni, ma quasi tutta la strada è sicura», analizzò il percorso Erskine.
«Si potrebbe tentare», approvò Celine.
«Non credo sia il caso», obiettò Tamnais.
«Che cosa intendi? Un attimo fa ti sei detto d’accordo sull’importanza dei luoghi», indagò
Celine perplessa.
«Infatti lo sono, ma non sul fatto che ci sia anche tu. Non ti sei ancora ripresa del tutto, ieri sei
stata svenuta per tutta la giornata e sei esausta. Non ti voglio fuori dalle protezioni, oggi rimarrai al
Castello, sei troppo debole per esporti al pericolo di un attacco nemico», chiarì Tamnais.
«Non ci penso nemmeno a rimanere a qui», si oppose immediatamente. Non aveva permesso al
Consiglio e a sua nonna di comandarla, e non lo avrebbe concesso neppure a lui, Prescelto o no.
«Celine, calmati», la blandì lui conciliante.
«Anch'io penso che dovresti restare a riposo, è stata una sorpresa trovarti sveglia e in piedi oggi.
Buonia non era certa nemmeno che ti alzassi stamani, considerate le condizioni in cui eri l’ultima volta
che ti ha visitato», lo appoggiò Erskine.
Celine si morse la lingua per non mangiarli vivi. Erskine non era mai stato conciliante nei
confronti delle sue idee, mentre con Tamnais sembrava sempre estremamente accondiscendente.
«È per il tuo bene, Celine, non voglio ti accada niente di male, sei la cosa più preziosa del
mondo per me», le strinse la mano Tamnais. «Per favore, fallo per me, per rendermi felice. Non voglio
che tu ti esponga, desidero che oggi tu stia a riposo», proseguì Tamnais.
L’istinto le disse di scrollare quella mano dalle sue e mandarlo al diavolo, insieme a Erskine e al
Consiglio che di certo gli avrebbe fatto un applauso per l’idea di metterle il guinzaglio. Era stata sola
per mesi, aveva portato a buon fine due spedizioni, ma sembrava che lei fosse solo una piccola ragazza
debole e bisognosa di protezione da parte del suo compagno. Le risultò inaccettabile. Se il senso di
colpa per ciò che avrebbe fatto a Tamnais non l’avesse divorata, si sarebbe messa a urlare, li avrebbe
fatti impallidire tutti, altro che riposo. Sapeva che non poteva alzare la voce, non le avrebbe portato
niente di buono, soprattutto in quella circostanza in cui sembravano tutti coalizzati contro di lei. Scelse
la via diplomatica.
«Avrei una proposta, allora. Non mi va di perdere una giornata intera al Castello, di stare qui da
sola senza far niente. Vorrei che visitassimo il villaggio: vicino c’è la grotta e potrebbe esser
importante dare uno sguardo anche lì. Siamo qui da diversi giorni, il popolo ci deve vedere, deve sapere
che ci stiamo dando da fare. La nostra visita, inoltre, potrebbe far aumentare la speranza e le protezioni
e favorire le altre missioni. Come da volontà del Sovrintendente, mi pare che Bethia stia
sufficientemente bene da poter incontrare il popolo», disse decisa e mantenendo un tono di voce calmo.
«Sei sicura di sentirti abbastanza in forze per incontrare gente? Se ti sentissi male in pubblico,
peggioreremo soltanto le cose», obiettò Tamnais.
«Sto benissimo, penso che si veda. Comunque, se può servire a rasserenarvi, Buonia mi
potrebbe visitare prima della nostra uscita», replicò Celine.
Vide Tamnais lanciare uno sguardo a Erskine, quasi speranzoso che il Maestro ponesse anche il
suo veto. Fortunatamente Erskine la conosceva bene e capiva quando era il caso di mollare il colpo.
«Farsi vedere dal popolo mi sembra una buona idea, in molti si chiederanno se davvero i
Prescelti sono qui», la appoggiò il Maestro.
«D’accordo, oggi possiamo dedicarci al villaggio e, se rimarrà tempo, visitare la grotta nelle
vicinanze», acconsentì finalmente Tamnais. «Se ci siamo detti tutto, chiuderei la riunione e vorrei che
Buonia visitasse Celine».
«Ancora una cosa», si fece avanti Celine, «desidererei assegnare una missione speciale ad
Aidan. So che molte persone sono state presso le Divisioni a chiedere aiuto, in particolar modo perché
mancavano i fondi per ricostruire loro nuove case all’interno della zona protetta. Desidero che vada di
Divisione in Divisione e mi fornisca un resoconto dettagliato di come vanno le cose. Così potremo, in
futuro, spiegare al popolo come abbiamo agito per mitigare i loro disagi», espose Celine.
«D’accordo, sono più che disponibile a partire anche subito», acconsentì immediatamente
Aidan.
«Quanto pensate che ci vorrà?», domandò immediatamente Stew.
Celine colse la sua preoccupazione in merito alla figlia e al disagio che avrebbe suscitato in lei
l’assenza di Aidan. Avrebbe mentito se avesse detto che le dispiaceva allontanarlo; se fosse riuscita a
parlare con gli Spiriti, non l’avrebbe mandato lì. La situazione le si era volta contro, e non sapeva se e
quando sarebbe riuscita a sbloccarla. Che Aidan andasse a indagare nelle Divisioni era imperativo per
loro, dovevano scoprire qualcosa di più.
«Non saprei, presumo qualche giorno», replicò alla volta di Stew.
«Mi pare un’ottima idea», la appoggiò Tamnais, «avrei un ulteriore suggerimento. Al momento
le Divisioni sono sicure e per i compiti assegnati Aidan non dovrà uscire dai loro confini. Bethia
potrebbe andare con lui: magari la responsabilità di compiere qualcosa per il popolo potrebbe farla
stare meglio, ricordarle chi era prima della malattia. Potremo dire al popolo che vostra figlia sta bene e
si sta dando da fare per loro», propose.
«Certo, non capisco come ho fatto a non pensarci, mi sembra un ottimo suggerimento e sono
certo che il guerriero saprà prendersi cura di lei», approvò il Sovrintendente.
«Ottimo, allora direi che Aidan può prepararsi subito a partire, mentre noi ci organizzeremo per
recarci al villaggio. Sovrintendente, voi verrete con noi, è ora che vi mostriate alla vostra gente e che vi
scusiate per le vostre mancanze. Immagino che il popolo ami Bethia e sia disposto a perdonarvi, ma
fare ammenda è necessario», disse Celine, che non poteva certo opporsi alla presenza di Bethia accanto
ad Aidan.
Osservò di sottecchi lo sguardo di Tamnais. Non riusciva a pensare male di lui, eppure il fatto
che avesse proposto di mandarla con Aidan le fece credere che fosse molto più geloso di quanto non le
avesse detto. Forse sperava che Aidan si innamorasse e restasse lì con lei.
Scacciò quei pensieri insani, non aveva tempo per quelle cose. Doveva cercare di concentrarsi
sulla giornata per sfruttarla al meglio e risollevare il morale della popolazione. Osservò con la coda
dell’occhio Aidan: si stava alzando per andare nella sua stanza a prepararsi per la partenza.
“Mi fido di te, ti prego trova le risposte che cerchiamo”, gli disse con la mente.
“Farò il mio dovere”, replicò lui.
Poi la porta si richiuse di scatto alle sue spalle.
Quella risposta la turbò, lo aveva sentito freddo, quasi distaccato. Un brivido le attraversò la
schiena e considerò per la prima volta che forse lo stava perdendo per qualcuno che avrebbe potuto
ricambiarlo e stare con lui realmente.
Aidan raggiunse la sua stanza di volata.
“Farò il mio dovere, potevo rispondere qualcosa di più stupido?”, si chiese arrabbiato.
Non era riuscito a trattenersi. Rivedere Tamnais gli aveva fatto risalire in gola l’acido. Quel
mattino si era svegliato con la faccia sul tappeto, la testa gli pulsava ancora e trovarselo davanti gli
aveva fatto rivoltare il sangue. Non riusciva ad accettare che avesse passato tutta la notte con lei, che
avesse preso il suo posto. Il pensiero di partire per le Divisioni, di lasciarla da sola con lui e non tenerli
d’occhio, lo fece impazzire. Eppure doveva andare, era l’unico modo per scoprire qualcosa in più.
Bussarono alla porta e sperò con tutto il cuore che fosse Celine, che avesse trovato il modo di
raggiungerlo. L’avrebbe abbracciata, lo avrebbe fatto davvero e al diavolo il Prescelto. Si ritrovò, però,
davanti Bethia che con il volto acceso dalla gioia gli buttò le braccia al collo.
«Mio padre è venuto a informarmi, sarà bellissimo andare in giro insieme. Noi due soli! Mi
sembra che stia tornando tutto come prima!», esclamò felice.
Per la prima volta l’abbracciò davvero, non per finta, ma per capire come ci si sentisse ad
abbracciare un’altra, qualcuno che potesse appartenergli davvero. Il bacio a cui aveva assistito la sera
prima gli balzò nuovamente alla mente, li aveva già visti insieme ma quella scena gli aveva fatto più
male di tutte. Una fitta gli spaccò la testa in due, sciolse l’abbraccio e si lasciò cadere sul letto: non
riusciva a stare in piedi e temeva di precipitare a terra come la sera precedente.
Bethia accorse accanto a lui e gli prese il volto tra le mani. Il suo sguardo era preoccupato.
«Che cos’hai? Stai male?», domandò in pena.
«È solo mal di testa, questa notte non ho dormito bene», minimizzò.
Lei gli scostò i capelli dal volto con quel gesto tipico di Celine, che sempre aveva quella
volontà di fissare lo sguardo nel suo. Era vicinissima. Non ci pensò più del dovuto, o forse aveva già
deciso la sera precedente dopo aver osservato quei due insieme. Doveva sapere cosa si provava.
Colmò la distanza e baciò Bethia. Comprese subito che era stato un errore. Lei apparve
sorpresa, poi le mani che gli reggevano delicatamente il visto iniziarono a scorrere tra i suoi capelli. Si
aggrappò a lui disperatamente, come se fosse in cerca d’aria, ma lui non sentì niente: se avesse baciato
il muro, non avrebbe fatto differenza alcuna. Gli parve di essere tornato indietro di un anno, di essere
regredito a quando faceva quel tipo di cose, quando ancora era vuoto e non sapeva cosa volesse dire
amare, quando non aveva idea di cosa fosse un bacio e di come facesse sciogliere l’anima.
Si staccò da lei immediatamente.
«Perdonami, ho sbagliato», disse, mancando di tatto.
«Aidan…», lo guardò lei ferita.
«Scusami, non avrei dovuto. Volevo solo provare a vedere se fosse cambiato qualcosa. Sarebbe
stato giusto dirtelo prima», aggiunse dispiaciuto di averla fatta soffrire.
«Non importa. Hai fatto bene, magari avrebbe potuto riportarti a galla dei ricordi», lo scusò
immediatamente lei.
«Bethia, io…», s’interruppe, incapace di dirle la verità.
Non gli costava niente regalarle ancora qualche giorno felice in quell’illusione, avrebbe fatto i
conti dopo con il suo senso di colpa.
Kenina stava andando verso la sua stanza per recuperare il mantello e scendere di sotto per la
visita al villaggio. Il giorno precedente non aveva cercato Murchadh: era ancora troppo arrabbiata e
temeva di fargli una scenata, trappola in cui non voleva assolutamente cascare. Quella sera, però, gli
avrebbe parlato, iniziava ad avere paura e aveva bisogno di sapere come si sentisse lui, se ancora
provasse lo stesso trasporto.
«Ti ho visto pensierosa questa mattina a colazione», la raggiunse alle spalle la voce di Adraste.
«Ero preoccupata per Celine, ieri non aveva une bella cera», rispose, squadrando l’altra.
«Davvero? Io pensavo avessi smesso di sentirti la regina del mondo. Dopotutto adesso non sono
più solo un’umile tessitrice da lasciare indietro, posso rigenerarmi anche io e sono utile per la
missione», la stuzzicò l’altra.
«Buon per te e per la tua autostima», replicò Kenina, decisa a darle le spalle e proseguire per la
sua strada.
«Forse molto presto ti batterò anche in quello che ti riesce meglio», la provocò Adraste con un
sorriso maligno.
Non le rispose, ma la squadrò dalla testa ai piedi con sufficienza. Le aveva appena dato della
poco di buono, era chiaro, e non seppe resistere. Tornò sui suoi passi, dando una spallata ad Adraste, e
si diresse verso la stanza di Murchadh. Non si diede la pena di guardarsi indietro, sapeva che l’altra
l’avrebbe seguita. Bussò alla porta e quando lui la invitò ad entrare lo fece, ma non richiuse
completamente l’uscio: Adraste aveva diritto alla possibilità di assistere, proprio come aveva fatto lei
qualche sera prima.
«Buongiorno», la salutò lui impacciato.
«Avevo voglia di stare cinque minuti da sola con te», rispose lei, avvicinandosi a lui.
«Kenina, io volevo dirti che mi dispiace per l’altra sera. Ero lì con te, avrei dovuto dirle che ci
saremmo visti in un altro momento, non avrei dovuto lasciarti andare via in quel modo. Non mi
riconosco più», si scusò lui.
Lesse nei suoi occhi la sincerità e si dispiacque per la sua scorrettezza, ma ormai non poteva
tirarsi indietro, decise almeno di essere onesta.
«Me la sono presa, forse più del dovuto. Dopotutto ho deciso di giocare questa partita in modo
consapevole, non mi hai mai nascosto i tuoi sentimenti per lei», rispose.
«Lo so, ma tutto questo non è giusto. Non sto bene io, non stai bene tu e nemmeno Adraste», si
colpevolizzò lui nervoso.
«Voglio sapere cosa senti per me, il resto non conta, dimmi soltanto se sono ancora in gioco o
se dovrei ritirarmi. Se qualcosa è cambiato, devo saperlo», lo incalzò.
«Non è cambiato niente, altrimenti te lo avrei detto. Ieri sera mi sei mancata, Kenina», colmò la
distanza che li separava.
Le posò una mano sulla vita attirandola a sé, poi si chinò sulle sue labbra. Kenina si sentì
sciogliere, come sempre quando lui la baciava, e si maledisse immediatamente per il suo gesto.
Avrebbe voluto averla chiusa quella maledetta porta. Le mani di lui si mossero sul suo corpo, c’era già
stato molto più di un bacio tra loro e le inibizioni erano ormai un lontano ricordo, tuttavia si sforzò di
tirarsi indietro, non sarebbe stato giusto andare oltre, non in quella circostanza.
«È una punizione per la mia indecisione?», domandò, quando lei si sottrasse.
«No, semplicemente dobbiamo andare al villaggio e quello che ho in mente richiederebbe
troppo tempo», rispose, sciogliendo l’abbraccio. «Ti aspetto giù».
Stava per dirigersi verso la porta, ma lui l’afferrò per un braccio.
«Aspetta. Questa sera non ci sarà cena che tenga. Ho bisogno di stare con te. Sono così confuso,
eppure mi è chiaro che la tua mancanza mi ferisce», disse, lo sguardo sincero.
Kenina si sentì un mostro al pensiero di quello che aveva fatto. Gliel'avrebbe detto, quello non
era il momento, ma lo avrebbe fatto.
«Certo, questa sera avremo tutto il tempo del mondo», rispose prima di uscire dalla stanza.
Quando fu in corridoio realizzò che di Adraste non c’era traccia, ma non aveva il minimo
dubbio che la tessitrice fosse stata lì fino a pochi attimi prima. Quella sera avrebbe detto la verità a
Murchadh e forse sarebbe stata l’ultima volta che le avrebbe rivolto la parola: esisteva la possibilità che
il suo comportamento lo spingesse a scegliere Adraste. Eppure non poteva tenerselo per sé, era stato
troppo.
L’impulso, come sempre, l’aveva spinta verso la direzione sbagliata e ne avrebbe pagato le
conseguenze com’era giusto che fosse. Non avrebbe conquistato Murch con l’inganno, voleva fosse
suo, ma per amore e non per imbroglio.
Capitolo 13 Incontrare il popolo
Domenica 6 maggio
A metà mattina si avviarono verso il villaggio, erano presenti sia Stew sia Garabi: visto che
Bethia era partita con Aidan entrambi non si sentivano obbligati a restare al Castello.
“Farò il mio dovere”, quelle parole continuavano a ronzarle in testa e a turbarla.
Non capiva perché Aidan le avesse risposto in quel modo. Avrebbe voluto parlargli prima che
se ne andasse, ma le era stato impossibile. Tamnais aveva preteso che Buonia la visitasse, aveva voluto
essere presente e dopo non l’aveva lasciata un istante. Era riuscita a scorgere Aidan dalla finestra,
mentre si allontanava con Bethia e il suo cuore si era stretto in una morsa.
La sera precedente aveva dovuto mandarlo via senza nemmeno avere il tempo di salutarlo e
quel giorno aveva dovuto farlo partire. Iniziava ad avere paura che Aidan non sopportasse più la
presenza di Tamnais, che le circostanze li stessero allontanando e soprattutto che avesse cominciato a
vedere Bethia con occhi diversi, quasi come una possibilità per essere sereno. Non poteva e non voleva
dubitare di lui, ma dentro di lei infuriava una tempesta. L’ansia, il distacco e il senso di perdita la
stavano consumando, unitamente alle ondate di biasimo che le giungevano da Mavi e alla perdita della
sua più cara amica. Non poter parlare con Buonia le pesava moltissimo. Per il mondo, invece,
indossava la radiosa maschera della Regina che cavalcava accanto al suo compagno designato.
Le guardie del castello avevano avvisato gli abitanti del villaggio del loro arrivo ed essi si erano
radunati ad attenderli nella piazza. Celine si guardò intorno e ciò che vide le piacque. Le stradine erano
semplici e curate, le case in pietra grigia proprio come il castello, le piccole botteghe caratteristiche
come quelle di Gallaibh, e le piante rigogliose. Ovunque le strade erano abbellite da alberi, aiuole verdi
e rampicanti. L’edera multicolore copriva gran parte delle facciate delle casette, cadeva dai tetti quasi
come un mantello. Al centro della piazza circolare vi era un tronco dall’aspetto sinuoso, nel quale era
stata scolpita la figura di Talamh, e tutto attorno zampillavano vivaci giochi d’acqua.
Il popolo li accolse con urla festanti e lei si stampò in viso l’espressione della gioia: la sua gente
aveva bisogno di lei, era in debito con loro per la fiducia che le avevano sempre dato. Celine sapeva
che quella fiducia andava guadagnata, quello era il suo compito, il suo dovere. Prima di pensare a se
stessa doveva prendersi carico di tutte quelle persone: il loro benessere dipendeva da lei e dalle sue
scelte, non avrebbe fatto quelle sbagliate, non poteva permettere che il dolore per la distanza di Aidan o
quello per la perdita dei suoi affetti minassero la sua concentrazione e la sua capacità di giudizio.
Quando Stew si fece avanti, si diffuse un mormorio concitato: le persone erano curiose di
sapere cosa avrebbe detto.
«Buongiorno a tutti, oggi sono qui alla vostra presenza e sono onorato che mi concediate ancora
di starci. Innanzi ai Prescelti voglio scusarmi per le mancanze perpetrate in questi mesi. So che vi siete
sentiti abbandonati ed è tutta colpa mia, non sono stato capace di conciliare il dispiacere per la malattia
di mia figlia con le vostre esigenze. Il male si è sparso in questo luogo sacro e chi ne ha pagato
maggiormente le conseguenze siete voi. Da oggi non sarà più così: i Prescelti sono qui per aiutarci a
scacciare il nemico dalle nostre terre e per porre fine ai vostri disagi. Sono felice di informarvi che
Bethia sta meglio, oggi è partita al seguito di uno dei guerrieri di Gallaibh per recarsi di Divisione in
Divisione e fare un resoconto sugli agli aiuti che vi stanno elargendo, in modo da avere ben chiara la
situazione. Il lavoro svolto dalle Divisioni in questi mesi è stato determinante, ma d’ora in poi inizierò
a riprendere in mano le cose e assolverò ai miei doveri, come facevo in passato e come avrei dovuto
continuare a fare. Il dolore per la malattia che stava consumando Bethia mi ha offuscato la mente. La
sua guarigione improvvisa è frutto di un prodigioso miracolo», annunciò il Sovrintendente alla
popolazione.
Appena terminò il suo discorso la folla lo applaudì. c’era chi chiedeva di Bethia e chi urlava di
aver già perdonato i torti, c’era anche chi si asciugava gli occhi commosso. Celine ne fu felice; era
naturale che il popolo si fosse sentito abbandonato, ma nessuno di loro avrebbe potuto portare astio per
il dolore di un padre rivolto alla figlia malata.
«Adesso, con grande gioia, cedo la parola ai nostri Sovrani», fece loro spazio Stew.
«Vi ringrazio per esservi riuniti qui, per aver saputo comprendere il Sovrintendente e averlo
perdonato per le sue mancanze passate. Ho da chiedervi qualcosa anch'io», iniziò Celine, «ho bisogno
che voi crediate in noi, che vi fidiate della nostra volontà di rimettere ordine e soprattutto che iniziate a
sperare in un futuro migliore. Solo così riusciremo a scacciare il nemico per sempre», li esortò.
«Fino a poco fa Celine era sola, adesso ci sono anch'io. Voi tutti conoscete la Profezia e sapete
che il tempo del male è arrivato agli sgoccioli: noi riporteremo l’equilibrio nel mondo, distruggendo
Fàs», si aggiunse Tamnais. «Abbiamo bisogno del vostro aiuto: sappiamo che avete già sofferto molto,
ma il nemico sa che la sua fine è vicina e sono certo che non si arrenderà facilmente, per questo dovrete
essere doppiamente forti».
La gioia dei presenti divenne incontenibile, Celine avrebbe desiderato poter usare il potere per
controllare immediatamente lo scudo e vedere se si stesse estendendo. Tuttavia non poteva e lo sapeva
bene: senza la presenza di Aidan attingere al potere l’avrebbe consumata. Non se la sentiva di provare a
farlo con Tamnais perché se fosse svenuta lì, davanti a tutti, sarebbe stato controproducente.
Si riscosse, Tamnais le aveva stretto la mano.
«Tutto bene?», le chiese sottovoce.
«Sì, perché?», rispose lei.
«Eri distratta», la interrogò con lo sguardo.
«Spero che le protezioni inizino a espandersi nuovamente», chiarì.
«Vedrai che, insieme, metteremo a posto ogni cosa, Celine», la rassicurò Tamnais.
Celine gli sorrise a sua volta, mano nella mano si avvicinarono alle persone radunate, andarono
a conoscerle ad ascoltare i loro problemi. La Regina era grata che Aidan non fosse lì a vedere, aveva
giurato che avrebbe fatto di tutto per salvare il suo popolo e di conseguenza si stava comportando,
anche a scapito di se stessa e dei suoi veri sentimenti. Chiunque, da fuori, non avrebbe visto altro che il
profondo legame dei due Prescelti e la loro volontà di provvedere insieme a guarire il mondo.
Mavi osservò Celine e Tamnais, guardò l’effetto che aveva la loro presenza sulla popolazione.
Le fu chiaro come espressioni gravi e preoccupate si stessero pian piano trasformando in volti sereni e
pieni di speranza; era ciò di cui avevano bisogno, tuttavia non riuscì a fare a meno di pensare che di
quella gioia ne faceva le spese il fratello. Aidan era infelice e lei lo sapeva bene, era suo fratello e lo
conosceva meglio di chiunque altro: leggeva il tormento sul suo viso e lui le aveva raccontato quanto
gli fosse difficile mentire a Bethia. Ovviamene si sentiva in colpa nel prendere in giro quella povera
ragazza, instillandole false speranze per tenerla buona, ma a Celine del benessere della persona che fino
a poco prima dichiarava di amare non importava affatto. Lei avrebbe dovuto sapere com’era fatto
Aidan, quanto fosse marcato il suo senso dell’onore e l’attribuirsi colpe che non aveva.
Come se non fosse stata abbastanza brutta la situazione, aveva pensato di levarselo dai piedi
spedendolo in giro per le Divisioni, e il suo compagno aveva deciso di affibbiargli Bethia anche in
quella circostanza. In tutto questo Celine non aveva espresso una singola obiezione, anzi ne era
sembrata entusiasta. In quel momento sembravano già il ritratto dell’amore coniugale mentre, mano
nella mano, giravano in mezzo al popolo ascoltando i problemi di ognuno.
La giornata proseguì in quel modo. Pranzarono tutti alla taverna del villaggio e le persone
continuarono in un incessante processione, confidando ai Prescelti le loro magagne. Mavi si perse nei
ricordi: le tornarono alla mente le sortite con Celine presso il villaggio nel Regno dell’Aria, la nascita
della sua ammirazione per la Regina, il rendersi conto di quanto fosse amabile. In quel momento le
sembrò impossibile aver provato certi sentimenti. In lei si agitò un’incessante battaglia. Celine le aveva
salvato la vita, aveva messo in pericolo se stessa per farlo, l’aveva spinta a credere nel suo amore per
Aidan. Si sentiva tradita.
La sua attenzione fu destata da Tamnais che, alzatosi in piedi, si diresse verso il centro del
locale attirando l’attenzione di tutti.
«Vorrei fare un annuncio», disse, alzando la voce.
Immediatamente tutte le conversazioni si interruppero ed ebbe l’attenzione unanime.
«Vista la nostra presenza qui, e con il benestare del Sovrintendente, io e la mia compagna
abbiamo deciso di dare un ballo giovedì pomeriggio per ringraziarvi della vostra accoglienza e dare un
annuncio importante per voi tutti. Speriamo che parteciperete numerosi, le porte del castello saranno
aperte a ognuno di voi», annunciò, suscitando l’esultanza generale.
Mavi imprecò sottovoce, guadagnandosi un’occhiataccia da Brian che era lì accanto.
«Andiamo fuori cinque minuti, ti va?», domandò, cogliendo il suo malanimo.
Mavi, con un groppo in gola, si limitò ad annuire. Lontani da orecchie indiscrete avrebbero
potuto parlare liberamente.
«Sei preoccupata per Aidan?», chiese lui immediatamente.
«Certo che lo sono, ma almeno ho la certezza che se Bethia è stata mandata con lui sia
relativamente al sicuro. Sono altre le cose che mi fanno ribollire il sangue nelle vene», sbottò.
«Ad esempio?», indagò lui.
«Questa dannata festa. Figurati se lo hanno deciso su due piedi. Da quando è arrivato Tamnais
siamo stati tagliati fuori da ogni cosa, niente è più come prima. Loro decidono e noi eseguiamo come
marionette, come burattini con un copione prestabilito in uno spettacolo», cercò di spiegarsi.
«È normale, Mavi, siamo al loro servizio», tentò di blandirla lui.
«Prima non era così. Avevo pensato che Tamnais, quando Celine stava male, agisse di propria
iniziativa, invece è chiaro che decidono insieme, per lei ormai conta solo l’opinione di Tamnais. È
cambiata in tutti i sensi. Non solo non ama più Aidan, ma lo considera quasi un oggetto al suo servizio,
non ha la minima preoccupazione per il suo benessere e per gli effetti negativi che avrà su di lui il
comportamento che è obbligato a tenere con Bethia. Che cosa ci vorranno annunciare a questo
benedetto ballo? Ne hai idea?», chiese nervosa.
«Immagino sia una domanda retorica, presumo lo sappiano solo lui e Celine», replicò Brian.
«Appunto, proprio come ti avevo detto. Ormai fanno quello che vogliono completamente di
testa loro, senza più considerare nessuno. Naturalmente la nostra Regina programmava un ballo e ha
ritenuto opportuno allontanare un peso. Sarà di certo qualcosa che riguarda loro due e Aidan avrebbe
potuto esserle d’intralcio», ipotizzò Mavi.
«Adesso mi sembra che tu stia esagerando», la contraddisse Brian.
«Esagerando?», gli fece eco lei, «proprio per niente, vedrai. Ultimamente ogni occasione è
buona per sbarazzarsi di lui. Prima lo hanno relegato al compito di badante per Bethia, ora lo hanno
spedito ai quattro angoli del Regno, la prossima mossa quale sarà? Mandarlo a lavorare in qualche
Divisione sperduta? Te lo dico io come stanno le cose: Celine adesso ha Tamnais, ha paura che Aidan
possa comprometterla in qualche modo e ha deciso di sbarazzarsene poco per volta. Sa che lui la ama e
non la tradirebbe mai, né tantomeno noi perché teniamo troppo al benessere della popolazione. Penso
che tema ciò che Tamnais desidera annunciare al ballo, deve essere qualcosa di grosso, qualcosa che
potrebbe scatenare in lui qualche reazione. Se sono queste le sue intenzioni, Aidan lo deve sapere».
«E che cosa avresti intenzione di fare?», volle sapere Brian.
«È domenica, presumo che Aidan giungerà alla quarta divisione mercoledì, calcolando un
giorno speso in ogni posto. Provvederò a verificare il piano del loro giro e gli farò trovare una lettera in
cui lo informerò del ballo. Qualsiasi stupido annuncio debbano dare, lui sarà presente», chiarì il suo
piano.
«Se pensi che mercoledì sarà alla quarta Divisione, giovedì dovrebbe rientrare comunque»,
osservò Brian.
«La festa sarà di pomeriggio, potrebbero decidere di prendersela comoda e non rientrare subito.
Io voglio essere certa che lui ci sia. Qualsiasi notizia Tamnais debba dare, mio fratello lo ascolterà», fu
irremovibile Mavi.
Brian stava per aggiungere qualcosa, ma gli altri iniziarono a uscire dalla Taverna.
«Dove andiamo?», chiese rivolta a Murchadh.
«Nell’area dei campi, pare che lì ci sia spazio in abbondanza per ampliare il villaggio», replicò
lui.
Così fecero e Mavi scoprì che, mentre loro erano fuori dal locale, Tamnais aveva chiesto alla
popolazione di mostrare loro dove avrebbero potuto erigere nuove case per dare un tetto a chi era
rimasto senza, proponendo addirittura che Caswyn, riconosciuto come uno dei plasmatori di materia
più potente del loro popolo, desse loro una dimostrazione. Mavi doveva riconoscere che stavano
facendo un buon lavoro e la felicità di tutti era evidente. Osservare Caswyn, mentre dava sfoggio della
sua magia, fu un’esperienza meravigliosa ed egli si fece aiutare anche da Lonn.
Era pomeriggio inoltrato, quasi sera, quando finirono, così saltarono la visita alla grotta. Tutto
sommato, suo nervosismo personale a parte, la giornata era stata proficua, c’era un solo dettaglio
stonato. Lei conosceva bene i poteri di Celine, sapeva che se lo avesse voluto con le sue capacità
sarebbe stata in grado di verificare se lo scudo si era ampliato, rimase stupita nel non vederglielo fare.
Si disse che probabilmente ci avrebbe pensato per conto suo o forse con Tamnais, dopotutto ormai loro
erano diventati solo delle pedine al comando dei potenti, nemmeno degni di sapere come stavano
davvero andando le cose.
Lui e Bethia erano arrivati alla Divisione quasi all’ora di pranzo. I guerrieri del posto li avevano
accolti calorosamente, erano tutti felicissimi all’idea di vedere Bethia in piedi. Aidan era stato
accompagnato nell’ufficio del Maestro che la guidava e, insieme a lui, aveva lavorato tutta la giornata
per raccogliere dati sulle persone che si erano rivolte a loro e sulle richieste che erano già state prese in
carico. Bethia era rimasta per un po’ li con loro, poi erano arrivate a salutarla alcune guerriere che
conosceva ed era andata con le ragazze. Era stato felice di vederla entusiasmata all’idea di trascorrere
del tempo con qualcuno che non fosse lui e per un po’ si era rasserenato.
Quando sopraggiunse la sera, con la scusa di andare a cercare Bethia, iniziò a gironzolare per la
struttura. Sapeva che le domande che doveva porre, il vero motivo per il quale Celine lo aveva mandato
lì, non erano da fare in via ufficiale e soprattutto non direttamente al Maestro, avrebbe potuto attirare
troppo l’attenzione. Aveva capito bene dove fosse Bethia, ma fece finta di sbagliarsi e si diresse dal
capo opposto della Divisione. La sua astuzia fu premiata e incontrò un gruppo di guerrieri di rientro da
un giro di pattuglia.
«Sei nuovo?», lo apostrofò uno di loro.
«Ci sarebbe bisogno di nuovi arrivi qui, i turni sono massacranti», lo scrutò interessato l’altro.
«Spiacente di deludervi. Arrivo dalla Capitale, faccio parte del gruppo che è venuto qui con i
Prescelti», chiarì lui.
«Come mai sei qui? A proposito, io sono Clunes», si presentò il primo che lo aveva notato.
«Io sono Aidan. Sto svolgendo un incarico assegnatomi da Celine. La Regina desidera che io mi
rechi in tutte le Divisioni per fare un elenco delle richieste della popolazione e verificare quante sono
state già gestite», replicò lui, fornendo il motivo ufficiale della sua presenza lì.
«Ah, sì. Ho capito. Prima di uscire avevo cercato il Maestro, ma mi avevano risposto che era
impegnato con qualcuno in merito a ciò che hai detto. Avete già finito?», domandò Clunes.
«Sì, adesso stavo cercando Bethia, ma temo di essermi perso», spiegò Aidan.
«Ti accompagno io, so dove vanno a chiacchierare le ragazze quando sono di riposo, non c’è
problema», si offrì immediatamente Clunes.
Aidan accettò con entusiasmo e appena si furono lasciati alle spalle gli altri iniziò l’indagine
che gli stava davvero a cuore.
«Questo Regno è molto bello, sembra quasi distaccato dal resto del mondo, mi spiace per tutte
le perdite che avete subito nell’ultimo periodo», disse per attaccare bottone.
«Be', siamo distanti da tutto e tutti in quest’isola ai confini del mondo!», esclamò lui scherzoso.
«Ma è anche vero che lo Spirito di Talamh si avverte molto, non sono mai stato negli altri Regni e non
so se lì la presenza dello Spirito guida si avverte meno», proseguì poi.
«Io sì. Ho avuto questa impressione, qui la comunione con lo Spirito mi sembra più forte»,
osservò. «Prima di partire ho letto un po’ di libri sul Regno, sai tanto per sentirmi più informato, e ho
notato che ci sono anche tante storie e leggende interessanti», introdusse l’argomento.
«Ah be', quelle si sprecano», si strinse nelle spalle Clunes.
«Ce n’era una stranissima su due laoich che avevano un legame molto speciale, non sono
riuscito a capire se fosse una leggenda o una storia d’amore realmente esistita», buttò lì.
«Mai sentito niente del genere», replicò immediatamente Clunes, «è probabile che a Gallaibh ci
siano molti più libri di quanti ne possediamo qui. Ho sentito che la biblioteca sotterranea è un vero
gioiello», rispose Clunes.
Nonostante la delusione per il buco nell’acqua relativo alla sua indagine, Aidan non poté fare a
meno di condividere l’entusiasmo di Clunes: la biblioteca di Gallaibh era davvero strepitosa.
«Se sei curioso di saperne di più, tenta con i guerrieri anziani. Li riconosci perché a tavola
stanno per conto loro», suggerì Clunes.
«Te ne sono grato, ma non è così importante, era solo curiosità, ho ben altri impegni qui»,
minimizzò lui con tutt’altra intenzione.
Quando raggiunsero Bethia, si salutarono e Aidan fu felice di ascoltare i suoi discorsi relativi
alle amiche che aveva rivisto. Era una ragazza normale quando non iniziava a divagare sui
vaneggiamenti relativi alla loro storia d’amore.
Dopo cena gli sembrò stanca e fu facile convincerla ad andare a letto. Appena fu solo, tornò
nella sala comune e cercò i guerrieri che gli aveva indicato Clunes, a tavola li aveva facilmente
riconosciuti. Stavano giocando a carte davanti al camino, un tipico passatempo umano che, a forza di
mischiarsi con loro per tenerli d’occhio, si era instillato anche nelle loro abitudini. Domandò di unirsi e,
quando la sala si svuotò, prese nuovamente il discorso alla larga nella speranza che gli sapessero dire
qualcosa di più.
Purtroppo, però, nemmeno loro sapevano qualcosa; addirittura uno ridacchiando gli suggerì di
chiedere alle ragazze per certe sciocchezze e non perse occasione per punzecchiarlo, domandagli se i
guerrieri di Gallaibh fossero tutti interessati alle storie da donnicciole. Aidan dovette mordersi la lingua
per non scatenare una rissa, la sua missione doveva restare riservata ed era già stato un errore
domandare a quel tipo di persone, ci mancava solo che attirasse l’attenzione con una bella lite di cui poi
avrebbe dovuto dare chiarimenti al Maestro.
Abbattuto si recò nella sua stanza, deciso a partire al più presto il mattino seguente. Sperò di
aver miglior fortuna nella seconda Divisione. Il suo pensiero corse a Celine, si chiese cosa stesse
facendo in quel momento, se anche quella notte avrebbe acconsentito ad addormentarsi tra le braccia di
Tamnais. La cosa lo fece dare di matto come il giorno precedente, solo pensare al Prescelto gli
provocava fitte talmente atroci da paralizzarlo.
Si disse che, forse, era una punizione degli Spiriti, dopotutto desiderare di staccare la testa dal
collo di uno dei Figli della Luce non doveva essere un modo per farsi amare da loro.
Era tarda serata quando Kenina lo raggiunse, Murch pensava che non sarebbe più andata vista
l’ora, credeva che avesse cambiato idea. Aprendole la porta, si rese immediatamente conto che
qualcosa non andava, non aveva una bella espressione in volto e sembrava tutt’altro che felice del loro
appuntamento.
«Ti devo parlare», esordì, senza lasciargli nemmeno il tempo di salutarla.
«Lo avevo intuito», replicò lui scherzoso, tanto per alleggerire la tensione.
«Avrei dovuto farlo subito, ma dovevamo uscire per andare al villaggio e non ce ne sarebbe
stato il tempo. Ho fatto una cosa orribile...», lo spaventò lei.
«Kenina, parla, così immagino cose assurde. Ti prego, sii chiara», la esortò.
«Questa mattina, quando sono venuta da te, pensavo che dietro la porta ci fosse Adraste.
L’avevo lasciata socchiusa apposta. Mi dispiace. Lei mi aveva provocato...», farfugliò a bassa voce.
«Potresti spiegarti meglio?», la sollecitò confuso.
«Stavo andando nella mia stanza a recuperare il mantello, l’ho incontrata per le scale e mi ha
fatto infuriare, mi ha dato della poco di buono. Io mi sono trattenuta tanto, lo sai Murch, te l’ho
spiegato, ma sono impulsiva e non ho saputo resistere. Sono venuta verso la tua stanza, quando sono
entrata ho lasciato di proposito la porta socchiusa. Ho agito in modo orribile, lo so. Se vuoi me ne
vado...», chiarì lei.
Murch rimase per un attimo senza parole, cercò di ripercorrere cosa si fossero detti quella
mattina, cosa avesse potuto vedere e sentire Adraste.
«Forse è meglio di sì», rispose.
«Certo, capisco. Sapevo di aver esagerato, speravo che tu potessi perdonarmi», disse Kenina,
mentre indietreggiava verso la porta.
«Non voglio che tu te ne vada perché ce l’ho con te. Sono arrabbiato con me stesso, è solo colpa
mia se sta succedendo tutto questo. Se sentite il bisogno di ferirvi a vicenda, sono io che scateno queste
reazioni. È meglio se per un po’ rimango solo, magari mi aiuterà a capire come comportarmi, a fare un
minimo di chiarezza. Perdonami, ma credo sia giunto il momento che io mi prenda qualche giorno di
pausa da entrambe per decidere e mettere fine a tutto questo», tentò di giustificare la sua scelta lui.
«D’accordo. Torno in camera mia, scusami se ho agito come una stupida», lo lasciò Kenina.
Quando se ne fu andata, si rese conto che le quattro mura della sua stanza gli stavano strette e
decise di scendere in giardino: non avrebbe corso pericoli né incontrato nessuno a quell’orario. La notte
era silenziosa e il profumo della vegetazione appariva quasi intensificato, le foglie secche crepitavano
sotto i suoi piedi mentre una brezza leggera accarezzava le cime degli alberi.
Stava indugiando troppo, quasi costringendo le due a darsi contro l’un l’altra, non ce l’aveva
con Kenina, era solo colpa sua se il loro nervosismo aumentava e agivano in modo sciocco. Doveva
prendere una decisione e farlo al più presto, altrimenti avrebbe significato che non amava né l’una né
l’altra. A volte gli sembrava quasi di essere in attesa di un segno divino, che ovviamente non sarebbe
mai arrivato; trovava brutto analizzare la cosa a mente fredda, con distacco quasi, ma sapeva di dover
fare una scelta.
Adraste lo aveva colpito per la sua riservatezza, i modi pacati e gentili, la sua capacità di farlo
sentire sereno, lontano da battaglie e nemici. Kenina, invece, era precipitata nella sua vita per caso e
l’aveva messa sotto sopra. Non poteva negare di essere stato attratto sin da subito dal suo aspetto e
turbato dalla sua esuberanza. Era bastato conoscerla di più, però, a cambiare tutto. Era come un’onda di
vita che lo travolgeva. Si rese conto, quasi vergognandosi, che prima di tornare a Gallaibh non aveva
più pensato ad Adraste e che, se non l’avesse incontrata al Tempio il mattino in cui aveva scoperto che
stava studiando per la rigenerazione, probabilmente nemmeno sarebbe andato a cercarla. Più ci pensava
e più si sentiva stupido e in difetto, specialmente dopo tutto quello che aveva fatto Adraste per essere
degna di lui.
Eppure…
“Amare qualcuno non deve essere sintomo di debito con qualcuno”, gli risuonò in mente.
Provò a scacciare quel pensiero, ma ormai era attecchito. Ripensò a quando si era ritrovato solo
con Adraste sulla panchina di quel giardino, alle palesi intenzioni di lei nei suoi confronti e al suo
rifiuto. Era vero che il motivo per cui si era comportata in quel modo era sbagliato, non era se stessa e
stava tentando di emulare ciò che c’era tra lui e Kenina, ma era anche vera un’altra cosa: lui non la
desiderava. Non gli era mai venuto in mente di spingere il loro rapporto anche sul piano fisico, si era
detto che non se la sentiva per via della scelta che incombeva, che gli sarebbe sembrato scorretto, ma si
era reso conto del rovescio della medaglia. Se quella sera Kenina non gli avesse raccontato
dell’incidente con Adraste, probabilmente, non sarebbe uscita dalla sua stanza fino al mattino dopo. Gli
mancava averla con sé, come quando erano a Gallaibh e viveva in casa sua.
Quando quel pensiero lo attraversò si maledisse, dandosi dello stupido. Non avrebbe mai
dovuto fare arrivare la situazione fino a quel punto. Aveva finalmente capito cosa provava davvero.
Adraste per lui era diventata un’icona, l’aveva sublimata: la ragazza perfetta, buona, bella e pura che lo
aveva respinto. L’aveva idealizzata come se fosse solo quello e null’altro, ecco perché in quella sua
nuova veste stentava a riconoscerla e non si trovava a suo agio con lei. Era anche vero, però, che
Adraste era ben altro e lo aveva dimostrato: aveva studiato sodo provando le sue capacità, aveva
inventato delle nuove divise e si era offerta di partecipare alla missione. Non era certo di averle
concesso la possibilità di essere davvero se stessa, troppo preso a vederla come l’aveva immaginata
quando le pensava e lei era distante. Dubitò persino di essere mai davvero stato innamorato di lei, ma di
aver amato l’idea che se n’era fatto.
Doveva dirglielo, era imperativo farlo per non provocare altri danni, procrastinare avrebbe solo
peggiorato la situazione.
«Murch, non riuscivi a dormire?», lo riscosse proprio la voce di lei.
«Avevo bisogno di pensare», rispose lui.
“Diglielo, fallo subito”, gli ordinò la sua mente.
«Credevo che fossi con Kenina», lasciò cadere lei.
Murch immaginò che fosse perché aveva ascoltato la loro conversazione, forse sperava che lui
le chiedesse come mai lo pensava per darle la possibilità di raccontargli l’accaduto. Non lo fece, non
era quello che voleva, se lo avesse fatto avrebbero litigato. Gli era chiaro come vedesse Kenina e cosa
le sarebbe uscito di bocca, visto ciò che le doveva dire non gli pareva proprio il caso di iniziare con una
discussione.
«Invece, come vedi, sono qui. Sentivo la necessità di stare da solo. Come mai non sei a letto?»,
chiese.
Stava procrastinando e si sarebbe tirato un pugno in faccia da solo, ma ora che il momento era
arrivato non ce la faceva, sapeva che l’avrebbe ferita.
«Ero sveglia, e anche piuttosto di cattivo umore. Sono uscita sul terrazzo e ti ho visto
passeggiare da solo, così ho deciso di raggiungerti, volevo chiederti una cosa in merito a ciò che ha
detto oggi Tamnais», spiegò.
La cosa lo mandò in confusione, non aveva idea di cosa potesse voler sapere, si disse che forse
le interessava scoprire quando avrebbero affrontato i nemici per testare le sue divise.
«Dimmi pure», la esortò.
«So che sono una ragazza, e che dovrebbe toccare a te quanto sto per fare, ma mi chiedevo se al
ballo di giovedì mi faresti da accompagnatore. Immagino che lo vorrebbe anche Kenina, ma al ballo di
Gallaibh eri con lei, vorrei avere anch'io la mia possibilità di farti da accompagnatrice», chiarì.
Tamnais e i suoi modi non gli erano simpatici. Quella trovata del ballo, visto ciò che ne era
appena conseguito, glielo rese ancor più sgradevole.
“Dille subito la verità e chiudila qui”, disse la mente.
“Ha ragione, dalle ancora una possibilità, poi farai la tua scelta”, suggerì il cuore.
Studiò Adraste: lo stava fissando in palpitante attesa, lo sguardo carico di aspettativa. Cercò
dentro sé il sentimento che aveva alimentato per lei in tutti quei mesi, ma tutto quello che gli venne in
mente era quanto sarebbe rimasta male Kenina per la sua scelta. Eppure non ce la fece a dirle di no, a
darle la notizia rifiutandole anche quel gesto. Forse, se si fosse sentita più sicura di sé, sarebbe tornata
la solita Adraste e lui si sarebbe reso conto che stava per fare uno sbaglio. Forse non era stata solo la
sua immaginazione a fargliela vedere in un certo modo, magari ora lei gli sembrava cambiata a causa
della competizione che aveva scatenato. Si disse che, in fondo, altri quattro giorni non avrebbero
cambiato le cose e quella possibilità poteva anche concedergliela.
«D’accordo, mi sembra equo», accettò.
«Ne sei sicuro? Non è che domani Kenina ti farà cambiare idea?», domandò.
«Ho detto di sì, altrimenti ti avrei detto di no. Non è Kenina che mi dice cosa fare», replicò, più
secco di quanto avrebbe voluto.
«Rientriamo?», domandò lei.
«No. Tu vai, io rimango. Ho davvero bisogno di restare da solo. L’ho detto anche a Kenina.
D’accordo per il ballo, Adraste, ma in questi giorni vorrei del tempo per me», chiarì.
«Va bene, allora ti lascio», lo salutò lei.
Appena rimase solo, si riempì d’insulti e quando terminò ricominciò da capo. La sua
indecisione sarebbe costata cara a qualcuno, lo sapeva bene. L’indomani si sarebbe premurato di dire a
Kenina del ballo, preferiva lo venisse a sapere da lui e non da Adraste, altrimenti le cose sarebbero
davvero potute precipitare.
Capitolo 14 La Biblioteca
Domenica 6 maggio
Celine era esasperata dalla presenza di Tamnais, erano stati tutto il giorno insieme, avevano
girato tra la gente, parlato con loro e condiviso ogni secondo. Aveva sperato di poter restare un po’ da
sola quella sera, di tirare il fiato e non dover fingere almeno per qualche ora, purtroppo lui era di
diverso avviso e aveva deciso di fiondarsi in camera sua appena terminata la cena. Stava faticando a
trattenersi sulle cose che non le erano andate giù durante la giornata.
La situazione nel Regno non era delle migliori, non avevano ancora visitato tutti i luoghi e si
chiedeva se fosse stata una buona idea dare una festa. Inoltre nemmeno si era preso la briga di
discuterne con lei prima di dirlo a tutti. Come se non fosse stato abbastanza fastidioso aveva anche
detto di dover dare un annuncio, del quale lei non aveva idea. Era certa che lui non avesse agito per
scavalcarla, ma era infastidita comunque e quella sera la sua presenza imposta la spinse a cercare quasi
lo scontro.
«Puoi dirmi, per cortesia, come ti è saltato in mente di dare una festa? Ci sono un sacco di
problemi da risolvere qui, non mi pare il momento di organizzare un ballo. Un sacco di gente è ancora
senza casa!», disse brusca.
«Ho ritenuto che una festa potesse risollevare il morale, fare intendere al popolo che presto sarà
tutto a posto, inoltre più persone incontreremo e più possibilità ci saranno di scovare il portatore.
Capisco il tuo disappunto, mi sono fatto prendere dal momento, avrei dovuto prima discuterne con te.
Tu non c’eri alla presenza dello Spirito, non hai visto Talamh, non hai parlato con lei, non hai sentito il
suo dolore», si giustificò lui.
Celine fu costretta a riconoscere che aveva ragione, che in effetti il suo malessere l’aveva
costretta lontana dallo Spirito.
«Scusa, sono solo stanca, la giornata è stata lunga e impegnativa», abbozzò, «tutte quelle
persone infelici… Stew stava davvero combinando un disastro, se avessimo tardato ancora qualche
giorno la situazione sarebbe precitata, avremmo rischiato una rivolta».
«Lo penso anch'io», annuì Tamnais.
«E l’annuncio? Di che cosa si tratta? Hai qualche idea su come tentare di scovare il portatore?»,
domandò curiosa.
«Ah no, su quello non voglio dirti nulla», sorrise lui.
«Perché?», indagò.
«È una sorpresa per te, sciocchina. Vedrai, ne sarai felice».
Celine si trovò a corto di argomenti con i quali controbattere, non poteva certo dirgli che
pretendeva le svelasse una sorpresa.
«Sarà meglio riposare adesso, domani sarà un’altra giornata difficile», tentò di salutarlo,
giacché a cena avevano discusso con Erskine del percorso migliore per andare alla Biblioteca.
«Celine, non voglio che tu venga», la fece infuriare nuovamente.
«Spero che tu stia scherzando», incrociò le braccia sul petto.
«Affatto. Ho paura che tu ti senta male di nuovo. Saremo in mezzo ai nemici lì: se svenissi,
saresti una doppia preoccupazione. Nessuno potrebbe allontanarsi agevolmente con te in quello stato»,
replicò lui, deciso a lasciarla indietro.
«Non intendo restare al Castello. Sono mancata sin troppo. Se la cosa ti fa sentire più sereno,
posso proporti di contattare da solo gli Spiriti. Io verrei e basta, ma non tenterei di usare il potere, in
quel modo dovrei essere abbastanza al sicuro», propose.
«Non so, Celine, non intendo rischiare che ti succeda qualcosa, cerca di ascoltarmi», continuò a
opporsi.
«Ascolta, tu!», lo interruppe bruscamente. «Non intendo prendere ordini da te, non sei un mio
superiore. Non li ho presi da Morwenna, non da Erskine o dal Consiglio. Ho agito da sola per mesi e
conseguito dei successi. Non arriverai adesso, tu, a darmi dei comandi, Tamnais. Non sono disposta ad
accettarlo. Passi la proposta del ballo oggi, può capitare di agire sull’onda del momento, ma io non
sono il tuo secondo, né una fragile creatura da tenere a bada», terminò.
Tamnais la fissò e sembrò essere rimasto a corto di parole. Si rese conto di avere esagerato, di
essere stata più aggressiva del dovuto, ma non sopportava più di farsi trattare come un peso o una
malata.
«Mi dispiace, Celine, avevo solo paura ti accadesse qualcosa, non volevo che sembrasse io
volessi comandarti. Non volevo prevaricarti, volevo solo proteggerti», si rattristò lui.
Il senso di colpa era una lama ghiacciata che colpiva all’improvviso e lei se ne sentì trafitta
proprio in quel momento. Sapeva di essere stata ingiusta e più aggressiva di quanto non lo fosse mai
stata con Aidan, anche lui tentava di tenerla al riparo dai rischi.
«Non preoccuparti, forse sono solo troppo nervosa. Mi dispiace di aver reagito così e di non
aver inteso le tue vere intenzioni, sono stata insensibile», si sforzò di dire il più contrita possibile.
«Sei abituata a fare tutto da sola, a decidere tu. Forse ti è difficile abituarti alla mia presenza»,
rispose lui.
Il suo tono era calmo, ma era chiaro quanto fosse rimasto male dalla sua scenata. Non sapeva
cosa fare né dire. Avrebbe dovuto avvicinarsi, abbracciarlo, ma il suo corpo non voleva saperne di
obbedire a quegli ordini. Ogni volta era come se un peso la schiacciasse, facendola sprofondare in un
abisso nero. Ogni abbraccio, ogni bacio, ogni carezza era più stancante che risalire una piramide con
dei massi al traino. Il popolo non era presente, nessuno stava osservando i Prescelti che litigavano e per
quel giorno ne aveva abbastanza: era stremata dalla finzione.
«Ho un brutto carattere, Tamnais, mi sa che ti toccherà farci i conti per parecchio tempo.
Peggiora quando ho sonno e se non ti dispiace, adesso, vorrei davvero riposare. Domani mattina mi
sarò dimenticata di tutto. Spero che tu vorrai perdonarmi e fare altrettanto», disse, cercando di sorridere
mentre parlava.
«Non c’è nulla che non ti perdonerei», replicò lui.
Rimasta sola, Celine ripensò a quelle parole e si chiese se davvero sarebbe stato così. Si rispose
che Tamnais non l’avrebbe mai perdonata per quello che aveva intenzione di fare, forse non lo avrebbe
fatto nemmeno un solo membro del loro popolo. Mille dubbi l’assalirono anche sulla sorte dei loro
amici. La paura la travolse, unitamente al rimorso, e le fu impossibile non chiedersi se anche Buonia,
Caswyn, Mavi e chiunque fosse stato loro vicino non ne avrebbe fatto le spese.
Non avrebbe più pensato con sofferenza agli sguardi sprezzanti di Mavi o al distacco di Buonia,
era meglio così. Più si fossero allontanate da lei e più sarebbero state al sicuro. Al suo rientro a
Gallaibh avrebbe palesato maggiormente il distacco da tutti coloro che le erano stati cari. Un giorno
avrebbero compreso e capito, ma preferiva che il Consiglio pensasse che, qualsiasi cosa avrebbe fatto
in futuro, i suoi amici non ne avessero mai avuto la più pallida idea.
Ripensò al popolo e a quanto avrebbe deluso anche loro, la consolava solo il fatto che Fàs,
quando avrebbe detto la verità, sarebbe ormai stato sconfitto e che nessuno sarebbe più stato in
pericolo. Pensò che avrebbe potuto proporre una tregua per usare lo Scettro insieme a Tamnais ogni
volta che ce ne fosse stato bisogno per purificare il Vuoto, ma nulla più. Non avrebbe mai finto di
amarlo per l’eternità.
Quel giorno aveva intravisto la speranza del popolo, proprio come le era accaduto le altre volte,
ma con Aidan lontano non si era arrischiata a verificare se e quanto le protezioni si fossero espanse.
Temeva che le forze la abbandonassero, ma si rincuorò pensando che Lonn lo avrebbe certamente
notato, controllando i sistemi di sorveglianza prima della loro partenza.
Lunedì 7 maggio
Leabharlann Caillte, si trovava a Nord rispetto al Castello. Avevano vagliato vari percorsi
prima di partire, considerando alcuni sentieri che tagliavano il territorio e riducevano
considerevolmente il percorso. Purtroppo tutti avevano un punto debole in comune: per un breve tratto
erano al di fuori delle protezioni. Quel dettaglio avrebbe dato ai nemici la possibilità di attaccarli più
volte, fino a quando non avessero raggiunto la biblioteca. Sapevano che li avrebbero trovati, Lonn
aveva riscontrato la loro presenza tramite i nuovi settaggi dei sistemi di sorveglianza ed era stato chiaro
che non ci sarebbe stato modo di aggirarli passando allo scoperto.
Alla fine avevano deciso per il passaggio sotterraneo che conduceva alla Divisione a Nord.
Prima di sbucare fuori dal Regno c’era una piccola svolta ancora all’interno delle protezioni che
avrebbe garantito loro l’accesso più vicino alla biblioteca. Grazie alla giornata precedente, le protezioni
si erano espanse e dall’uscita della galleria sotterranea restava solo un breve tratto scoperto. Nella
Divisione Nord, fortunatamente, erano meno paranoici rispetto a quella dove si trovavano Lioslaith e
Kenner, e nessuno aveva fatto franare il terreno ostruendo la svolta.
Lonn, sempre verificando tramite i sistemi, aveva detto loro che quel mattino attorno alla
biblioteca c’erano solo quattro guerrieri ombra, mentre gli altri nemici erano sparpagliati per il
territorio. Tamnais aveva accolto la notizia con gioia: sperava che riuscissero a uccidere i nemici di
guardia rapidamente, a contattare lo Spirito e a tornare oltre le protezioni senza che arrivassero rinforzi.
Quando erano partiti sembrava persino meno contrariato della sua decisione di partecipare, e lei
ne fu felice. Le dispiaceva non poter ammirare i boschi, amava il paesaggio autunnale e ciò che aveva
potuto osservare del Regno le era entrato nel cuore, ma la via più sicura era la migliore e le dava anche
tempo di riflettere. Aveva molte aspettative per quel luogo, il motivo per cui aveva insistito per andare
erano i libri. Sperava che in quella biblioteca vi fosse una storia analoga a quella che aveva trovato
Govran, magari più ricca di dettagli. Sapeva che non avrebbe potuto indugiare a lungo, ma si augurava
di avere una piccola possibilità di cercare ciò che desiderava.
Il nome, che tradotto significava Biblioteca Perduta, rendeva perfettamente l’idea del posto. Si
narrava che Talamh avesse infuso in quelle sale buona parte del suo sapere, proprio per facilitare i figli
del suo Elemento nello studio dello stesso. Purtroppo, quando fu imprigionata, la biblioteca sprofondò
nel terreno. Per anni i Custodi rimasero alla larga da quelle sale, poi un Sovrintendente, antenato di
Stew, decise che era ora di riportare alla luce il luogo del sapere di Talamh e furono compiuti degli
scavi per riuscire ad accedere nuovamente alle sale. In seguito i Custodi avevano avuto cura del luogo e
vi avevano raccolto ogni volume possibile relativo alla storia del Regno. Aveva letto qualche
descrizione di come appariva l’ambiente, ma non aveva voluto guardare le illustrazioni, desiderava
godersi il momento del colpo d’occhio.
Appena uscirono dal tunnel, si ritrovarono immersi nel silenzio del bosco. Erskine tirò fuori la
cartina.
«Ancora un centinaio di metri e saremo allo scoperto. L’effetto sorpresa sarà determinante.
Dobbiamo ucciderli prima che si riuniscano, singolarmente sarà più facile. Inoltre deve essere tutto
rapidissimo: se riusciremo a essere veloci, non faranno in tempo a giungerne altri prima che Tamnais
abbia finito», ricapitolò.
«Potrebbero anche essersi mossi rispetto a questa mattina», portò le mani avanti Lonn.
«Sappiamo che hai fatto il possibile per fare una stima di dove erano collocati e di quanto ci
avrebbero messo a raggiungere la biblioteca, non preoccuparti. Cercheremo di essere pronti a tutto», lo
rassicurò Erskine. «Adesso fate tutti silenzio, andiamo. I cavalli leghiamoli qui», aggiunse poi, rivolto a
tutti loro.
Quando attraversarono lo scudo, lei lo percepì chiaramente:, era come se la magia di Talamh e
dell’armonia del suo Regno fosse scomparsa e si trovassero in una terra satura di male. Gli alberi vicini
alla biblioteca erano devastati, i prati anneriti, sembrava si fossero divertiti a distruggere tutto ciò che
c’era. Le doleva il petto al pensiero di quello che avrebbe trovato dentro le preziose sale una volta
custodite dalla sua gente. Osservando la radura lì attorno, non c’era da sperare in bene.
Trovarono i quattro nemici a pattugliare i dintorni. Fu facile ucciderli perché erano da soli e
distratti, e Celine si disse che era stato sin troppo semplice. Non aveva un buon presagio su quella
missione. Quel mattino era partita carica di aspettativa e speranze, ma da quando aveva oltrepassato lo
scudo era come se la paura l’avesse assalita. Mai come in quel momento sentì la mancanza di Aidan e il
bisogno di lui. Se fosse stato lì si sarebbe sentita al sicuro, a dispetto di quanto rischioso potesse essere
per se stessa; in caso di pericolo, non avrebbe esitato a usare il potere con l’aiuto di lui. Era ormai
terrorizzata dall’idea di scatenare il Potere della Luce, aveva paura di sentirsi male e crollare svenuta.
Si avvicinarono alla struttura. Della biblioteca sporgeva dal terreno solo una porzione del tetto e
della parte superiore delle finestre. Aveva letto che i Custodi non avevano scavato più a fondo proprio
per fare in modo che la luce del sole entrasse fiocamente e che le sale e i libri ne restassero quasi del
tutto protetti. Nella sezione che puntava verso sud c’era una piccola apertura, dava su una scala che
conduceva all’interno. La percorsero in silenzio e timorosi di trovarsi innanzi altri nemici; Erskine
volle andare avanti per primo. Fortunatamente non c’era nessuno.
Celine si guardò intorno e fu immensamente addolorata da ciò che vide. Il pavimento era pieno
di cocci dei globi di fuoco distrutti, di libri mezzi bruciacchiati immersi in pozze vischiose nere, di
pagine che sembravano esplose ovunque. Le librerie erano tutte accatastate da un lato, mezze rotte e
bruciate, l’aria era satura di un puzzo acre. Fu doppiamente addolorata quando osservò l’albero: una
delle particolarità di quel posto era che, quando era sprofondato, al suo interno si era creato una sorta di
micro cosmo, erano cresciuti alcuni alberi, tra i quali uno grosso e nodoso che arrivava fino al tetto
della struttura e spuntava fuori da un’apertura del muro. I suoi rami erano stati divelti, il tronco
brutalizzato. Si avvicinò, posandovi una mano sopra, e fu assalita dal dolore della pianta. Non pensò
nemmeno più di trovare qualcosa tra i libri, in quel caos sarebbe stato inutile e sciocco mettersi a
cercare ciò che le stava a cuore.
«Bene, direi che posso tentare il contatto con gli Spiriti, se siete tutti d’accordo», propose
Tamnais.
Non finì di pronunciare quelle parole perché la stanza si riempì di vortici neri, sembravano
portali proprio come quello che avevano attraversato nel Regno del Fuoco per fuggire dai domini di
Fàs. I dubhar laoich iniziarono a spuntare fuori a frotte, circondandoli. Avevano teso loro una trappola
e c’erano riusciti bene. Avrebbero dovuto arrivarci: il controllo dei sistemi di sorveglianza sarebbe
servito a poco, Urchaid aveva saputo tutto da Kaina e prima di morire aveva informato Fàs in merito.
La battaglia si animò immediatamente, i nemici non persero tempo e si fiondarono su di loro.
Celine fu afferrata da Aengus che la trascinò dietro di sé.
«Per favore, non fare scemenze», la implorò.
Vide Erskine fare lo stesso con Tamnais. Lonn, più rapido di quanto avesse potuto immaginare,
proiettò un’illusione davanti ai guerrieri ombra che si stavano dirigendo verso di lei e Aengus. Uno di
quegli esseri caricò Brian di spalle, ma Mavi fu pronta ad arpionarlo per la gola con una catena di
fulmini. Murchadh fu colpito da una scarica di energia nera mentre era già impegnato in un
combattimento, ma la tenuta della divisa di Adraste agì in modo stupefacente: il colpo fu riassorbito e
rimbalzò contro il nemico che rimase intontito quel tanto che bastava perché Kenina invocasse l’Arco
di Fuoco e lo distruggesse.
Caswyn bloccò buona parte dei nemici che si dirigevano verso le guaritrici; Ermer ed Erskine si
fecero in quattro per proteggere Tamnais, affrontando quattro nemici contemporaneamente. Anche nel
loro caso la divisa di Adraste fu determinante e li protesse dai colpi magici che i dubhar laoich
tentavano di infierire. Li avevano quasi sterminati quando dall’apertura d’accesso alla biblioteca, forse
richiamati dalle forze del male, arrivò uno squadrone impressionante. Furono costretti a indietreggiare
fino a ritrovarsi con le spalle al muro. I mostri li guardarono gioiosi, quasi trionfanti. Le cavità nere
sotto i cappucci dei loro mantelli mandarono raschi e risate stridule.
Al loro comando c’era un capitano ombra che brandiva una spada dal pomolo argentato con la
lama nera, dal cui taglio colava una sostanza che frizzava schiumando non appena toccava terra.
«Uccideteli tutti tranne i Prescelti», comandò con una voce che sembrava provenire
dall’oltretomba.
Non aveva un tono, un'inflessione, era neutra e assente, come se sterminare tutte quelle persone
fosse una cosa priva di significato alcuno. I mostri non se lo fecero ripetere e con urla stridule si
lanciarono verso di loro, colmando in un secondo il poco spazio che li divideva. Caswyn e Lonn
lanciarono diverse illusioni contemporaneamente per distrarli, ma non servì a nulla e furono loro
addosso.
Celine pensò che non vi fosse più speranza e che lei e Tamnais sarebbero finiti nelle mani del
nemico: non poteva permettere che accadesse e, anche se le fosse costato un ulteriore svenimento,
avrebbe usato il suo potere. Si sarebbe consumata piuttosto che far perire i suoi amici. Iniziò a
richiamare l’energia dentro di sé, nella speranza che i guerrieri riuscissero a reggerli ancora per qualche
secondo quando, improvvisamente, si sentì come sollevata da una strana energia, quasi fosse l’onda
d’urto di un’esplosione. Non era un Potere di Luce come il suo, non si poteva vedere, ma lo si
percepiva in ogni fibra dell’essere, sembrava quasi di essere rimbalzati.
Ciò che vide la lasciò senza parole. I nemici erano tutti immobili, fermi nella posa di battaglia
nella quale si trovavano appena un istante prima. Celine guardò verso l’alto, convinta che avrebbe
trovato ad attenderla gli Spiriti, che essi avessero nuovamente fermato il tempo, proprio come quando
lei e Aidan erano stati vittima di un assembramento simile nel Regno del Vuoto, ma così non era. Notò
che Ermer ed Erskine studiavano Tamnais quasi scioccati, poi le tornò alla mente ciò che era accaduto
nel viaggio da Gallaibh all’aeroporto e si riscosse: quello doveva essere il potere di Tamnais.
«Presto, sterminateli tutti», diede l’ordine Erskine.
Mavi lanciò dei coltelli ricoperti di scintille, mirando alla cavità nella quale si sarebbe trovato il
cuore, se quegli esseri ne avessero avuto ancora uno. Quattro esplosioni di luce e scomparvero;
immediatamente tutti utilizzarono i loro poteri per distruggerne più che potevano. In meno di un minuto
i guerrieri ombra furono annientati.
«Che cosa hai fatto? Pensi di aver scoperto finalmente il tuo potere?», interrogò Tamnais.
«Sì, questa volta è stato un uso consapevole. Ho sentito scorrere l’energia in me, ma non
capisco ancora di cosa si tratti, confido di parlarne con Talamh e spero che mi dirà qualcosa», replicò
lui.
«Come avranno fatto ad aprire quei portali? Se non sbaglio, nel Regno del Fuoco, il
responsabile era Urchaid, ma ora lui non c’è più e qui non c’è più nessuno», osservò Kenina.
«Adesso non c’è tempo per interrogarci su questo, dobbiamo tentare subito il contatto e
andarcene prima che ne arrivino altri!», esclamò Tamnais agitato.
«Siamo sicuri che sia una buona idea? Dovete aver usato molto potere», obiettò Erskine.
«Dobbiamo provarci. Celine, mentre sarò in contatto con gli Spiriti, proietterai lo scudo di luce
del quale mi hai parlato così saremo protetti», suggerì Tamnais.
«D’accordo», accettò immediatamente, felice che lui le riconoscesse le sue abilità.
Sapeva che era un rischio usare quel potere senza l’aiuto di Aidan, ma non poteva farne a meno:
in caso di arrivo dei nemici li avrebbe protetti e Tamnais sarebbe rimasto al sicuro. Avrebbe tentato di
usare meno energia possibile, intensificando la potenza dello scudo se fossero arrivati altri nemici.
Pregando di resistere più delle ultime volte, raccolse l’energia e lasciò fluire il suo potere.
Buonia non poté fare a meno di preoccuparsi. Nonostante i rapporti tra lei e Celine si fossero
nuovamente raffreddati, voleva bene all’amica. Nell’ultimo periodo usare i poteri non era stato affatto
facile come in passato, sembrava che anche solo tentare il contatto con gli Spiriti la stremasse. Si era
domandata innumerevoli volte le ragioni della cosa, le sembrava assurdo che con Tamnais accanto
avesse questo tipo di problemi perché la sua presenza avrebbe dovuto intensificare il potere.
Si era messa in ginocchio per tenere su lo scudo, era un’aura debole e pallida se confrontata con
quella che aveva usato per proteggere il corpo di Mavi nel Regno dell’Aria. Buonia si disse che
probabilmente Celine stava limitando l’uso dell’energia in assenza di forze nemiche. Studiò il suo viso
e vide quanto fosse sofferente: teneva gli occhi chiusi, praticamente serrati, le labbra contratte, quasi in
una smorfia dolorosa. Aveva fatto troppo affidamento sull’energia che condivideva con Aidan, in
passato, e dato troppa dimostrazione del potere ad altri.
Osservandola, temette che crollasse a terra stremata anche quella volta. Incitò mentalmente
Tamnais a sbrigarsi, le sembrò quasi che quella volta ci stesse più del solito. In tutta onestà non aveva
mai tenuto il tempo, si disse che forse le pareva che i minuti fossero ore per l’ansia che sentiva montare
nel petto per l’amica. Si scambiò uno sguardo preoccupato con Caswyn, anche lui teneva gli occhi fissi
sulla nipote quasi dovesse sbattere a terra da un momento all’altro.
Quando Tamnais tornò al presente, Celine lasciò immediatamente cadere la protezione. Si
accasciò di lato stremata, poggiandosi a una libreria distrutta.
«È meglio tornare per il lago un altro giorno, rientriamo immediatamente nella zona sicura»,
ordinò Tamnais.
Lei e Bhirginia corsero accanto alla Regina e le somministrarono il tonico rinvigorente, sembrò
servire a poco, ma quanto meno reggendosi a Caswyn ebbe la forza di camminare fino al cavallo.
«Se non vi dispiace proporrei di legare il cavallo di Celine dietro ai nostri e di tenerla in sella
con me», disse Caswyn, rivolgendosi a Tamnais.
«Forse è meglio», approvò lui.
Celine sembrava riuscire a tenere gli occhi aperti a stento, aveva retto lo scudo per un sacco di
tempo, molto più di quanto le avesse mai visto fare. Le sembrò buon segno che l’amica fosse riuscita a
usare il potere e non si fosse sentita male nell’immediato, ma ne appariva consumata. Gli interrogativi
le rimbalzarono in testa come tanti piccoli sassolini che provocarono una valanga. Ancora una volta si
domandò se fosse davvero possibile che Celine amasse Tamnais, si chiese come mai la presenza di lui
non fosse determinante nell’uso dei poteri di lei. Sperò stupidamente che al Castello ci fosse Aidan e
potesse aiutarla a stare meglio, ma sapeva bene che non sarebbe avvenuto: era stato mandato in
missione alle Divisioni e non si sarebbe mai più avvicinato a Celine da solo, né tantomeno avrebbe
provato a condividere il potere con lei, non dopo l’arrivo di Tamnais.
Il suo cervello sarebbe esploso dietro a tutti quei pensieri se non fosse stato per il
chiacchiericcio allegro che si diffuse tra i suoi compagni mentre cavalcavano nella zona protetta.
«Adraste, queste divise sono un prodigio, mi hanno salvato da diversi colpi ben inferti», elogiò
sua cugina, Ermer.
«Spero che, una volta giunti al Castello, tu abbia il tempo di riparare i danni subiti per la
missione di domani», si aggiunse Erskine.
«Penso proprio che ce la farò, ma non preoccupatevi, come avevo annunciato alla riunione,
quando eravamo ancora nella Capitale, ne ho fatta più di una per ciascuno in modo che ci sia un
ricambio immediato. Ad ogni buon conto mi metterò al lavoro non appena saremo di ritorno», replicò
Adraste radiosa.
«Complimenti davvero, Adraste, anch'io sono stato salvato da un brutto colpo», si congratulò
anche Murch.
«Ne sono felice», rispose sua cugina allegra.
«È un’idea portentosa, assurdo che non ci abbia pensato nessuno prima. Hai tutta la mia
ammirazione, davvero», manifestò la sua opinione anche Tamnais.
«Detto da voi, vale doppio», chinò la testa Adraste.
«Assolutamente no. È la verità, a fine missione scriverò un elogio speciale per te, Adraste»,
replicò Tamnais.
La candida carnagione di sua cugina divenne violacea.
«Non posso che ringraziare», fu la sua compita risposta.
Fu orgogliosa di sua cugina e di ciò che aveva realizzato, al contempo sperò che la cosa non
cambiasse troppo Adraste e il suo modo di porsi. In quell’ultimo periodo le era apparsa quasi
trasfigurata, molto diversa dalla ragazza che era stata fino a qualche tempo prima.
Quando giunsero al Castello, Tamnais diede ordine a lei e Bhirginia di verificare le condizioni
di salute di Celine, poi disse che una delle due avrebbe potuto prendere parte alla riunione. Celine era
priva di conoscenza da un pezzo quando la misero a letto, le pulsazioni non erano basse come la volta
precedente, ma non erano neppure ottimali.
Bhirginia si offrì volontaria per restare, visto che la situazione sembrava sotto controllo, e
suggerì a lei di andare alla riunione.
La giornata alla Divisione Ovest, seconda tappa del loro percorso, era stata particolarmente
stressante. Il compito ufficiale era andato alla grande: Lioslaith e Kenner, di stanza lì, avevano
provveduto a registrare in modo chiaro e schematico tutte le richieste ricevute con accanto una spunta
per quelle già esaudite. La parte difficile era stata indagare su ciò che lo interessava con Bethia sempre
appiccicata; la ragazza aveva iniziato a incuriosirsi in merito alla storia che aveva raccontato a qualche
guerriero e aveva finito per tacitare le sue domande, raccontandole una menzogna. Le aveva detto che
era una storia che aveva letto Mavi e che voleva farle una sorpresa con una versione più accurata che
sperava di trovare lì.
I suoi genitori adottivi non si erano visti tutto il giorno, aveva saputo che erano fuori in
missione e sarebbero tornati la sera. Non vedeva l’ora di andare nella sala comune ad attenderli, ma
Bethia apparve restia a rassegnarsi ad andare a letto.
«Ci sono tante cose che non rammenti di noi, vedrai che poco per volta ti torneranno in mente.
Non vedo l’ora, al nostro rientro, di mostrarti una cosa perché sono certa che quel dettaglio ti chiarirà
tutto», stava ripetendo per la milionesima volta.
«Magari sarà così», rispose più assente di quanto avesse desiderato apparire.
«Aidan, devo farti una domanda e voglio la verità», disse lei bruscamente.
«Chiedimi ciò che preferisci», la incoraggiò, speranzoso che esaudire quella curiosità la
convincesse a riposare e lasciargli un po’ di respiro.
«Nel periodo in cui mi sei stato lontano ti sei innamorato di un’altra? Adesso a Gallaibh c’è
qualcuno che ti aspetta?», domandò.
«Non mi aspetta nessuno nella Capitale», replicò, cercando di lasciare da parte la domanda
principale. Dopotutto quella che aveva appena detto era una mezza verità.
«Il tuo cuore è preso da qualcun altro?», insisté però lei.
Non sapeva cosa fare, non gli andava di mentire, ma dirle la verità avrebbe potuto essere
pericoloso. Se tornando al Castello avesse raccontato a tutti che lui amava un’altra, la situazione
avrebbe potuto degenerare rapidamente, compresi i possibili sospetti di Tamnais nei suoi riguardi.
«Assolutamente no», rispose, più per proteggere Celine che per vero desiderio di mentirle.
«Va bene, ti credo. Scusami, mi sei mancato molto, temevo di non vederti mai più e ho avuto
paura che ti fossi innamorato di un’altra», disse lei, abbracciandolo.
«Bethia, non prenderla male, ma questo lavoro di controllo mi stanca parecchio. Mi è tornato il
mal di testa e vorrei andare a dormire», bloccò ogni altra discussione.
«D’accordo, scusami. È così bello stare qui da sola con te che mi sembra quasi una vacanza,
dimentico che tu lavori tutto il tempo», acconsentì finalmente lei.
Quando raggiunse la sala comune la trovò vuota e rimase malissimo all’idea di essersi perso i
suoi genitori, stava per andare a letto quando li vide svoltare l’angolo.
«Aidan!», esclamò Lioslaith, correndogli incontro e abbracciandolo.
«Bentrovato, figliolo, temevamo fossi andato a dormire. Ti abbiamo atteso qui per un po’, poi
siamo andati a controllare il tabellone con i turni per domani. Tua madre è voluta ripassare e la sua
testardaggine ci ha premiato», lo salutò Kenner.
«Mi dispiace molto di avervi fatto attendere, ho dovuto convincere Bethia ad andare a dormire,
questa sera non voleva saperne», rispose lui.
«Perché? Potevi portarla qui, vederla ci avrebbe fatto piacere. Piuttosto cos’è questa storia su
voi due?», domandò Kenner.
«Non ne ho idea. Lei è convinta che sia il suo grande amore o qualcosa del genere, ma io non
l’ho mai vista prima. Nel gruppo hanno svolto qualche indagine, pare che nel periodo in cui si è ripresa
sia stata in giro per le Divisioni. Dicono sia possibile che fosse innamorata di qualche laoch deceduto e
abbia visto qui qualche mio ritratto, facendo una specie di transfer di persona», spiegò lui.
«Ora che mi ci fai pensare, me lo ricordo. Rammento che mi domandò della mia famiglia e le
mostrai alcuni quadri che ci sono nel nostro appartamento. Spero proprio non sia stata colpa mia», disse
Lioslaith preoccupata.
«Non temere, vedrai che prima o poi tornerà in sé», la rincuorò lui.
Dopotutto sua madre non avrebbe potuto immaginare che Bethia sarebbe uscita di testa
osservando dei quadri di famiglia.
«Noi siamo molto stanchi, magari potremmo rivederci domani mattina a colazione», sbadigliò
Kenner.
«Ma certo, andate pure a letto, sono io che mi sono attardato più di quanto avrei voluto»,
rispose Aidan, dispiaciuto di non poter passare più tempo con loro.
«Caro, tu vai. Io desidero restare un po’ da sola con mio figlio. È troppo tempo che non parlo un
po’ con lui e domani mattina ci saranno troppe persone per i discorsi che ho in mente», propose
Lioslaith.
«Auguri, figliolo, con questo tono sono certo che ti aspetti una paternale!», scherzò Kenner.
Sua madre gli diede uno schiaffetto affettuoso sul braccio, poi lui lo salutò e si allontanò.
Lioslaith lo guidò nella sala comune e chiuse la porta.
«Aidan, sono preoccupata per te. Le tue labbra sorridono, ma i tuoi occhi no. Quando ti ho visto
l’ultima volta prima del vostro arrivo qui, seppur di ritorno da una missione difficile, mi sembravi
felice. Adesso c’è qualcosa che mi dice che questa facciata allegra sia una menzogna», andò dritta al
sodo Lioslaith.
Proprio come Mavi non si perdeva in chiacchiere. Aidan sapeva che non poteva parlarle di
Celine, ma decise che era il momento di raccontarle dei suoi veri genitori. Scelse con tatto le parole,
per evitare di ferire i sentimenti materni di Lioslaith.
«Hai ragione», iniziò, «riesci a leggermi come solo una madre può fare. C’è qualcosa che mi
tormenta. Avevo deciso di non parlarvene, so che l’argomento non piace né a te né a papà, ma ora ne
ho bisogno. Rammenti gli incubi che mi perseguitavano da bambino? Ora sono tornati. So che sono
solo incubi, ma non riesco a smettere di pensare che loro siano morti a causa mia».
L’espressione addolorata di Lioslaith gli confermò che aveva capito di cosa parlasse senza
aggiungere ulteriori dettagli. Sembrò prendersi del tempo prima di rispondere.
«Non desideriamo parlare di loro per il tuo dolore, Aidan, non perché non ci piaccia ricordare
Raibeart e Neamhnaid. Ci fa soffrire il modo in cui ti fa sentire la loro morte, sappiamo i pensieri che
hai e conosciamo i sensi di colpa che ti affliggono. Loro ti amavano moltissimo, tua madre stravedeva
per te. Il fatto che tu abbia questi incubi testimonia che ancora non sei riuscito a perdonare te stesso,
cosa che nemmeno devi fare poiché ti attribuisci una colpa che non hai», replicò Lioslaith.
Udire i nomi dei suoi genitori gli fece correre un brivido lungo la schiena, era un’eternità che
non li sentiva. Erano sempre stati lì, sepolti in un angolo della sua mente, ma non li nominava mai, non
ce la faceva, non aveva nemmeno mai detto i loro nomi a Celine. Decise che, quando ce ne fosse stata
la possibilità, lo avrebbe fatto, gli sarebbe piaciuto sentirli pronunciare da lei.
«Non ho loro ricordi, ero troppo piccolo, non rammento nemmeno il volto di mia madre», disse
per rompere il silenzio.
«Nella nostra camera da letto a Gallaibh ci sono dei loro ritratti in un cassetto, non te ne
abbiamo mai parlato prima. Penso sia ora che tu li guardi, ci sei anche tu in alcuni. Abbiamo salvato il
poco che era rimasto integro dopo l’incendio. Troverai la chiave per aprire il cassetto nel portagioie sul
mio comodino», concesse Lioslaith.
«Sei certa che non ti dispiaccia?», domandò timoroso di ferirla.
«Aidan, so che ci vuoi bene, ma quelli erano i tuoi veri genitori, è giusto che tu senta il bisogno
di ricordarli. Cerca di farlo dimenticando il dolore, rammenta il loro amore. So che eri troppo piccolo,
ma tendi a pensare solo alla loro morte. Ogni tanto mi torna alla memoria una discussione buffissima
che ebbi con Neamhnaid», raccontò Lioslaith.
«Posso chiederti quale?», domandò lui, desideroso di sentire qualcosa su sua madre che non
fosse il modo in cui era morta.
«Certo, è una cosa divertente», sorrise Lioslaith prima di iniziare a narrare. «Era una bella
giornata e lei ti portava in giro in passeggino. Eri talmente imbacuccato che si vedevano a malapena i
tuoi occhi azzurri sbucare dal cappuccio, rammento di averla presa in giro per quanto ti coprisse,
sembrava avesse persino paura che ti ammalassi in casa. Avevi sempre qualche sciarpa o bandana, lei
diceva che eri debole di gola e tendevi a raffreddarti… Ma sto divagando. Come ti dicevo, era in giro
con te in passeggino e la incontrai, mi complimentai per quanto fossi bello, sembrava che avessi preso
il meglio di entrambi. Scherzai, dicendole che sarebbe stato fantastico se da grande ti fossi innamorato
della mia Mavi. Tua madre sorrise, poi con una convinzione che ricordo mi emozionò per l’amore che
aveva per te, disse: “Mio figlio è speciale, chiunque sia la donna che gli riserverà il destino sarà la
regina del mondo”. Sapessi quanto ti amava, Aidan, era così orgogliosa di te…».
Lioslaith continuò a parlare, ma il suo cervello si era fermato, non riusciva più a pensare ad
altro.
“Ti teneva sempre imbacuccato… avevi sempre una sciarpa o una bandana… diceva che eri
debole di gola… la donna che gli riserverà il destino sarà la regina del mondo…”.
Sua madre non temeva che prendesse il raffreddore, non gli copriva la gola, copriva la sua nuca.
Dapprima non ci aveva prestato troppa attenzione, lo aveva commosso il pensiero della preoccupazione
per la sua salute e si era distratto, ma il riferimento alla sua donna da adulto lo aveva fatto scattare:
scherzando e ridendo sua madre aveva detto a Lioslaith la verità. In quel momento ne ebbe la certezza.
Lui era nato con il marchio dei Prescelti, sua madre lo sapeva e lo teneva nascosto. Qualsiasi cosa
stessero combinando gli Spiriti, quando era bambino era davvero stato ciò che avevano detto.
Non vedeva l’ora di tornare al Castello e parlarne con Celine: se non avesse voluto a tutti i costi
proseguire nella loro indagine, sarebbe partito in quel momento stesso, avrebbe rischiato di sfiancarsi
con la materializzazione per apparire sulla terrazza della sua stanza.
«Aidan!», lo riscosse Lioslaith.
Tornò immediatamente alla realtà.
«Perdonami, stavo cercando di immaginare la scena che mi hai descritto, mi hai dato un bel
ricordo al quale pensare, te ne sono immensamente grato», sorrise a quella che per lui era stata una
madre a tutti gli effetti. «Forse è meglio se andiamo a riposare, si è fatto davvero tardi», suggerì poi.
«Non ancora, dimmi di Bethia», lo bloccò Lioslaith.
«Non c’è molto da dire, sto cercando di aiutarla per quanto possibile e spero che quando
ripartiremo se ne sia fatta una ragione», rispose lui.
«Tuo padre sperava che tu ne restassi abbagliato. Non è bellissima? Ammetto di averci sperato
anche io, avere vicino almeno uno di voi due mi renderebbe felice», lo stuzzicò sua madre.
«Sai come la penso. Non ce la farei mai a stare qui e a perdere i poteri, voi li conservate perché
stando alla divisione siete fuori dal Regno. E comunque non potrei mai amarla», rispose diretto, senza
pensare a cosa avrebbero implicato le sue parole.
«Aidan, sei innamorato di qualcuno?», domandò lei.
Si trovò spiazzato, senza parole, scusanti e troppo bisognoso di dire la verità a qualcuno, o
almeno la parte che poteva dire, di farsi consolare.
«Un po’ di tempo fa il mio cuore mi ha abbandonato, l’ho consegnato a qualcuno che troppo
spesso se lo fa scappare di mano, anche se contro i suoi desideri. Purtroppo, però, ogni volta che
precipita si forma una ferita ed è sempre più profonda. A volte mi domando fino a che punto riuscirò a
sopportarlo e se mai il mio cuore sarà nuovamente integro dopo tutti questi tagli», rispose, pensando a
ogni bacio con Tamnais che aveva spiato, a quella maledetta notte in cui non se n’era andato a e
l’aveva vista addormentarsi appoggiata sul suo petto, a ogni maledetto sorriso che Celine gli aveva
rivolto. Aveva coscienza dei veri sentimenti di Celine, di cosa provava per Tamnais e dell’amore che
nutriva per lui ma, nonostante tutto, non poteva fare a meno di sentirsi morire ogni volta e di pensare
che in fondo lui, per lei, non era mai stato abbastanza.
«E non vuoi dirmi chi è questa fanciulla? L’hai conosciuta alla Capitale? Alla Divisione di
Venezia?», domandò Lioslaith.
«Ci sono segreti che è meglio che restino tali, forse un giorno lo saprai e capirai, o magari ne
rideremo insieme», rispose lui.
«D’accordo, rispetto la tua riservatezza. Ti accompagno alla stanza che ti hanno assegnato, poi
raggiungo Kenner», si alzò in piedi.
Arrivati davanti alla sua porta, lei lo strinse fortissimo.
«Se non ti senti di guardarle da solo le immagini dei tuoi, dillo a Mavi», consigliò preoccupata.
«Quando lo farò, sarò pronto. Forse le cose andranno a posto, magari lo chiederò proprio a
quella persona», rispose con un sorriso.
«Un giorno me la farai conoscere, nessuna donna sana di mente potrebbe non innamorarsi di
te», sorrise Lioslaith lasciandolo solo.
Si sentì felice per la prima volta dopo tanto tempo. Il Prescelto era sempre Tamnais, ma almeno
aveva la certezza che gli Spiriti non si fossero burlati di lui, come aveva supposto. Iniziava ad avere
speranza, a credere che davvero potesse esserci qualcosa a cui ancora non erano arrivati. Gli dispiaceva
che i medaglioni non avessero il potere di farli comunicare a quella distanza, non vedeva l’ora di dire
tutto a Celine. Sperava solo di scoprire anche altro in merito ai due guerrieri misteriosi.
Si mise a letto e spense il globo di fuoco, facendo precipitare la stanza nel buio, poi si voltò su
un fianco. Dalla finestra poteva vedere le stelle: quella sera il cielo era sereno e si addormentò
ammirando quella visione meravigliosa.
Quando Buonia li raggiunse per la riunione, Kenina le chiese immediatamente dello stato di
salute di Celine. La guaritrice disse che era stabile e meno preoccupante della volta precedente: la cosa
la rincuorò.
In breve stabilirono il collegamento con Gallaibh e Morwenna, non trovando di nuovo Celine,
iniziò ad agitarsi. Tamnais rispiegò ciò che gli aveva detto Talamh in merito all’uso smodato che aveva
fatto dei poteri Celine da sola. La donna parve parzialmente tranquillizzata, ma Kenina si indispettì.
Rimase in silenzio per non tradire la fiducia che le era stata data, ma lei ricordava alla perfezione come
funzionava il potere di Celine e quanto la aiutasse avere accanto Aidan, cosa che vicino a Tamnais
sembrava non succedere. Apparentemente una ragione vera e propria ai suoi occhi non c’era, ma non
era questo a turbarla. Se gli Spiriti non ritenevano di dover informare Tamnais della cosa non era certo
affare suo, né le stava particolarmente simpatico. Ciò che la infastidiva era il suo parlare di Celine,
quasi come fosse debole e totalmente inadempiente senza la sua presenza, quando in passato tutti
sapevano quello che era stata in grado di fare completamente da sola. Non capiva se lui lo facesse con
intenzione o fosse semplicemente un modo di esprimersi ingenuo, poiché non diceva cose che
tendevano a evidenziare smaccatamente l’attuale inadempienza di Celine, ma la facevano comunque
apparire come una cosetta fragile e delicata, e la Regina non lo era affatto.
Si rese conto di aver perso buona parte della discussione smarrendosi in quelle considerazioni,
fortunatamente si riscosse nel momento in cui Tamnais stava spiegando quale fosse il suo potere.
«Oggi ho nuovamente usato quella strana energia che avevo già fatto partire inconsciamente
durante il viaggio di andata. Appena sono stato alla presenza di Talamh gliene ho parlato e lei mi ha
concesso la verità», stava dicendo. «Ho il potere della Ragione, riesco a influire sulla mente dei nemici
distruggendo tutte le loro resistenze e immobilizzandoli. Talamh mi ha chiarito che Ragione è l’altro
peso della bilancia di Amore, che è appunto un impulso. Proprio come la Luce che usa Celine è
immediata, forte, potente e abbagliante, il mio potere è invece invisibile e preponderante».
Tutti espressero le loro congratulazioni in merito e si dissero soddisfatti di quella scoperta.
Tamnais passò poi a elogiare l’operato di Adraste e Kenina smise di ascoltare. Non era invidiosa, se
una persona aveva dei meriti era giusto che le fossero riconosciuti e ammetteva tranquillamente che in
quel combattimento le divise speciali pensate dalla tessitrice fossero state una grande arma per loro.
Semplicemente, vista la posizione in cui si era messa con Murchadh, le faceva male sentire l’altra così
elogiata. Era amaramente pentita del gesto che aveva fatto, aveva agito d'impulso e dietro una
provocazione. Proprio lei che si era impegnata a restare calma davanti alla presenza di Adraste, e che
fino a quel momento ci era riuscita alla perfezione, si era fatta trascinare in un modo di agire stupido
all’inverosimile.
Dire la verità a Murch le era costato, ma non gli andava di mentire su una cosa del genere,
sarebbe stato un segreto troppo grosso da tenersi. Agendo in quel modo, aveva coinvolto lui senza che
ne fosse consapevole, se ne era praticamente presa gioco e non era stato corretto. Quando lui le aveva
detto di voler rimanere solo per un po’, ne era stata enormemente ferita, aveva pensato che l’avesse già
messa da parte perché in fondo il suo modo di comportarsi era stato riprovevole. Lui si era giustificato,
dicendo che non ce l’aveva con lei e che desiderava del tempo per riflettere. Gli aveva creduto, ma solo
in parte.
«Leabharlann Caillte è un luogo importantissimo per Talamh, lì aveva pensato di custodire il
sapere dei Custodi che abitavano queste terre. Il fatto che sia stata depredata e distrutta, che le piante
che vi crescono all’interno siano state brutalizzate e che i libri siano ormai quasi tutti perduti, l’ha ferita
profondamente. Ha espresso il desiderio che, una volta riportata la situazione in essere, sia tutto
rimesso a posto. Purtroppo non sarà possibile recuperare direttamente i libri. Chiedo al Consiglio di
parlare quanto prima con Cambéul e chiedergli di provvedere a radunare tutte le copie dei volumi che
possediamo nella biblioteca di Gallaibh, preparandone delle ristampe. In questo modo potremo riparare
i danni subiti, almeno in parte. Per il resto di ciò che è andato perduto per sempre si potrebbero fare
delle ricerche tra i maestri più anziani. Immagino che Cambéul possa provvedere a tutto», spiegò
Tamnais, distraendola dai suoi pensieri foschi.
Di lì a poco la riunione si sciolse, Tamnais spiegò il programma per il giorno seguente e poi
furono tutti liberi. Kenina iniziò a dirigersi verso la sua stanza, quella sera si sarebbe fatta portare
qualcosa lì perché era troppo giù di morale per scendere a cena con tutti.
«Posso rubarti qualche minuto per parlare?», la raggiunse Murchadh.
Il suo cuore perse più di un battito, non si sarebbe aspettata che lui la andasse già a cercare.
L’espressione del suo volto, però, non le trasmise buone vibrazioni e iniziò a essere assalita dall’ansia.
«Va bene, andiamo in camera mia», accettò.
Se fosse scoppiata a piangere, avrebbe preferito farlo in un luogo in cui nessuno la vedesse.
«Dimmi, ti ascolto», lo esortò quando furono soli.
«Ciò che ho da dirti non ti farà piacere, ma ti chiedo di tentare di capire», iniziò lui, lo sguardo
sfuggente.
Kenina immaginò già il resto della discussione, fu certa che il suo agire le fosse stato fatale e
che Murch avesse deciso di scegliere Adraste. Cadde quasi dalle nuvole quando lo sentì dire.
«Mi dispiace, ma ho deciso di invitare Adraste al ballo. A Gallaibh sono stato con te, mi sembra
equo trascorrere questa celebrazione con lei».
Le avrebbe fatto male restare a fare da tappezzeria, mentre loro due le sarebbero sfilati davanti
agli occhi, ma in fondo al ballo della Capitale era stato il suo turno. Non era sua intenzione far giochetti
sciocchi e farsi invitare da qualcuno, sarebbe stata al suo posto e avrebbe affrontato la cosa con
eleganza, soprattutto senza andare a cercarlo durante la festa come, invece, la gatta morta aveva fatto a
Gallaibh.
«Va bene, non c’è problema», replicò.
«Ne sei sicura? Non voglio che si creino ulteriori situazioni spiacevoli a causa mia», disse lui.
Quel commento la ferì più del fatto che portasse l’altra al ballo, non era certo una psicopatica
schizzata che andava in giro ad aggredire la gente.
«Senti, quello che è successo è accaduto per colpa della tua cara tessitrice, non mi sarebbe mai
venuto in mente se lei non mi avesse provocato dandomi della poco di buono. Piuttosto dillo a lei di
stare al suo posto, visto che siete tanto in confidenza», replicò più dura di quanto avesse voluto.
«Kenina, non volevo dire questo…», tentò di scusarsi lui.
«Invece tu volevi dire proprio questo, perché io sono quella forte, sicura di sé, mentre lei è la
povera piccola fiammiferaia, bisognosa delle attenzioni di tutti», si infuriò. Non voleva litigare con lui,
non era suo interesse peggiorare la situazione, ma non riuscì a trattenersi.
Murch, però, la stupì. Fece un passo verso di lei e le accarezzò la guancia.
«A volte sono proprio le persone più forti quelle che hanno più debolezze nascoste. Non penso
nessuna delle cose che hai menzionato e so che lo sai. Ho detto lo stesso ad Adraste, ancora prima di
parlare con te», chiarì.
«Adesso vai, per favore, lasciami sola prima che faccia qualcosa di stupido come baciarti
immediatamente. Mi hai chiesto del tempo per pensare e l’ho accettato», si allontanò Kenina prima di
cadere in tentazione.
Non riusciva a guardarlo senza pensare a come fosse stare tra le sue braccia.
«Ho imposto la stessa condizione ad Adraste, non mi intratterrò con lei fino al giorno del
ballo», si giustificò Murch.
«Non devi chiedermi il permesso, fai ciò che senti sia giusto per comprendere cosa provi
davvero», replicò, facendo ancora un passo indietro. Allontanarsi da lui fisicamente era la chiave per
impedirsi di fare qualche idiozia.
Rimasta sola non poté fare a meno di lasciarsi cadere sul letto e far scorrere le lacrime. Il suo
programma era decisamente cambiato, non avrebbe ordinato nessuna cena da farsi portare in camera,
dalla sua gola non sarebbe sceso niente oltre all'amarezza.
Buonia, dopo cena, era tornata a controllare Celine, anche per dare il cambio a Bhirginia. Era
sopraggiunto anche Tamnais, ma lei dormiva profondamente. Rassicurato dalle sue costatazioni sulla
ripresa, aveva accettato di andare a letto, ma le aveva detto che il giorno seguente sarebbe rimasta lì al
Castello con Celine. Aveva già deciso che non avrebbe partecipato alla missione successiva e la sua
amica non era cosciente per opporsi. Avrebbe voluto dire qualcosa, ricordargli che Celine doveva
essere libera di scegliere cosa fare, ma non aveva tutta quella confidenza con Tamnais. In parte le
faceva anche piacere aver la possibilità di discorrere con Celine lontano da orecchie indiscrete, i dubbi
la assalivano di continuo e sperava di aprire una breccia nella corazza dell’amica.
Uscendo dalla camera con Tamnais, rimase sola con lui e trovò il momento per fargli una
domanda che le stava a cuore.
«Perdonate se ve lo chiedo», iniziò, «ma non avete specificato cosa farà Caswyn domani», gli
fece notare.
Lui le riservò uno sguardo perplesso.
«Celine non separa mai marito e moglie, o le coppie in generale. Anche nel Regno del Fuoco,
quando Brian è stato male e mi sono fermata al Castello per prestargli le cure, Celine, ha ordinato che
Caswyn rimanesse con me», spiegò Buonia.
«Suppongo che il mio matrimonio con Celine trasformerà te e Caswyn in una sorta di zii
acquisiti per me», la spiazzò Tamnais, «quindi direi che possiamo anche smettere di darci del voi».
«Come desideri», rispose Buonia, presa in contropiede dal quel cambio di argomento.
«Immagino che questo mi consenta di parlare con chiarezza con te. Mia cara Buonia, nel Regno
del Fuoco c’erano le protezioni attive, Celine ha potuto permettersi di optare per una scelta simile.
Domani andremo allo scoperto in un luogo infestato dai nemici, Celine non può aiutarci perché è
debole e mi servirà tutto l’aiuto possibile. Non mi posso privare dell’unico illusionista esperto», chiarì
Tamnais, trattandola con sufficienza.
«Ma c’è anche Lonn, è molto bravo», fece presente.
«Lonn ha iniziato ora a usare davvero le sue abilità, temo che senza la presenza di Caswyn
possa trovarsi spiazzato. Non intendo e non posso lasciarlo qui a far niente. Mi dispiace, Buonia, ma
dovete maturare come gruppo. Siamo guerrieri e dobbiamo essere pronti anche a morire per servire la
causa. Facendo parte di questa squadra, avete aderito a un giuramento e non devono esistere questi
gruppetti, coppie e legami familiari. Se c’è da combattere, lo si deve fare. Sarebbe stato lo stesso se
avessi lasciato Bhirginia qui. Non mi sarei privato di Aengus. Spero vi rendiate conto di come stanno le
cose e che domani non ci saranno problemi. Mi auguro che come zii e persone così vicine a Celine
domattina non vogliate causare disagi alla spedizione. Non penso che Morwenna e il Consiglio
sarebbero felici di sapere che Caswyn si rifiuta di fare il suo dovere», rispose Tamnais.
Le sembrò quasi una minaccia.
«Assolutamente no. Perdonami per la mia richiesta, ero abituata a regole diverse», fece
immediatamente dietro front.
«Vedrai che Celine sarà d’accordo con me: la missione viene prima di tutto», le sorrise lui.
«Buonanotte, Buonia», la salutò, lasciandola lì in mezzo al corridoio come una stupida.
Rattristata dalla piega che avevano preso le cose, si diresse verso la sua stanza ma fu intercettata
da Adraste.
«Parliamo cinque minuti, cugina?», le sorrise.
«Certo», acconsentì Buonia, seguendola. Le fece piacere avere la possibilità di capire come
stessero andando le cose per lei.
«Complimenti per le tue divise, sono certa che la cosa avrà grande risalto», si congratulò.
«Grazie, in effetti ho molti motivi per essere felice oggi», replicò Adraste con un sorrisetto.
«Ad esempio?», domandò Buonia incuriosita.
«Non hai visto che questa sera quella poco di buono a cena non c’era?», domandò Adraste,
riferendosi chiaramente a Kenina.
Buonia fu colta in contropiede, non le fece piacere sentire parlare così della guerriera, lei non la
considerava tale.
«Adraste, non conosci bene Kenina, non è una poco di buono…», tentò di difenderla.
«Certo, infatti è per questo che è andata a letto con Murch quando lui le aveva comunque detto
di essere preso da un’altra persona. Sempre perché non è una sgualdrina ha continuato a farlo per tutto
il tempo in cui siamo stati alla Capitale, abitando persino in casa sua. Poi avrà certamente proseguito
anche qui, almeno sin quando lui non si è tolto le fette di prosciutto dagli occhi. Quelle come lei sono
tutte così. Il suo rango la difende da qualsiasi cosa e sarà sempre una moglie appetibile per chiunque,
come erede del Regno del Fuoco. Quando si stancherà di giocare alla guerriera avventurosa, o perderà
interesse nel fingere per dimostrare a Murchadh che è capace di sporcarsi le mani, tornerà nel suo bel
castello a comandare e a fare la nobile nullafacente», la sommerse di parole Adraste.
«Cara, so che ce l’hai con lei per una forma di competizione, ma Kenina non è una che si
crogiola sugli allori, credimi. In missione si è data da fare più di tanti altri, sapeva cose che se non vivi
davvero il territorio non conosci. È abile e svelta in battaglia, segno che non si è mai tirata indietro
rifugiandosi al castello», tentò ancora di farla ragionare.
«È una parte, Buonia, probabilmente se l’era studiata in vista della vostra visita da Gallaibh per
fare bella figura. Appena Murch le darà il ben servito, farà la sua valigia e se ne tornerà da papino con
la coda tra le gambe. Probabilmente ci mollerà a metà missione», fu la secca replica di sua cugina.
«Perché dici così? Murch ti ha detto qualcosa?», domandò curiosa.
«Non lo sa ancora nessuno, ma io sarò la sua accompagnatrice al ballo. Questa sera lo ha detto
alla piccola vipera e quando non l’ho vista scendere a cena ho esultato. Sarà stata in camera sua a
piagnucolare e a disperarsi. L’ho battuta, Buonia. Murch presto sceglierà la migliore!», esclamò
Adraste trionfante.
Buonia fu turbata dal suo modo di parlare, sembrava quasi parlasse di una vittoria in battaglia
più che dei sentimenti che provava per l’uomo che amava. Non una parola sull’emozione di partecipare
al ballo con Murch, solo la sua supremazia su Kenina.
«Hai avuto notizie dai tuoi genitori? Non si sono presentati alla prova di rigenerazione, benché
io li abbia invitati», provò a cambiare discorso.
«Mai sentiti. Cosa vuoi che me ne importi. Che restino pure a fare gli umili fattori se a loro
piace tanto. Ti rendi conto di che cosa ho inventato? Le mie divise ci metteranno in una nuova
posizione di vantaggio. Che cosa vuoi che mi importi della loro approvazione? Prima non mi hanno
voluto, se cambieranno idea dovranno prostrarsi in ginocchio. Mi hanno trattato come qualcuno di
abietto e così li ricambierò. Tamnais parlerà di me e di ciò che ho fatto, presto sposerò un laoch che fa
parte della Guardia dei Prescelti, potrò rigenerarmi per sempre, per cui che cosa vuoi che mi interessi di
loro. Che continuino a zappare la terra», sputò Adraste.
Buonia rimase pietrificata. Aveva già avvertito il cambiamento in Adraste quando parlava dei
residenti quasi in modo sovversivo, ma in quel momento le sembrò solo una pazza piena di sé.
«Adraste, ti conviene darti una calmata e cercare di restare con i piedi per terra, non perdere di
vista ciò che sei», suggerì.
«Solo perché tu ti sei sposata con Caswyn e sei la più importante guaritrice del nostro mondo,
ma ancora fai quasi la serva a Celine, non vuol dire che tutti gli altri debbano essere come te. Dovresti
svegliarti e comportarti come la signora che sei, non come la lustrascarpe della Regina. Che si prenda
una servitrice», la aggredì Adraste, mortificandola.
Il commento la ferì profondamente. Lei non si era mai sentita in quel modo, aveva voluto
continuare a occuparsi di Celine, nonostante le cose fossero ampiamente cambiate, perché la
considerava come una sorella. Amava stare con lei e sapeva bene che Celine non l’aveva vista come la
sua sguattera. Però la nuova condizione della loro amicizia la faceva stare male e il commento di
Adraste aveva posto l’accento su quella ferita.
«Forse hai ragione, ma ognuno di noi è ciò che è, evidentemente siamo più diverse di quello che
mi era sembrato. Adesso vado a letto. Domani, mentre tu andrai in missione per controllare il buon
funzionamento delle tue prodigiose divise, farò da sguattera a Celine che sta male, quindi voglio
riposarmi», rispose tagliente, sbattendosi la porta alle spalle.
Subito dopo si pentì, avrebbe dovuto mantenere la calma e tentare di fare ragionare Adraste. Era
certa che continuare su quella china non avrebbe portato niente di buono a sua cugina. Nella vita
dimessa e solitaria che conduceva prima era una persona preferibile, il miglioramento della sua
condizione sociale le aveva dato alla testa: se non fosse scesa con i piedi per terra, sarebbe volata via,
trasportata dal vento impetuoso dei cambiamenti.
Capitolo 15 Ordini contrastanti
Martedì 8 maggio
Celine si svegliò di buon’ora, si sentiva ancora un po’ spossata, ma tutto sommato stava bene.
Tuttavia, quando sentì aprirsi la porta, finse di dormire perché non aveva voglia di parlare con
Tamnais. Anche la sera precedente era sveglia, lo aveva ascoltato mentre diceva a Buonia che lei
sarebbe rimasta al Castello, quasi fosse stata sua figlia e lui avesse deciso per lei. La cosa l’aveva
irritata a morte ma, nonostante tutto, aveva fatto finta di niente. Ci teneva ad andare alla biblioteca
perché sperava di scoprire qualcosa di utile per lei e Aidan, mentre poteva anche fare a meno di andare
alla spedizione di quel giorno.
Le sembrava di essere moralmente svuotata, sapeva che avrebbe dovuto essere battagliera per il
suo popolo e che sarebbe stato giusto insistere nella stessa maniera anche per andare al lago e alla
cascata, ma avrebbe dovuto affrontare un’altra discussione con Tamnais. Inoltre quei luoghi erano
molto più allo scoperto rispetto alla biblioteca: se si fosse sentita male, sarebbe davvero stata un
pericolo e un peso per tutti. Senza Aidan non riusciva a mettere mano ai suoi poteri come prima e
l’aiuto che sarebbe dovuto pervenirle da Tamnais non sembrava arrivare. Era quasi anche giunta a
pensare che lui facesse apposta a non darle energia, proprio per farla apparire più debole.
Si era data della pazza per quei ragionamenti assurdi, le dava fastidio che lui stesse prendendo il
suo posto relegandola in secondo piano, era troppo abituata a fare le cose da sola, a decidere
autonomamente e soprattutto a non avere accanto l’ingombrante presenza di qualcuno che non voleva.
Le salì presto in bocca l’amaro sapore del disagio che le procuravano i pensieri cattivi che faceva su di
lui.
Qualche tempo dopo udì la porta riaprirsi e sbirciò con discrezione chi fosse entrato, tirò un
sospiro di sollievo realizzando che era Buonia.
«Ti sei svegliata finalmente!», esclamò l’amica, quando lei si stiracchiò con fare indifferente.
«Ho dormito molto?», domandò.
«Da quando siamo tornati dalla missione», replicò Buonia.
«Accipicchia, devo essermi davvero stancata», lasciò cadere.
«Prima che ti arrabbi con me, ti dico subito che se ne sono già andati. È stata una decisione di
Tamnais, temeva che oggi fossi troppo stanca per unirti alla spedizione odierna», la informò Buonia.
Celine stava per dare una delle sue risposte pungenti sulla preoccupazione di Tamnais, ma si
rammentò cosa si era ripromessa pochissimo tempo prima e si morse la lingua.
«Non posso che essere felice che il mio compagno abbia così a cuore il mio benessere, almeno
c’è lui a portare avanti tutto», rispose.
Buonia la guardò allibita, ma si riprese subito.
«Tamnais ieri sera alla riunione ci ha spiegato in cosa consiste il suo potere», cambiò
argomento mentre posava sul tavolino un cabaret con la sua colazione. «Non mangi da ieri mattina,
immagino che tu abbia fame», aggiunse poi.
Celine si alzò e si mise seduta a tavola, mentre Buonia si accomodò davanti a lei.
«Sei sempre così gentile a pensare a me, grazie per la colazione, in effetti ero parecchio
affamata. Se ti va, mentre mangio, raccontami pure del suo potere», la sollecitò poi.
Era stata talmente presa dalle sue elucubrazioni sul nervosismo che le provocava la
prevaricazione di Tamnais e non aveva più pensato al suo potere.
Quando Buonia terminò il racconto, rimase a bocca aperta. Il potere di Tamnais era a dir poco
sbalorditivo: la possibilità di immobilizzare tutti i nemici era un’arma molto migliore della sua. Era
vero che lei, con il suo Potere di Luce, poteva falciarli via all’istante, ma li uccideva indistintamente. Il
potere di Tamnais, invece, in caso di Custodi corrotti avrebbe concesso loro la possibilità di salvarli,
mentre sterminavano i guerrieri ombra in tutta tranquillità.
«È stata anche incredibile la sua forza, Celine. Non ha avuto un minimo di cedimento»,
evidenziò Buonia, facendola sentire totalmente inutile.
«Già, ho notato, c’ero anche io», rispose lei.
«Non voglio dire che tu non fossi forte, ma era diverso, ti aiutava Aidan», si lasciò sfuggire di
bocca, arrossendo immediatamente.
«Adesso non è più possibile e non credo servirà», tagliò secca.
«Però stai così male, insomma mi sembra impossibile che il motivo sia che hai usato troppo i
poteri», obiettò Buonia.
«Ne abbiamo già parlato. Ho peccato di presunzione, Buonia, ho tenuto dei comportamenti
immaturi e assurdi. Avrei dovuto lasciare subito perdere Aidan, ma come una bambina capricciosa mi
sono intestardita e ho puntato i piedi. Non so cosa fosse quel potere che ci legava, non mi importa
neppure di scoprirlo, ma è chiaro che gli Spiriti mi stanno punendo, facendomi scontare il peso delle
menzogne che sono andata raccontando a tutti. Fingevo di padroneggiare tutto quel potere, ma non ne
ero minimamente capace. Quando saranno certi che abbia imparato la lezione, tutto tornerà a
funzionare come prima, anzi meglio visto che ora c’è Tamnais», rispose.
«Immagino sia anche una bella seccatura non poter parlare con loro», osservò Buonia.
Celine lo trovò un terreno di conversazione più sicuro, di quello poteva discorrere. Le mancava
da morire l’amica, era così felice di poter trascorrere del tempo con lei, ma al contempo era come se
fosse sola, non poteva dirle davvero tutto.
«È molto fastidioso, penso rientri anche questo nel loro castigo per i miei comportamenti
passati. Vorrei davvero confrontarmi con loro, immagino che me ne daranno la possibilità un giorno,
probabilmente decideranno loro quando e faranno in modo che Tamnais non ascolti», replicò.
«Non glielo dirai mai?», chiese Buonia, spiazzandola. Non si sarebbe aspettata quella domanda.
«Stai scherzando? Secondo te potrei dire al Prescelto, l’uomo della mia vita, che prima che lui
facesse la sua comparsa mi ero innamorata di un altro? Penserebbe che in me c’è qualcosa che non va,
magari mi ripudierebbe. Non posso, Buonia. È stata una leggerezza, una cosa che non significa niente.
Credimi, non gli mento solo per salvare me stessa, lo faccio anche per il popolo. Non posso sapere
come prenderebbe una rivelazione del genere. Ne sarebbe addoloratissimo, ma magari potrebbe anche
decidere di parlarne con il Consiglio. Se la cosa passasse di bocca in bocca, sarebbe la rovina per la
nostra gente e rovinerei anche la vita di Aidan», chiarì.
«Non temi che qualcuno al corrente di quanto c’era tra voi possa parlare, ad esempio Lonn che
non conosciamo bene», la interrogò Buonia.
«Mi auguro che Lonn abbia il buon senso di stare zitto, ho fatto molto per lui e conto sulla sua
gratitudine. Per quanto riguarda gli altri, immagino che vogliano troppo bene ad Aidan per commettere
una leggerezza simile. Tamnais lo allontanerebbe subito, poco ma sicuro», rispose.
«Non pensi che per lui sarebbe la cosa migliore, da un certo punto di vista?», chiese Buonia.
«Forse sì, ma deve essere una scelta sua: se mi chiedesse di andarsene avrebbe il mio permesso,
ma non glielo imporrei mai. Perché dovrei allontanarlo dai suoi amici più cari e da sua sorella? Sarebbe
pura cattiveria. Per me lui non significa più niente e so bene che lui sa stare al suo posto, non c’è
motivo per cui dovrei porgli un obbligo simile», dichiarò.
«Penso che tu abbia ragione», rispose Buonia, alzandosi in piedi e prendendo il cabaret con gli
avanzi del suo pasto.
«Dove vai?», domandò Celine.
«A riportare questo di sotto, poi andrò un po’ in infermeria a controllare le scorte di pozioni e
del tonico per te. Visto che sono qui, tanto vale che mi dia da fare in qualcosa di utile. Riposati, Celine,
almeno domani starai meglio», suggerì Buonia.
Non le aveva chiesto di andare con lei in infermeria, non stava così male da dover stare a letto:
non glielo aveva domandato perché non desiderava la sua compagnia, era chiarissimo. Non vedeva
l’ora di lasciare quella stanza.
«Ti darà una mano Caswyn?», domandò, tanto per parlarle ancora un po’.
«No…», rispose Buonia senza aggiungere altro. Il tono non le piacque per niente.
«Buonia, va tutto bene? Hai dei problemi con Caswyn?», si allarmò immediatamente.
«No, nessun problema tra noi», tagliò la sua amica.
«Vuoi dirmi cosa non va? Hai cambiato tono, ti conosco», insisté Celine.
«Senti, non voglio parlare male del tuo futuro sposo, ma le cose sono un po’ cambiate. Tu stai
male e non riesci molto a seguire, ma Tamnais ha un modo di guidarci un po’ diverso, come anche idee
differenti dalle tue. Caswyn è andato in missione, proprio come tutti gli altri», la gelò Buonia.
Per quanto si sforzasse, quella notizia la fece uscire di testa. Mai avrebbe mandato in un posto
sotto attacco il marito di qualcuno occupato in altre mansioni.
«Stai scherzando?», domandò, senza curarsi di contenere rabbia e sconcerto.
«Affatto», rispose Buonia secca.
Celine afferrò di scatto la divisa dalla sedia sulla quale era stata appoggiata.
«Che cosa stai facendo?», chiese Buonia allarmata.
«Mi pare ovvio, li raggiungiamo», rispose agguerrita.
«Non scherzare, Celine. Potremmo incontrare dei nemici da sole, non hai la forza di usare il tuo
potere, mi ucciderebbero e ti porterebbero via. Ragiona», la bloccò Buonia.
«Ma io non posso permettere una cosa del genere!», esclamò preoccupata.
«Ormai è fatta, sono andati. Se ieri sera fossi stata sveglia, avrei provato a parlartene, ma stavi
male. Magari quando rientreranno potrai chiarire ciò che pensi con lui. Per quanto possa contare, mi ha
garantito che tu saresti stata d’accordo con la sua linea di pensiero, anche per questo non ho ritenuto
opportuno parlartene».
Il senso di colpa l’assalì di nuovo. Non aveva idea che Tamnais se ne fosse uscito con una cosa
del genere, altrimenti non avrebbe fatto finta di dormire, lo avrebbe affrontato. Aveva agito in quel
modo perché non desiderava la sua compagnia, terrorizzata che volesse di nuovo infilarsi nel letto con
lei e passasse la notte lì. Era stata un’egoista. Pensando a se stessa e cercando di tenerlo lontano per
non dovergli riservare attenzioni, gli aveva dato la possibilità di fare qualcosa di tremendamente
sbagliato. Della sua mancanza di senso del dovere ne avrebbe pagato le conseguenze Buonia; poteva
solo sperare che Caswyn tornasse sano e salvo e non gli accadesse niente, o si sarebbe portata il senso
di colpa per sempre.
«Non può decidere certe cose autonomamente. Gli hai fatto presente che ha sempre funzionato
differentemente?», indagò.
«Certo che l’ho fatto. Mi ha detto che presto sarò sua zia e che avremmo potuto parlare con
franchezza, invitandomi a dargli del tu, dopodiché mi ha trattato con sufficienza e rammentato che nel
Regno del Fuoco le protezioni attive ti hanno consentito di agire in altro modo», chiarì Buonia.
Celine stava schiumando di rabbia. Andava bene dimostrare a tutti che lei amava Tamnais, ma
non poteva sopportare che si comportasse in quel modo. Certe cose non le avrebbe mai accettate,
nemmeno da Aidan.
«Mi dispiace, Buonia, questa sera mi sentirà. Non sono disposta a tollerare che prenda certe
decisioni in autonomia. Tamnais non mi sembra molto portato per il lavoro di squadra, forse aver
vissuto tutta la vita da solo in mezzo ai nemici lo ha abituato a dover decidere sempre
autonomamente», rispose, cercando anche di scusarlo.
«Perdonami la franchezza, ma non riesco proprio a capire come tu possa amare uno come lui.
Profezia o non Profezia, non mi sembrate affatto una coppia ben assortita. Ora, se vuoi scusarmi, vado
a fare qualcosa di utile, non sia mai che al suo rientro mi riprenda dicendomi che sono stata qui a far
niente», rispose Buonia, prendendo la porta infuriata.
Celine sapeva che non poteva darle torto. Aveva perfettamente ragione. Purtroppo, non solo non
lo amava e ogni singola attenzione che gli riservava le costava così tante energie che le sembrava quasi
la prosciugassero, ma era anche diametralmente diverso da lei nel modo di pensare e di agire.
Murchadh, in groppa al suo cavallo, era pensieroso. Aveva notato il malessere di Kenina e se ne
sentiva responsabile. Era evidente che, nonostante eseguisse gli ordini e fosse attenta come sempre,
fosse abbattuta. Sapeva di non potersi tirare indietro dall’impegno che aveva preso con Adraste,
tuttavia ne aveva avuto la tentazione. La cosa lo lasciava spiazzato e si dava dello stupido da solo.
Sarebbe stato meglio se quella sera, anziché accettare la sua proposta, avesse detto ad Adraste che
aveva preso una decisione. Tuttavia, ormai, aveva acconsentito ed era deciso a darle la possibilità che
meritava e che non si sentiva di averle concesso.
A colazione Tamnais aveva leggermente cambiato il programma, decidendo che quel giorno
avrebbero proceduto all’aperto, visto che una porzione di lago era facilmente raggiungibile da poco
distante dello scudo protettivo. Il percorso sarebbe stato più lungo, ma avrebbe concesso loro di
avvicinarsi anche alla grotta mentre percorrevano la strada che li avrebbe condotti allo scoperto. Uamh
an Tùirse non era certo un nome invitante, significava infatti “Caverna Maledetta”. La leggenda che
aveva raccontato Morwenna raccontava che, in quel punto, nell’antichità fosse stata combattuta una
strenua battaglia con le forze del nemico. Quella porzione di territorio originariamente era fuori dai
confini del Regno e Fàs vi aveva costituito una sorta di roccaforte per attaccare continuamente Talamh.
Le loro forze, allora superiori, avevano epurato il luogo e Talamh lo aveva reclamato come suo. La
popolazione aveva visto lo scudo ampliarsi e inglobare anche quei territori all’interno del Regno,
tuttavia nessuno lo visitava. Sembrava che da cunicoli e gallerie arrivassero urla e voci che
terrorizzavano chiunque si avvicinasse.
Murch rimandò la mente alle sue conoscenze sull’elemento. In senso astratto le caverne
rappresentavano un accesso alle viscere della terra, un po’ come fossero una porta per l’oltremondo, ed
era fortemente convinto che parte delle leggende sui sussurri che spaventavano il popolo fossero da
attribuirsi anche a paure più ancestrali legate al fatto che i luoghi oscuri erano spesso pericolosi. Nelle
caverne, ovviamente, la luce del sole non penetrava e si aveva più percezione delle potenze telluriche.
Lui la vedeva più come un qualcosa di iniziatico piuttosto che come un percorso dall’oscurità alla luce,
dall’ignoranza alla conoscenza.
Sperò che Tamnais ricavasse qualche buona informazione per la loro missione, ma si diede
subito dello sciocco. Visto che l’inglobarsi di quella porzione di territorio era avvenuto dopo la
creazione del Regno, non si riteneva possibile che la Falce del Destino della Terra fosse stata forgiata
lì.
Tamnais era voluto andare da solo, e al suo ritorno riportò che non vi era assolutamente nulla di
interessante e che lo Spirito neppure gli era apparso. Murch pensò fosse strano, avrebbe giurato che
nelle viscere della Terra fosse più semplice un contatto con Talamh, ma d’altra parte lui non era uno
dei Prescelti e non aveva l’autorità di questionare in merito.
Si apprestarono così a continuare il loro percorso verso Nord-Est per raggiungere Loch
Dìomhair e le vicine Easan Fuaimneach. Il Lagno Ignoto e le Cascate Fragorose condividevano
un’altra interessante storia, sempre appresa da Morwenna durante la sua spiegazione a Gallaibh. Quella
zona, infatti, in origine era una bellissima valle in mezzo alle montagne, coltivata con alberi da frutto.
Chi ne aveva cura era il fattore più bravo del Regno, ma come tutti i residenti era destinato a morire di
vecchiaia. Arrivato al termine della vita, era ancora indeciso su quale dei due figli avrebbe ereditato
quella terra, non gli andava di dividerla a metà visto che era stata una cosa sola da sempre. Dispose
allora che i figli, durante tutto l’anno a seguire dalla sua morte, avrebbero dovuto distinguersi in
svariate attività e chi dei due si fosse dimostrato più bravo sarebbe divenuto padrone del terreno.
Durante quell’anno i ragazzi fecero di tutto, misero persino in pericolo le loro vite offrendosi di
portare vivande nei campi di battaglia al di fuori del Regno, ma non fecero la cosa più importante:
curarsi di quella terra. Poco per volta, senza nessuno che vi badasse, gli alberi iniziarono ad ammalarsi
e a morire, la terra ai loro piedi tramutata in un campo di frutti marcescenti. Nessuno li coglieva, essi
cadevano dagli alberi e marcivano a terra. I figli avevano deciso che, visto che la terra non apparteneva
a nessuno di loro, non ne erano interessati. Perché mai avrebbero dovuto dedicare tempo attenzione a
qualcosa che esisteva la possibilità andasse all’altro? L’anno passò e, quando fu fatto il conteggio dei
meriti, risultò che nessuno era il vincitore.
Rimasero per un po’ indecisi sul da farsi, nessuno dei due era pronto a considerare l’idea di
cedere la terra all’altro, terra di cui non si erano minimamente curati e verso la quale non avevano
dimostrato il minimo amore, ma che faceva loro gola solo per gli introiti che produceva. Decisero
infine che si sarebbero sfidati a duello con la spada e che il migliore avrebbe avuto la terra. Il mattino
successivo, seguiti da un giudice e da testimoni, si apprestarono a raggiungere la valle per combattere
sul terreno conteso. Non appena arrivarono, però, la terra prese a tremare, la montagna si spaccò in due
e da essa scaturirono fragorose cascate. Presto la valle si riempì d’acqua davanti ai loro occhi,
trasformandosi in un lago e coprendo alla vista lo scempio in cui l’avevano trasformata in quell’anno di
incuria.
La voce di Talamh risuonò nell’aria. «Ecco cosa erediterete: la metà di un lago che con la sua
bellezza e le sue acque cristalline coprirà il vostro egoismo. Queste acque non avranno pesci e non
daranno tipo di frutto alcuno, come monito che l’avidità nulla genera e nulla produce».
Lo riscosse la voce di Tamnais che dava l’ordine di fermarsi e legare i cavalli agli alberi, erano
giunti sul limitare delle protezioni.
«Come intendiamo procedere?», domandò immediatamente Erskine.
«Dovremo avanzare e vedere come va. I sistemi di sorveglianza li rilevavano dall’altra sponda,
ma sappiamo bene che non possiamo farci affidamento», replicò Tamnais.
Armati di coraggio uscirono dalle protezioni. Il lago apparve limpido e cristallino, nelle sue
acque, ma i resti degli alberi sulle sponde erano riflessi: i nemici li avevano distrutti e insozzati con i
loro poteri malefici. Dove una volta si sarebbero specchiate le intriganti sfumature d’oro e di rame date
dalle foglie autunnali, si vedevano solo residui carbonizzati e radici divelte.
«A quanto pare non hanno usato il loro solito trucchetto qui», osservò Erskine.
«Ci avevo già pensato anch'io. Strano che non lo abbiano fatto, visto che l’acqua gira in tutto il
Regno», gli fece eco Ermer.
«Il nemico non è sciocco e non spreca energie in attacchi inutili. Sapranno che abbiamo trovato
una cura e avranno ritenuto inutile ripetere lo stesso gioco», ipotizzò Tamnais.
«Probabilmente è così», gli diede ragione Erskine.
«Sembra non esserci nessuno», disse Brian, che si guardò intorno dubbioso.
«Mi sembra strano, c'è troppa calma», fu la guardinga osservazione di Mavi.
«Non c’era qualche casa qui nei dintorni? Mi sembra di rammentare che ci abitassero delle
persone», domandò Aengus.
«Sì, è così, purtroppo nessuno di loro è tra gli sfollati. Quando i nemici sono riusciti ad
attraversare questa porzione del Regno, li hanno falciati tutti», chiarì Erskine.
«Falciati o inglobati nelle loro fila? Non possiamo escludere che prima che Celine lo uccidesse
nel Regno del Fuoco, Urchaid sia venuto qui a fare il suo sporco lavoro. Dopotutto questi luoghi sono
sotto attacco da mesi», rispose Aengus.
«Se li trovassimo, ci penserebbe Celine. Con il suo potere potrebbe guarirli!», esclamò Kenina.
«Celine ha bisogno di riposo», replicò secco Tamnais.
«Certamente, Altezza, ma ciò non toglie che potremmo catturarli e attendere che lei stia
meglio», fece presente Kenina.
«Vedremo il da farsi a seconda di come si evolveranno gli eventi. Vista la pace che sembra
esserci vorrei tentare il contatto», annunciò Tamnais.
«D’accordo. Noi ci schiereremo attorno a Voi e provvederemo a proteggervi, in caso i nemici
facciano la loro comparsa», prese in mano la situazione Erskine.
Lui avrebbe obiettato che non era il caso, sarebbe stato meglio piuttosto fingere e accertarsi che
i nemici non stessero attendendo proprio quello, ma preferì non parlare. Tamnais non gli sembrava
incline ad ascoltare le indicazioni altrui come Celine.
Erskine li dispose uno a uno, e presto Tamnais si raccolse in meditazione. Dal lago tirava un
vento freddo, ma anziché trasportare i profumi della natura che si apprestava ad addormentarsi li
investiva con un odore fetido. Dapprima Murch immaginò fosse per via dello scempio perpetrato dai
nemici sugli alberi e che quell’odore putrido provenisse dalla sostanza nera e vischiosa che ne ricopriva
i resti carbonizzati, poi alzando gli occhi comprese. Da ogni angolo stavano spuntando diversi guerrieri
ombra, schiere di corrotti con ancora indosso le vecchie divise lacere e sporche scendevano dai rami
più alti degli alberi. Le loro movenze strane e gli occhi privi di pupille li facevano quasi sembrare dei
ragni.
«Caswyn, presto, le illusioni sui corrotti. Dobbiamo tenerli lontani dalla battaglia, se vogliamo
salvarli», urlò Erskine.
Lonn si occupò quindi di tenere a bada alcuni dei numerosi dubhar laoich, mentre Caswyn
intontiva con le sue illusioni il maggior numero di corrotti possibile. Kenina iniziò a scagliare frecce, in
mano l’evocazione dell’Arco di Fuoco distruttore. Mavi lanciò una sfera rotante di scintille contro due
guerrieri ombra che avanzavano nella loro direzione, e lui si affrettò a colpirla con il potere dell’acqua
per aumentarne i danni. Ovunque volavano evocazioni, i colpi che ricevevano erano parati bene dalle
divise di Adraste, e i nemici tenuti a distanza da Brian che, evocando la Terra, aveva creato attorno a
loro un enorme crepaccio provocando un terremoto. Non appena i nemici provavano a saltarlo, Mavi
scatenava delle catene di tornado che li respingevano e li facevano precipitare in mezzo.
Murch fu assorbito dalla battaglia, non riuscì nemmeno più a distinguere chi facesse cosa.
Vedeva volare attorno fiamme, lampi, saette, radici, tutto a una velocità impressionante. Si augurò che
Tamnais facesse ritorno al presente al più presto, non aveva idea di quanto avrebbero resistito. I nemici
sembravano infiniti, più ne uccidevano e più né giungevano, e a un certo punto divennero troppi.
Diversi guerrieri ombra riuscirono a saltare il crepaccio e furono loro addosso. Nessuno osò
abbandonare la posizione, dovevano prima di tutto proteggere Tamnais al centro del cerchio. Il
Prescelto era in raccoglimento e totalmente incosciente di ciò che gli accadeva attorno. Quando
riuscirono ad avvicinarsi, le difese crollarono. Troppo impegnati nel combattimento corpo a corpo con
quelli che si scagliavano loro addosso, nessuno di loro riuscì a tenere gli squadroni al di là del
crepaccio e presto orde di nemici iniziarono a saltarlo, rovesciandosi su di loro. Lonn faceva il possibile
con le illusioni, era davvero bravo, ma non sarebbe riuscito a contenerli ancora per molto.
Un urlo lacerante riempì l’aria, un secondo dopo si aggiunsero le grida stridule dei corrotti:
erano liberi. Murch voltò lo sguardo verso Caswyn allarmato. L’illusionista giaceva a terra, una lama
nera conficcata nel petto, mentre un dubhar laoich troneggiava su di lui. Non seppe neppure da dove
gli venne l’invocazione, mai gli era successo nella vita, ma tra le mani gli apparve lo Specchio d’Acqua
Purificatore. Ne scaturì un potente getto d’acqua accompagnato da un riflesso di luce che distrusse il
nemico all’istante.
Senza parole, cercò lo sguardo di Kenina ma lei non lo stava guardando e osservava alle sue
spalle. Un freccia di fuoco fendette l’aria vicino al suo orecchio, poi qualcosa implose: gli aveva
appena salvato la vita, di nuovo. Le urla dei nemici si fecero sempre più forti e fu certo che sarebbero
morti tutti. Un’onda d’urto potentissima quasi lo sbalzò via, incredulo tirò un sospiro di sollievo:
Tamnais era tornato al presente e aveva nuovamente dato sfoggio del suo incredibile potere.
«Distruggeteli tutti, immediatamente», urlò il Re.
Presto l’aria si riempì di schiocchi di luce, i loro poteri falciarono i nemici e non si fermarono
fin quando l’ultimo non implose.
«Anche i corrotti», ordinò Tamnais.
«Hanno ancora indosso le divise, sono Custodi. Celine desidera che siano salvati», si oppose
lui.
«Celine sta male, non vedi quanti sono? Se li portassimo al Castello si consumerebbe a forza di
guarigioni», rispose Tamnais.
«Ma sono nostri compagni, non è giusto sterminarli», intervenne anche Kenina.
«Sono troppi, non saremo in grado di portarli via tutti prima che ci attacchino di nuovo,
dobbiamo allontanarci immediatamente», fu perentorio Tamnais.
«Fate come dice, immediatamente!», s’inserì Erskine.
Non restò loro che ubbidire. Quando finirono, Murch si lasciò cadere a terra stremato. Non gli
piaceva ciò che aveva fatto, era stanco sia fisicamente sia moralmente, ma tirò lo stesso un sospiro di
sollievo al pensiero della morte appena scampata. Durò solo un attimo perché quando alzò lo sguardo
verso il punto in cui si trovava fino a poco prima durante la battaglia vide Bhirginia. Era seduta a terra
accanto al corpo immobile di Caswyn, e allora rammentò ciò che per pochi attimi aveva quasi scordato.
Si mise a correre per avvicinarsi e tentare di capire come stesse l’illusionista, ma mentre si
approssimava avrebbe voluto chiudere gli occhi per non vedere. Lesse nello sguardo di Kenina la stessa
preoccupazione e lo stesso disappunto: Caswyn non avrebbe dovuto trovarsi lì, sarebbe dovuto
rimanere con Buonia. Quando al mattino a colazione lo avevano fatto presente, Tamnais aveva
rammentato loro che prendendo parte alle missioni accettavano implicitamente di porre la loro vita al
servizio della causa e che non erano ammessi favoritismi per nessuno.
Ancora un passo e avrebbe saputo, sperava solo di non portare al Castello un corpo e a una
moglie un dolore.
Capitolo 16 Verità sconvolgente
Mercoledì 9 maggio
Aidan era di umore nero. Si stava preparando a partire dalla Divisione a Nord, la terza che
aveva visitato. A parte la raccolta di informazioni per il compito ufficiale che aveva da svolgere non
aveva cavato un ragno dal buco. Nessuno aveva mai sentito nominare il libro di cui parlava. La
Divisone Nord aveva subito parecchie perdite e molti laoich deceduti erano stati rimpiazzati da nuove
leve provenienti da ogni dove. Il consiglio migliore che aveva ottenuto era di visitare la Biblioteca
Perduta se i Prescelti fossero riusciti a debellare il male dal Regno. Dubitava, in ogni caso, di trovarvi
ancora qualcosa da leggere visto che era nelle mani dei nemici da mesi.
Bethia si era fatta sempre più insistente riguardo al loro amore, a volte appariva quasi irritata
dal fatto che lui non rammentasse niente. Certe volte gli era quasi risultata insopportabile e si era
trattenuto a stento dal maltrattarla. Per non ritrovarsela a ciondolare in camera entro cinque minuti,
dopo colazione si era chiuso a chiave: temeva di uscire dalla doccia e vedersela davanti.
Quando bussarono alla porta, certo che fosse lei, aprì piuttosto irritato. Fu sorpreso di trovarsi
davanti Clunes.
«Buongiorno, che cosa ci fai qui?», accolse il laoch che aveva conosciuto alla Divisione Sud.
«Oggi ero di riposo. Ho usato il teletrasporto nella galleria per venirti a cercare, speravo che
non fossi già partito. Temevo che se fossi giunto alla Divisione Est, saresti stato preso con il Maestro
per i tuoi compiti e che non averi potuto parlarti», rispose Clunes, entrando nella camera.
«È accaduto qualcosa di grave?», si allarmò immediatamente Aidan.
«No, mi chiedevo se ti interessa ancora quel libro di cui andavi parlando, quello su cui volevi
sapere qualcosa di più», fece Clunes.
Aidan avrebbe urlato che gli interessava eccome e lo avrebbe spronato a parlare subito senza
perdersi in chiacchiere, ma non era positivo che qualcuno avesse dato così tanto peso alla sua piccola
ricerca e se si fosse dimostrato troppo avido d’informazioni la cosa sarebbe rimasta ancora più
impressa.
«Caspita, mi dispiace che ti sia precipitato qui così di corsa per questa sciocchezza, persino nel
tuo giorno libero. Forse sono stato troppo insistente? In realtà mi interessava più che altro per fare una
sorpresa a mia sorella, lei va matta per questo tipo di storie», rispose, scrollando le spalle.
«Figurati, è che quando te ne sei andato non c’era il più anziano, non lo hai incontrato, così ho
chiesto a lui. In realtà il discorso è venuto a galla perché quegli zoticoni degli altri stavano ancora
ridendo di te», raccontò Clunes.
Aveva rimosso quel particolare e per un attimo presero a prudergli le mani per il desiderio di
tornare lì e dare fuoco a quegli idioti. Sapeva che non avrebbe potuto ferirli, ma almeno si sarebbe
potuto sfogare. Mise da parte quei pensieri.
«Con tutto quello che avete da fare qui, non hanno da pensare ad altro? Io me n’ero quasi
scordato», rispose.
«Non prendertela, non è per te. È serpeggiato parecchio malcontento qui verso il disinteresse
della Capitale, soprattutto dopo la malattia di Bethia. Avere una scusa per deridere la virilità di
qualcuno di Gallaibh fa loro gola. In ogni caso, se ti interessa ancora, alla Divisione Est c’è qualcuno
che potrebbe saperne qualcosa», andò avanti Clunes.
«Visto che sei qui, dimmi, almeno da questa brutta figura ne ricaverò qualcosa di buono e Mavi
sarà felice di avere novità», lo incoraggiò a proseguire.
«In quella Divisione, ai margini della proprietà, c’è una piccola casupola. Ci vive Forbia, o
almeno noi la chiamiamo così. Non so quanti anni abbia di preciso, alcuni dicono più di seicento. Non
fa assolutamente niente e non contribuisce in nessun modo alla vita della Divisione, ha persino il suo
orto e si coltiva da sola ciò che mangia. Il Maestro, quando chiediamo perché stia qui e non venga
rimandata alla Capitale in ricovero perenne, risponde di farci gli affari nostri. Quello che so è che
Forbia dice di voler vivere qui, siccome è matta nessuno osa obbligarla a combattere o a collaborare in
qualcosa, in pochissimi le rivolgono la parola, anche perché spesso si perde in strani racconti senza
capo né coda. Insiste affinché tutti sappiano la verità, per questo la chiamiamo Forbia: testarda. Insiste
sempre sulle stesse cose. Non ci avevo pensato forse perché per me è solo una vecchia pazza, ma il mio
amico dice che se c’è una sola storia o leggenda che qualcuno non conosce è da lei che deve andare.
Pare che a casa sua abbia una raccolta di libri incredibile e che legga di continuo, mi domando cosa
capisca poi… Ad ogni buon conto, se vuoi tentare, lei è il suggerimento che ho da darti. Magari,
vedendo una faccia nuova, sarà più amichevole», spiegò Clunes.
«Va bene, ti sono grato. Quando finirò di svolgere i miei compiti per la Regina, andrò da lei.
Spero solo di non prendere una mazzata in testa», ridacchiò Aidan.
«Non preoccuparti, è inoffensiva da quel punto di vista. È anche decrepita. Aveva smesso di
rigenerarsi, pare, molti anni fa; poi ha deciso di non voler morire per raccontare al mondo la sua verità
strampalata. Io non ho nemmeno mai capito a cosa alludesse», rispose Clunes.
Pochi attimi dopo sopraggiunse Bethia, la borsa già in mano.
«Dobbiamo andare, so che il Maestro è rimasto alla Divisione ad attenderti. Piacere di rivederti
Clunes», salutò entrando.
«Sono pronto», la accolse Aidan che non vedeva l’ora di essere lì. Per quanto Forbia potesse
essere matta, era qualcosa di concreto in cui sperare.
Giunti alla Divisione Est, trovarono il Maestro pronto ad accoglierli. Aidan fu immediatamente
trascinato nel suo studio per verificare insieme a lui tutte le carte relative alle richieste di soccorso.
Appena entrato, comprese l’agitazione del guerriero. La documentazione era nel caos più totale.
«Mi dispiace», abbozzò, «mi sono occupato di tutto, ma non sono molto ordinato purtroppo».
C’era da mettersi le mani nei capelli. Qualsiasi nota era scritta male, veloce e con pochi
riferimenti immediati. Richieste, compiti svolti e progressione erano totalmente assenti. I documenti
erano mischiati tra loro, non erano neppure divisi per nome richiedente. Il lavoro si protrasse talmente a
lungo che persino Bethia si scoraggiò dallo stargli appiccicata e andò alla ricerca di qualche guerriera
da salutare. Se da un lato gli fece piacere essersi liberato di lei, dall’altro stette sulle spine. Le ore
passavano e i documenti da verificare sembravano ancora infiniti: Aidan temette di non riuscire
incontrare Forbia.
Era talmente assorbito dal suo compito che neppure si era reso conto che il buio era calato da un
pezzo. Il Maestro fece portare la cena nello studio per non interrompere il lavoro che stavano
svolgendo. Quando ogni documento fu catalogato, erano le dieci passate, ma dovevano ancora finire di
verificare lo stato delle richieste, separando quelle esaudite da quelle in attesa.
«Finiremo domani mattina, si è fatto tardi e vorrai riposare», lo congedò il Maestro.
Bethia aveva fatto mandare un guerriero per informarlo che era andata a dormire e la cosa gli
garantì libertà d'azione, ma non sapeva se a quell’orario fosse opportuno andare a cercare Forbia.
Avrebbe potuto chiedere al Maestro, ma avrebbe attirato l’attenzione: si sarebbe chiesto cosa potesse
volere un guerriero di Gallaibh da una vecchia considerata da tutti matta. Aidan decise di fare un giro
in giardino e avventurarsi nei pressi della piccola costruzione dove Clunes gli aveva indicato vivesse
l’anziana. Se avesse visto le luci accese avrebbe bussato, altrimenti se ne sarebbe fatto una ragione e
avrebbe atteso il mattino seguente.
Avvicinandosi alla casupola, ebbe un moto di sconforto: purtroppo sembrava tutto spento,
decise di girarvi attorno per verificare fosse così da ogni lato. Il silenzio era pressoché tombale: la
casetta si trovava ai margini della proprietà, lontano dalla Divisione e lì attorno non c’era nessuno. Gli
alberi la coprivano alla vista e il profumo della natura era particolarmente intenso. Pose attenzione a
non calpestare le foglie secche, se il rumore avesse svegliato l’anziana l’avrebbe spaventata.
Deluso si riavviò in direzione della Divisione. Aveva fatto solo due passi, quando una stretta
vigorosa gli afferrò il polso. Spaventato si voltò di scatto e si ritrovò davanti un’anziana bassa e
ingobbita. I lunghi capelli bianchi le incorniciavano il viso smunto solcato da rughe, gli occhi erano
slavati ma attivi, ma la cosa che lo turbò di più fu la forza di quella stretta e il fatto che gli fosse
arrivata alle spalle senza produrre un suono.
La donna lo squadrò fissandosi sul suo volto, sembrava quasi lo stesse esaminando
minuziosamente.
«Sei un Misneachail, vero?», domandò.
«Sì», rispose lui a disagio, «come fai a saperlo?», chiese poi.
«Gli occhi, il colore, il taglio: non potrei mai dimenticarli e neppure il biondo dorato di quei
capelli. Entra in casa, parleremo lì», disse, lasciandogli il braccio e dirigendosi verso la casupola.
Aidan rimase impietrito, non si aspettava che la donna sapesse di chi fosse, né tantomeno
l’invito.
Giunta sulla porta, si girò verso di lui.
«Se sei venuto a cercarmi, immagino tu voglia qualcosa. Entri?», lo sollecitò, e ad Aidan non
rimase che seguirla.
«Come… Conoscevi mio padre?», domandò perplesso, quando fu dentro casa di Forbia.
«No, non ti ho riconosciuto per quello. Guardo te e vedo Àraidh», rispose Forbia.
«Non so chi sia. Il suo nome mi dice qualcosa, ma non riesco a collocarlo», fu preso in
contropiede.
«È morta tanti anni fa, nessuno si ricorda più di lei, nessuno ne parla, nemmeno il suo unico
parente stretto in vita», chiarì Forbia.
«Chi era?», domandò.
«La sorella del rappresentate del Consiglio relativo all’elemento del Fuoco, Davios», replicò lei,
lasciandolo di sasso.
«La sorella di Davios», ripeté come un cretino, «in effetti non l’ho mai conosciuta, è morta
secoli fa. In seguito la sua famiglia si è praticamente distrutta, è rimasto solo Davios», aggiunse poi,
per non sembrare uno stupido.
«Ed è davvero così? È questo quello che tutti sanno, che tutti dicono, d’altra parte chi sapeva è
morto e i pochi ancora vivi non ne parlano, o forse pensano sia meglio dimenticare, compreso tuo
cugino. Le storie le raccontano i vincitori», lo stupì Forbia, lo sguardo che sembrava perso in ricordi
lontani.
«Non sono molto legato a Davios», si difese per giustificare come mai ne sapesse così poco.
«No? Allora vuol dire che sei una brava persona», osservò Forbia.
Aidan era sempre più perplesso dalla piega che stava prendendo quella conversazione.
«Dato che non sai niente di Àraidh, immagino tu sia qui per parlare d'altro. Raccontami cosa
vuoi da me», cambiò poi rotta.
Non gli sembrò affatto pazza o fuori di testa, a parte l’aspetto inquietante era lucida e coerente,
addirittura più di lui.
«A Gallaibh ho letto per caso un testo, era una storiella su due guerrieri di cui nemmeno si
menzionano i nomi e c’era scritto che vivevano in una Divisione nei pressi del Regno della Terra. Mi
ha incuriosito e mi stavo chiedendo se ci fosse qualcosa in più. Ho avuto l’impressione che non fosse
davvero una leggenda», abbozzò.
Lei lo squadrò in silenzio per un tempo che gli parve infinito.
«Invece sei proprio venuto qui per parlare di Àraidh. Sì, di Àraidh e Dìleas, mio figlio», lo
sconvolse la vecchia.
«Stai dicendo che non solo i guerrieri menzionati in quella storia sono realmente esistiti, ma che
si trattava di mia cugina?», domandò sconvolto.
«Stai molto attento, ragazzo. è una storia di cui è proibito parlare, che non è consentito ricordare
e che tuo cugino si è dato molto da fare per obliare. Quel libro l’ho scritto io, volevo che non fossero
dimenticati. Io non lo farò mai, non potrei», narrò la vecchia.
Aidan rimase senza parole.
«Sei sicuro di voler conoscere la storia autentica? La verità ha un prezzo. Ragazzo, come ti
chiami?», lo interrogò Forbia.
Si sentì come quando era al cospetto di Govran, gli sembrò che Forbia potesse leggergli dentro.
«Aidan», scandì il suo nome.
«Aidan. Preziosa Fiamma. Lo sei davvero?», domandò.
«Credo che il nostro valore debba essere verificato dagli altri, non da noi stessi», rispose.
«Già, allora dai a me l’opportunità di deciderlo. Perché sei qui, Aidan? Tu non hai solo letto un
libricino di leggende. Lo vedo, lo sento, non sei certo un lettore di storie d’amore», lo incalzò Forbia.
«Ho fatto delle ricerche», rispose lui, mantenendosi vago.
«Certo, ci stiamo avvicinando alla verità…», rilanciò lei.
«Io…», balbettò Aidan.
«Allora, la verità per la verità, mi sembra un prezzo equo. In fondo io sono solo una vecchia
pazza, chi mai potrebbe credere a quanto potrei dire in giro? Sono secoli che vivo con il mio dolore e
custodisco un segreto che il nostro mondo ci ha obbligato a dimenticare, dammi qualcos’altro a cui
pensare», lo sollecitò.
Aidan aveva la bocca secca, c’era così vicino: la madre di uno di quei due guerrieri era lì
davanti a lui, sempre che la vecchia non stesse mentendo spudoratamente. Non sapeva cosa fare,
l’indecisione lo divorava.
«Sai, vero, che il mio nome non è Forbia? Mi chiamo Cait Flathail», disse la donna, «ma mi è
stato proibito usare questo nome. Tutti vogliono che la gente si scordi di me e di quell’incresciosa
faccenda», proseguì poi.
Quella rivelazione distrusse tutte le sue difese.
«Come Morwenna?», domandò sconvolto.
«Mio marito era lo zio del marito di Morwenna», rispose la vecchia.
Ad Aidan mancò il terreno sotto i piedi.
Celine non faceva che ripensare al giorno precedente: era ancora infuriata, ma più con se stessa
che con Tamnais. Si sentiva terribilmente sola, senza nessuno con cui parlare e soprattutto colpevole
nei confronti di Buonia e Caswyn. Il suo disinteresse per la missione al Lago aveva causato una serie di
spiacevoli eventi.
La mente la riportò al pomeriggio precedente.
Appena aveva sentito lo scalpitare degli zoccoli dei cavalli, era corsa all’ingresso del castello
per vedere come fosse andata la missione. Lo sguardo dei suoi compagni l'aveva congelata, poi aveva
visto il corpo di Caswyn. L’urlo salitole in gola era stato talmente forte da allarmare l’intero Castello.
Tamnais si era avvicinato per abbracciarla, ma lei lo aveva scansato in malo modo, buttandolo a terra,
ed era corsa accanto al corpo di suo zio.
«Dobbiamo portarlo dentro immediatamente, la sostanza sembra essere la stessa con cui era
stato ferito Brian. Fortunatamente non ci sarà bisogno di operare, non si è spezzata», aveva chiarito
Bhirginia.
Qualcuno aveva urlato qualcosa, probabilmente avevano ordinato di mandare a chiamare
Buonia. Celine aveva riflettuto su quanto fossero assurde le coincidenze della vita: proprio Buonia
aveva inventato quella pozione con cui aveva salvato la vita a Brian, e in quel momento sarebbe servita
per Caswyn.
«La fortuna ha voluto che Caswyn in quel momento avvertisse il nemico e si scostasse, pochi
centimetri di differenza e non ci sarebbe stato niente da fare, gli avrebbe trafitto il cuore, invece ha solo
perforato la spalla», aveva proseguito Bhirginia, mentre avevano trasportato suo zio verso l’infermeria
del castello.
Quando era sopraggiunta Buonia, l’orrore sul suo volto l'aveva spinta ad allontanarsi. Non
aveva potuto restare lì, era stata solo colpa della sua leggerezza. Infuriata si era diretta verso la stanza
di Tamnais e lui l’aveva accolta in lacrime.
«Celine, ti prego, aiutami!», aveva esclamato appena l’aveva vista.
«Aiutarti?», aveva domandato colta in contropiede.
«Ho sbagliato, io volevo solo fare il bene di tutti, assicurarmi che la missione procedesse come
doveva, invece tuo zio è stato ferito. Adesso tutto il gruppo mi biasima, come se lo avessi colpito io», si
era lagnato lui.
«Avresti dovuto lasciarlo al Castello», aveva replicato adirata.
«Certo, forse hai ragione, ma abbiamo subito un attacco spropositato, con un illusionista in
meno non ce l’avremmo fatta, credimi», aveva tentato di giustificarsi in tutti i modi. «Anche se ci fosse
stata Buonia, il fattaccio sarebbe accaduto, non è certo successo perché lei era qui con te», aveva
aggiunto.
«Non devi giustificarti con me, ma con il Consiglio. Mentre io non stavo bene, hai indetto
riunioni su riunioni; adesso devi assumerti le tue responsabilità e informarli che una missione è andata
male, soprattutto dovrai dire a mia nonna che è suo figlio ad essere rimasto ferito», aveva imposto
Celine.
Le aveva fatto pena, forse aveva sbagliato per orgoglio e inesperienza, ma la lezione gli sarebbe
servita. In futuro avrebbe imparato ad ascoltare i consigli altrui, a chiedere a lei che aveva più
esperienza ed evitare di voler fare sempre tutto di testa sua.
«Ci sarai anche tu durante il collegamento?», aveva domandato preoccupato.
«Certo, ma non vedo a cosa possa servire, io non ero presente e mi limiterò ad ascoltare», aveva
risposto senza un briciolo di compassione.
La rabbia che aveva provato era troppa, suo zio sarebbe potuto morire perché lui voleva sempre
fare come gli pareva.
Durante la riunione il clima era stato teso. Il modo di esporre le idee di Tamnais era coerente
con il pensiero comune, era lei ad avere modi progressisti e ad aver inserito certe regole. Tuttavia
Morwenna era stata turbata dal fatto che la cattiva sorte fosse toccata proprio a suo figlio.
«Tamnais», aveva iniziato sua nonna, «nessuno potrebbe farti una colpa della tua decisione, è
nostro compito agire per il bene comune e non del singolo. Ti chiedo di espormi come si sono svolti i
fatti per comprendere se ci fosse qualcosa che potesse essere fatto meglio e darti anche l’opportunità di
imparare come gestire le cose».
Aveva seguito il racconto della vicenda: era chiaro che un illusionista in più avesse fatto
comodo. Celine era stata in pena anche per i poveri Custodi corrotti: aveva immaginato che quando
Caswyn era stato ferito, perdendo il controllo dell’illusione, fossero stati costretti a ucciderli e non se
l'era sentita di portare l’accento anche su quel fatto spiacevole, ma sua nonna non era sembrata
convinta.
«Hai vagliato tutte le possibilità? Ci sarebbe stato un altro modo per gestire le cose al Lago?»,
aveva domandato diretta.
«Certo, i nemici hanno attaccato all’improvviso mentre io ero in contatto con lo Spirito», aveva
risposto Tamnais.
Qualcuno si era schiarito la gola: era stato Murchadh.
«Vuoi dirci qualcosa?», lo aveva interrogato Morwenna.
«Io avevo immaginato che tutta quella calma apparente fosse un trappola. Mi era chiaro che,
avendo già assaggiato il potere di Tamnais, volessero attaccarci non appena lui fosse stato in
meditazione. Avrei suggerito di emulare che si raccogliesse e di verificare cosa succedeva, soprattutto
visto che mancava Celine e non potevamo beneficiare del suo Scudo di Luce», aveva dichiarato Murch.
«Lo hai fatto presente?», aveva domandato Morwenna.
«Purtroppo no, ne sono molto pentito. Al contempo, però, non credo sarei stato preso in
considerazione, non voglio fare una critica, ma Tamnais ha un modo di gestire le cose diametralmente
diverso da Celine. La cosa credo confonda anche il gruppo, perché non sembra incline ad apprezzare i
suggerimenti, li trova mancanze di rispetto verso le sue decisioni», aveva chiarito Murch.
Attorno al tavolo era iniziato un brusio di consenso; a parte Erskine ed Ermer, tutti erano
sembrati dello stesso avviso di Murch. Celine, anche se era dispiaciuta per Tamnais, era felice che gli
altri avessero fatto notare le pecche del suo modo di agire, aveva sperato che fosse utile.
«Bene. Invito Tamnais a fare più affidamento su Celine per le sue decisioni future. Cercate di
andare sempre insieme alle spedizioni», aveva detto Morwenna.
«Ma Celine è stata poco bene, io non volevo si affaticasse», si era giustificato Tamnais.
«Lo sappiamo, Tamnais, e non voglio dire di spremerla come un limone, ma piuttosto attendete
un giorno in più. È importante che le cose siano fatte per bene, d’ora in poi cercherete di agire sempre
insieme e di comune accordo», aveva sentenziato Morwenna.
Quando la riunione era terminata, Tamnais le aveva chiesto di passare del tempo insieme, ma
lei era ancora troppo arrabbiata e desiderava che cuocesse un po’ nel suo brodo per riconsiderare i suoi
comportamenti e riflettere sulla lezione che aveva appena ricevuto.
Celine tornò con la mente al presente. Era sera e ancora non aveva rivolto la parola a Tamnais,
evitandolo per tutto il giorno. Non era stata portata avanti nessuna missione in attesa di conoscere le
condizioni di salute di Caswyn. Durante la giornata era stata costantemente informata da Bhirginia,
sapeva che la pozione aveva fatto subito effetto bloccando la diffusione del veleno nel corpo dello zio e
che si era ripreso rapidamente. Era indecisa da ore se andare o no in camera dello zio, temeva che
Buonia la ritenesse responsabile per il modo di agire di Tamnais.
Si accorse che si stava tormentando le mani al punto da farsi male e si fermò di botto. Troppi
pensieri le aleggiavano per la mente. Aidan era ormai lontano da giorni, sperava avesse quasi finito,
non averlo sotto gli occhi la faceva stare in pena, soprattutto perché sapeva che era in compagnia di
Bethia. Anche se si sforzava di non essere gelosa, lo era lo stesso. Inoltre le ultime parole che le aveva
rivolto prima di partire le rimbombavano ancora in testa.
“Farò il mio dovere”.
Non potersi sfogare con nessuno sulle sue ansie, unitamente al terrore che suo zio fosse in
collera con lei, la lacerava. Non riusciva più a stare lì nel dubbio e, vincendo la paura di essere accolta
in malo modo, si diresse verso la stanza assegnata a Buonia e Caswyn.
Le aprì la porta Buonia. Il suo sguardo non sembrò freddo, tuttavia rimase immobile sulla
soglia. Solo vedere la testa di Caswyn che sporgeva dal letto a baldacchino la spinse ad avanzare nella
stanza.
«Celine, non stare lì impalata», la accolse lui.
Gli occhi le si riempirono di lacrime per la paura di perderlo che aveva avuto. Lui era il fratello
di suo padre, il legame più stretto con uno dei suoi genitori che mai avrebbe conosciuto. Ignorando
ogni remora che si era posta fino a quel momento, si precipitò accanto al letto abbracciando lo zio
mentre le lacrime scorrevano.
«Non fare così, adesso sto bene», la consolò lui.
«Se non fossi stata male, avrei impedito a Tamnais di agire in quel modo», rispose.
«Forse, però, sarebbero morte più persone. Io sono stato solo ferito, ma con un illusionista in
meno la situazione avrebbe potuto degenerare», la rincuorò lui.
«Certo, ma non avrei mai diviso te e Buonia», disse, scrutando l’amica.
Caswyn lanciò uno sguardo alla moglie.
«Ne abbiamo parlato, Celine. Scusami, ho esagerato. È vero, il tuo modo di agire ci piace di
più, ma Tamnais non ha torto, abbiamo fatto un giuramento. Dopotutto voi due siete più importanti, noi
dobbiamo ubbidirvi e proteggervi», si scusò Buonia.
Celine rimase spiazzata, sapeva che avevano ragione, secondo le loro usanze, ed era felice
l’avessero perdonata, ma le fece male lo stesso. Avvertiva che niente era come in passato, quella
discussione le apparve quasi forzata. Ciononostante, quando Buonia propose che bevessero un tè
insieme accettò volentieri: le faceva piacere passare altro tempo con loro. Discussero del più e del
meno, compresi i progressi di Lonn dei quali Caswyn sembrava molto fiero. Celine era felice che il
ragazzo si fosse integrato così bene.
Erano le undici passate quando si alzò in piedi, pronta a tornare nella sua stanza e felice di aver
distratto la mente, almeno per qualche ora, dal pensiero fisso di Aidan.
Sulla porta Buonia la bloccò.
«Avevi ragione anche su un'altra cosa», disse sorridente.
«Dimmi», la esortò Celine, curiosa di sapere a cosa si riferisse.
«Rimanendo qui ferma al Castello ho avuto modo di scambiare qualche chiacchiera con la capo
guaritrice. Non sai quanto io sia felice per Aidan», iniziò l’amica.
«Aidan?», domandò come una stupida.
«Si tratta di un pettegolezzo che mi è stato riferito in infermeria, ma voglio raccontartelo lo
stesso, credo che sarai contenta per lui. Bethia, prima di partire per il giro delle Divisioni, è andata a
fare un controllo, proprio come ha imposto suo padre. Siccome era molto su di giri la capo guaritrice
gliene ha chiesto il motivo, temeva potesse avere una nuova crisi. Bethia le ha raccontato emozionata
che Aidan l’aveva finalmente baciata. Ci pensi, Celine? Anche lui ha trovato qualcuno da amare»,
sorrise la sua amica, ignara della stilettata che le aveva appena tirato.
Celine si sentì come inghiottita da una voragine senza fondo, le mancò il respiro. In volto si
stampò un sorriso di marmo e rispose a Buonia.
«Davvero? Vedi, te lo avevo detto che avrebbe capito e presto se ne sarebbe fatto una ragione».
«A quanto pare è proprio così, magari al loro rientro ci daranno qualche bella notizia!»,
esclamò.
«Staremo a vedere», pose fine alla discussione Celine, che non resistette più.
Quando finalmente fu sola, smise di forzare la sua espressione in quello che, ne era certa,
sarebbe apparso più un ghigno satanico che non un sorriso. Iniziò a risalire la scala dirigendosi verso la
sua stanza, ma dopo pochi passi non ce la fece più, sembrava che i gradini le andassero incontro, che il
mondo si stesse contraendo e lei stesse esplodendo. Si lasciò cadere a terra, prendendosi la testa tra le
mani, e si raggomitolò premendo il viso sulle ginocchia per impedire alla sua bocca di spalancarsi in un
urlo senza fine.
“Farò il mio dovere”, le rimbombò di nuovo in testa, quasi come se ora quella semplice frase
le avesse potuto rivelare quello che stava accadendo. Aveva sempre saputo che sarebbe potuto
succedere, che prima o poi Aidan avrebbe potuto conoscere qualcuna in grado di stare con lui davvero.
Lei stessa, nel Regno del Fuoco, lo aveva incoraggiato in tal senso, rendendosi conto dell’egoismo con
cui lo teneva legato a sé. Eppure lui aveva sempre rimarcato che non avrebbe voluto nessuna a parte
lei; poi, però, qualcosa doveva essere cambiato.
Non riusciva nemmeno a capacitarsi di quando potesse essere successo: la sera prima che
partissero per le Divisioni era stato da lei, il mattino dopo aveva baciato Bethia. Sapeva che non poteva
fargliene una colpa, aveva tutte le ragioni del mondo per cercare una felicità vera, un rapporto che non
rischiasse di farlo mettere a morte. Eppure il dolore era talmente grande che temeva l’avrebbe
soffocata.
Riconsiderò la sua vita e qualsiasi pensiero o azione avesse compiuto in quei giorni. La
speranza di poter stare con lui in futuro l’aveva spinta ad avere degli atteggiamenti irresponsabili, come
il fingersi addormentata per non doversi dedicare a Tamnais, il non interessarsi di partecipare a una
missione per non dover discutere con lui, ma soprattutto l’aver totalmente ignorato il futuro che
avrebbe dovuto attenderla: un’eternità al suo fianco. Tamnais l’amava, di quello era certa. Lei amava
Aidan, e anche di quello era sicura, lo era sempre stata, come del fatto che, appena fosse stato possibile,
avrebbe lasciato Tamnais per trovare il modo di stare con lui. Quel futuro non esisteva più.
Celine chiuse gli occhi, ricacciando indietro le lacrime. Senza Aidan niente aveva più senso,
senza di lui non esisteva un motivo per lottare per se stessa e per cosa avrebbe dovuto farlo? Un’infinità
di solitudine? Il ricordo di ciò che aveva avuto con lui e che non avrebbe mai dimenticato? No. Quelli
non erano certo buoni motivi per abbandonare Tamnais e deludere tutto il suo popolo. Avrebbe chiuso
il suo cuore in un cassetto, si sarebbe dimentica di se stessa e avrebbe iniziato a vivere per la sua gente,
si sarebbe sacrificata.
Tutto, dalla sua mente al suo cuore, le urlava che i pensieri che aveva appena fatto erano folli,
che non avrebbe potuto condannarsi a una vita d’infelicità, che sarebbe stata meglio la morte.
Nonostante tutto prese a salire le scale con foga e, prima di cambiare idea, bussò decisa contro l’uscio
della porta della stanza di Tamnais.
«Celine!», esclamò lui sorpreso, quando se la trovò davanti. «Hai pianto?», si allarmò, quando
la vide alla luce che rischiarava la camera.
«Sì, ero dispiaciuta per come mi ero comportata con te», rispose.
Menzogne.
Menzogne.
Menzogne.
Si avvicinò a lui, posandogli le mani sulle spalle e lo baciò con trasporto. Tamnais accolse
genuinamente le sue azioni e la ricambiò immediatamente stringendole la vita; il bacio si fece più
profondo, incalzante, intimo. Tamnais la sospinse verso il letto, lei lo lasciò fare e non lo fermò
nemmeno quando la fece sdraiare appoggiandosi sopra di lei. La sua mente parve scollegarsi dal corpo.
Era il corpo di Aidan che immaginava premere contro il suo, erano le labbra di Aidan che pensava
stessero divorando le sue, il profumo di lui che sentiva nell’anima.
La mano di Tamnais scivolò dentro la scollatura della sua divisa, la sentì sulla pelle. La sua
reazione fu immediata, schizzò indietro come se avesse preso la scossa. Aidan non l’aveva mai toccata
in quel modo e non lo avrebbe fatto mai più. L’immaginazione non le sarebbe bastata.
«Scusami, forse mi sono fatto prendere un po’ la mano», arrossì Tamnais.
«Scusami, tu, non mi sento ancora pronta», rispose, rannicchiandosi e portandosi le ginocchia al
petto, quasi avesse voluto proteggersi.
«Non fa niente, Celine», le fu immediatamente accanto lui, abbracciandola.
Avrebbe voluto scappare, le mancava di nuovo l’aria, ogni sensazione orribile che aveva
provato mentre era da sola accasciata sui gradini di pietra in quel momento la stava riassalendo di
nuovo. Aveva davvero davanti il suo nuovo futuro, la sua vera realtà. Era molto più difficile che farci i
conti con il pensiero.
Decise di portare la conversazione altrove.
«Pensi sia il caso che domani ci sia il ballo?», chiese.
«Perché te lo domandi?», le rispose lui con un altro interrogativo.
«Il ferimento di Caswyn, le incomprensioni che hai avuto con gli altri guerrieri, forse sarebbe
meglio rimandare», rispose.
La verità era che non aveva per nulla voglia di festeggiare.
«Non ha importanza, Celine. So che tuo zio sta meglio, Buonia è venuta a dirmi che domani
potrà anche recarsi alla festa, a patto che stia il più possibile seduto. Ci sono state delle incomprensioni
con i guerrieri, è vero. Forse mi sentono quasi un estraneo rispetto a te, ma non è un buon motivo per
deludere il popolo. Loro aspettano con ansia questa festa, sono felici della nostra presenza qui. I
problemi interni che abbiamo avuto non devono influire sul nostro dovere», rispose Tamnais.
«D’accordo», acconsentì Celine, non avrebbe potuto dire nulla per attaccare quel
ragionamento, era più che appropriato.
«Piuttosto, ho una sorpresa per te. Pensavo di non potertela dare, visto che non mi parlavi, ma
credo che ti farà felice», disse Tamnais, alzandosi e andando verso l’armadio.
«Lo avevo fatto preparare apposta per portarlo dietro in caso ci fosse stato qualche evento»,
proseguì, tirando fuori dall’armadio una sacca porta abiti.
Celine lo raggiunse, dimostrandosi entusiasta. Non le importava un tubo dell’abito che avrebbe
indossato il giorno seguente in quel momento, ma visto il gesto di Tamnais era appropriato che si
fingesse almeno contenta.
«Guarda!», esclamò, tirando giù la lampo.
A Celine si pietrificò il sorriso finto sulle labbra, l’aria sembrò non fluirle più nei polmoni, il
terreno sotto i suoi piedi stava franando, non riuscì ad articolare sillaba.
«Ti ho lasciato senza parole?», domandò lui sorridente.
Annuì come un automa. L’abito che aveva davanti era quello che Kerra aveva cucito per la sua
cerimonia del marchio alla Villa. La festa che non c’era mai stata, ma soprattutto era il vestito che
indossava la prima volta che aveva baciato Aidan.
«Come mai questo vestito?», chiese, tanto per dire qualcosa.
«So che la tua festa del marchio è andata a monte, me lo ha raccontato Morwenna. Ho pensato
che, dato il suo mancato utilizzo, ti avrebbe fatto piacere poterlo usare per qualcosa. Visto che allora si
pensava il tuo elemento fosse la Terra ho creduto fosse più che appropriato per questo posto. Non te
l’ho mai visto indosso, ma sono certo che sarai bellissima», spiegò lui entusiasta.
«Grazie», non le rimase che rispondere.
Tirò su la cerniera. Guardarlo ancora l’avrebbe fatta precipitare.
«Lo porto in camera mia, così sarà già lì domani», lo salutò Celine.
Le era indispensabile correre ai ripari, restare da sola e versare tutte le lacrime che aveva in
corpo. Il giorno dopo avrebbe messo quel vestito, non c’era modo di agire diversamente e, ogni
secondo, non avrebbe potuto fare a meno di pensare a quelle labbra piene che mai più sarebbero state
sue.
«Allora?», lo esortò Forbia. «La verità?».
«Conosco il testo di quel libro perché ho svolto delle ricerche, mi ha colpito il fatto che si
parlasse di due persone che combattevano mano nella mano: io e un’altra persona condividiamo un
dono segreto, se la tengo per mano il suo potere è amplificato», rispose Aidan, facendo attenzione a
non svelare troppo.
Forbia lo guardò di sottecchi.
«L’unica Flathail vivente, e di un’età passabile per avere una relazione con te, è la nostra
Regina, a meno che tu non abbia una strana relazione con Caswyn, il figlio rimasto di Morwenna», lo
congelò la vecchia.
“Non è per niente pazza”.
«Stai pensando che non sono fuori di testa come ti hanno detto? È più facile poter dire ciò che si
pensa quando gli altri credono che tu sia pazza, si corrono anche meno rischi», lo sorprese lei.
Aidan non riuscì a proferire parola, era persino pentito di averle parlato. Forbia aveva capito
tutto.
«Ti stai chiedendo perché abbia dato per scontato sia una Flathail? Visto che tua cugina era
della tua famiglia, ho immaginato che l’altra metà del fattaccio fosse anche oggi parte dell’altra
famiglia, semplice. Dalla tua faccia scioccata deduco anche di aver ragione e la cosa ha anche un suo
senso. Non ho interesse a dirlo a nessuno, Aidan, né a rovinare Celine», riempì lei il silenzio.
«Non ho mai parlato di Celine», si difese preoccupato.
«Non importa. Adesso ti racconterò la verità, poi deciderai se può esserti utile e cosa farne», lo
zittì Forbia.
«Tanto tempo fa mio figlio era di stanza qui, quando anche tua cugina fu assegnata a questa
Divisione si conobbero. Lui aveva qualche anno più di lei e non si erano mai visti alla scuola per
laoich. Si innamorarono immediatamente, ma lei era già fidanzata. La famiglia l’aveva promessa a un
membro di un’altra famiglia nobiliare, il loro nome non importa perché oggi sono estinti. A quei tempi
alcuni erano convinti che fosse un bene sposarsi tra possessori dello stesso Elemento, credevano che i
guerrieri nati da quelle unioni sarebbero stati più forti. Sappiamo tutti che sono sciocchezze, ma i
genitori dei tuoi cugini erano molto fissati con queste cose. Àraidh provò a parlare con la sua famiglia,
a chiedere loro se il fidanzamento potesse essere annullato, ma loro gli risposero di no e le chiesero per
quale motivo lo avesse chiesto. Lei mentì e la cosa fu chiusa lì. Qualche tempo dopo Dìleas, mio figlio,
venne da me con Àraidh. Mi chiesero se potevo parlare con la famiglia di lei e mi dissero di amarsi. Io
ero consapevole di cosa pensavano i tuoi parenti e dissi loro di lasciar perdere, gli suggerii di
considerarla una cotta momentanea, ipotizzando che presto avrebbero capito che non valeva la pena
suscitare scandali. Così si presero per mano e mi mostrarono cosa potevano fare congiuntamente: mai
nella vita avevo visto una luce così pura e potente. Ancora non so chi dei due avesse quel potere e chi
desse energia all’altro, o se fosse un potere condiviso, ma lo ricordo come se non fosse passato un solo
giorno. Consigliai loro di non dirlo a nessun altro, una cosa del genere poteva essere interpretata in
modo strano, ma compresi il loro desiderio di stare insieme, era come se fossero le due tessere di un
puzzle perfetto. Provai a parlare io con i tuoi familiari, ma mi misero alla porta e mi ingiunsero di
tenere lontano mio figlio. Consideravano il potere della Terra povero rispetto a quello del Fuoco;
inoltre la famiglia del marito scelto per Àraidh faceva parte della loro cerchia di amici più stretti. I
ragazzi, nel frattempo, erano tornati qui e avevano proseguito la loro storia. Nonostante avessi detto
loro di stare attenti, furono scoperti e allontanati; credo che la tua famiglia abbia allertato qualcuno a
tenerli d’occhio. Non resistettero molto distanti e si cercarono. Nemmeno io sapevo dove si fossero
nascosti e non ho idea di come si fossero rintracciati. Furono trovati e riportati a Gallaibh, e in seguito
fu stabilito un duello. Tuo cugino Davios uccise mio figlio senza alcuna pietà, fu scorretto e si difese
dietro un errore, disse che era capitato, ma io so che non era vero. Àraidh si uccise immediatamente e il
dolore distrusse la famiglia di Davios», narrò Forbia.
Aidan era senza parole e, se possibile, più confuso di prima. Dopo quelle rivelazioni si aprirono
un sacco di altri interrogativi nella sua mente.
“Possibile che quel potere fosse qualcosa di condiviso dalle loro famiglie e che nulla avesse a
che vedere con i Prescelti? Perché si era rimanifestato dopo così tanti anni di distanza?”.
La testa gli martellava, non era in grado di pensare.
«Loro sapevano da cosa fosse originato quel potere?», domandò speranzoso.
«No. Avevano i loro segreti, come immagino li abbiate voi. È curioso sia ricapitato nelle stesse
famiglie, lo è ancor di più il fatto che si tratta sempre di due persone che non possono stare insieme...»,
osservò Forbia.
«Io non ho mai detto…»
«Lo so, lo so. Non mentirmi, ragazzo. Non ce n’è bisogno. Ti ho detto quanto so, non troverai
nessun altro che abbia più informazioni di me su questi fatti, a meno che tu non voglia chiedere a tuo
cugino, ma dubito che desideri farlo e che sua sorella si sia confidata con lui», ammiccò Forbia.
«No, infatti», rispose Aidan.
«Custodite bene questo segreto, la vostra situazione è ancora più pericolosa: hai un rivale che
dovrebbe essere imbattibile. Spero che la vostra sorte sia diversa da quella che è toccata ad Àraidh e
Dìleas, non meritavano quella fine. Non so come altro aiutarti», pose un punto alla conversazione
Forbia.
«Sono certo che non lo meritassero», rispose Aidan a corto di parole.
«Adesso va', ragazzo. Spero che tu abbia avuto ciò di cui avevi bisogno, o che in futuro queste
rivelazioni possano aiutarti», lo salutò la vecchia. Sembrava avere lo sguardo molto più spento e stanco
di quando l’aveva vista, era come se raccontare quella storia l’avesse prosciugata.
Aidan si ritrovò da solo nel cortile esterno della Divisione. Quando passò attraverso la macchia
d’alberi, si accorse che tutte le luci erano ormai spente e comprese quanto fosse tardi. Era stato con
Forbia molto più di quanto avesse creduto. Non aveva sonno, la testa gli pulsava, e non vedeva l’ora di
parlare con Celine Le rivelazioni su suo cugino non lo avevano stupito. La purezza di lignaggio, il
voler punire un amore che riteneva un’offesa arrecata alla famiglia, unitamente a tutte le cose più
stupide del mondo, facevano parte della sua persona. Il suo gesto, però, era stato punito dal destino
nell’immediato. Sua sorella si era tolta la vita davanti ai suoi occhi e la sua famiglia era andata in pezzi.
In ogni caso aveva detto bene Forbia: non ne avrebbe mai parlato con lui.
Non desiderava tornare dentro, si sarebbe rigirato nel letto per ore, né di continuare a
passeggiare per quel giardino come un ossesso, qualcuno avrebbe finito per notarlo. Decise di uscire e
fare due passi nei pressi del Regno, dopotutto quell’area era sicura e non rischiava niente. Camminò
con la mente persa, i suoi pensieri si rincorsero come impazziti, non avevano quasi un filo logico, il suo
cervello sembrò emettere solo un flusso di parole che avevano in fondo un punto interrogativo. Le
foglie secche scricchiolarono sotto i suoi piedi, mentre il vento fece frusciare le chiome frondose degli
alberi. Gli sembrò quasi di udire un canto, immerso in quella natura si sentì quasi sopraffatto.
Sollevò lo sguardo verso il cielo, convinto di incontrare qualche stella in mezzo ai rami spogli
che si alternavano a quelli degli abeti, ma si accorse che era coperto. Tornando a fissare innanzi a sé, si
rese conto di essere arrivato davanti a Uamh an Tùirse, la Caverna Maledetta. Indeciso sul da farsi,
osservò quell’antro buio. Ricordava le storie che aveva narrato Morwenna alla riunione, ma lui aveva
paura di ben poche cose, non certo di strani lamenti che si raccontava giungessero da gallerie e
corridoi. La sua mente razionale aveva già deciso che a produrre quei suoni era il vento, qualche
corrente d’aria che sicuramente filtrava da delle aperture. Il luogo era all’interno delle protezioni e
dentro non avrebbe potuto proprio esserci nulla di malvagio.
Non sapeva se gli altri l’avessero già esplorata, ma decise che male non gli avrebbe fatto,
dopotutto era curioso e per stare dietro a Bethia era stato escluso dalla maggior parte delle missioni.
Non sapeva bene perché lo stesse facendo, era come se qualcosa lo stesse chiamando, non aveva
neppure idea di com’era arrivato lì, troppo preso a pensare alle rivelazioni che gli erano appena state
fatte.
In piedi innanzi all’uscio buio, richiamò il suo potere: una piccola fiamma baluginante si accese
nella sua mano ed entrò nella grotta. Sulle pareti le goccioline d’umido scintillavano, riverberando
d’arancione alla luce della sua fiamma; fece attenzione a dove metteva i piedi, poiché il fondo era
ricoperto di muschio reso viscido dall’umidità. Dopo una decina di metri si trovò innanzi a svariate
deviazioni e decise di fermarsi, sarebbe stato troppo rischioso procedere da solo e senza che nessuno lo
sapesse. Non aveva con sé una mappa e non voleva fare niente di stupido, desiderava solo sgranchirsi
le gambe e svuotare la mente troppo agitata.
Voltò le spalle alle deviazioni e iniziò a tornare sui suoi passi. In quel momento avvertì come
una corrente gelida che lo sfiorava, poi gli sembrò che qualcuno si fosse messo a fischiare. Stando lì
dentro, la suggestione che derivava dai racconti di Morwenna era sicuramente molto più forte del
resoconto, tuttavia scrollò le spalle e riprese a camminare.
«Aidan», sembrò quasi urlare il vento fischiante.
Il ragazzo proseguì la camminata, convinto di essere vittima di condizionamento, ma sentì
nuovamente scandire il suo nome nell’aria frusciante. Si voltò di scattò e gli parve di scorgere una
figura, si diede dello scemo e si girò nuovamente verso l’uscita, ma la figura comparve in piedi innanzi
a lui e lo fissò a braccia conserte.
«Non è educato non rispondere a chi ti chiama per nome», disse, muovendo un passo verso di
lui ed esponendosi alla luce.
Aveva un aspetto curato, i capelli neri come l’ebano erano molto lunghi, gli occhi di un castano
quasi dorato. Era abbigliato con cura, ma non aveva idea di chi fosse, non gli sembrava un guerriero
incontrato nel suo giro alle Divisioni.
«Chi sei? Come fai a sapere il mio nome?», domandò stupito.
«Non ci siamo mai visti prima, ma tu conosci mia moglie, Eithne. Io sono A-Raoir e custodisco
questo luogo», replicò, presentandosi.
Aidan rimase stupito, non si aspettava che anche il marito di Eithne condividesse il compito
della moglie. Gli sarebbe piaciuto rivedere lei, ma lui aveva qualcosa di diverso, non lo metteva a suo
agio.
«Come mai sei qui?», chiese.
«A Talamh non piace la curiosità morbosa. Qui sono morte tante persone nelle battaglie passate,
desidera sia un luogo di riposo sereno, così io spavento chi vi si avventura», rispose. «Qualche giorno
fa ho visto il Prescelto», aggiunse poi.
«Ci hai parlato?», indagò.
«Sei curioso, si vede che non sei un Prescelto e non sei abituato a rispettare la regola di non
porre domande dirette, gli Spiriti non le apprezzano», ribatté con mezzo sorriso.
Aidan scrollò le spalle in risposta, A-Raoir aveva ficcato il dito nella piaga rammentandogli ciò
che non era.
«Che cosa ti porta qui nel cuore della notte?», si avvicinò A-Raoir.
«Ero nella Divisione qui nei pressi, sto svolgendo un compito per Celine», rispose.
«Ah, la Prescelta. La bella che si contende i vostri cuori, tenendovi in bilico», lo punzecchiò
A-Raoir.
Aidan non trovò motivo di negare, in fondo sua moglie sapeva tutto, era certo che gli avesse
raccontato qualcosa, forse aveva addirittura udito i loro discorsi passati. Non era chiaro come
funzionassero i luoghi che tenevano sotto controllo.
A-Raoir scambiò il suo silenzio per altro, poiché proseguì a parlare.
«Mentre tu sei qui a indagare per lei, la tua Regina si accompagna a un altro e tutti festeggiano i
Prescelti. Deve essere dura contendersi il cuore della persona amata con qualcuno più adeguato al
ruolo», osservò.
«Non c’è nessuna contesa, semplicemente ci sono delle cose che dobbiamo chiarire e neppure
noi sappiamo», rispose lui, iniziando a irritarsi.
«Ho toccato un nervo scoperto? Non ti piace guardare in faccia tutte le ipotesi?», domandò
A-Raoir.
Aidan lo fissò interrogativo, non sapeva a cosa alludesse.
«Be', come fai a essere certo dei sentimenti di Celine? In fondo lei deve tenerti a bada, se ti
arrabbiassi o parlassi potresti diventare un bel peso. Ti ha sbattuto in giro a fare da balia a Bethia e tu
sei qui che spasimi per lei. Lei nel frattempo che cosa fa? Sta con un altro. Tu dirai che è obbligata, che
finge, ma a tutto c’è un limite. Deve essere proprio una brava attrice per ingannare tutti così bene»,
lasciò cadere l’uomo.
«Che cosa intendi?», si allarmò lui.
«Intendo che, magari, non è vero che non prova nulla per il Prescelto, solo che le fa più comodo
che tu spasimi per lei. Sei stato lontano e non li hai visti recentemente, ma sembrano molto uniti.
Magari sbaglio io e il vostro è un grande amore», rispose A-Raoir.
«Celine non è quel tipo di persona», lo aggredì seccato da quelle illazioni.
«Nessuno è quel tipo di persona, almeno fin quando la situazione non lo richiede. Forse tornerai
al castello e scoprirai che sono solo un mucchio di scemenze come credi e che lei aspetta sempre te, chi
lo sa», ridacchiò A-Raoir.
«Che cosa sai che non dici?», domandò al colmo del nervosismo.
«Niente. Nulla che presto non scoprirai anche tu», rispose. Poi, ridacchiando, si dissolse
lasciandolo solo e pieno di dubbi.
Uscì dalla grotta, non voleva certo abbassarsi a richiamarlo o a supplicarlo. Eithne era molto più
simpatica del marito, magari quei millenni di strana immortalità a lui dovevano aver fatto male. Tornò
rapido verso la Divisione, avrebbe dovuto mettersi a riposare e alzarsi di buon’ora. Il mattino seguente
c’erano da finire alcune cose relative ai documenti che aveva visionato con il Maestro, e a seconda
dell'ora che avessero fatto avrebbe deciso se fermarsi lì ancora una notte o rientrare.
Giunto nella sua stanza, trovò una lettera posata sul comodino. Sbuffò, immaginava fosse di
Bethia. Quando si avvicinò, però, riconobbe la grafia di Mavi. Preoccupato fosse accaduto qualcosa di
cui alla Divisione non fossero informati, l’aprì di corsa.
Aidan,
ho preparato questa lettera poco dopo la tua partenza, ma per essere certa di trovarti ho fatto
in modo fosse recapitata all’ultima Divisione del tuo giro.
Forse è una sciocchezza, ma volevo informarti di qualcosa che non sai. Oggi Celine e Tamnais
hanno annunciato alla popolazione che giovedì pomeriggio ci sarà un ballo al Castello. Inoltre
Tamnais ha parlato di un annuncio che desidera fare. Non so di cosa si tratti, ma non mi è sembrato
bello che programmassero tutto, ignorando la tua assenza. Dovremmo festeggiare tutti, no? Credo che,
qualsiasi cosa abbiano da dire, sia giusto che possa sentirla anche tu.
Magari sono stata eccessiva, forse mi preoccupo troppo, ma non mi piace il modo in cui Celine
sta abusando del tuo operato e della tua persona.
Perdonami, se ti sembro un’impicciona.
Ti voglio bene.
Mavi.
Aidan ripiegò la lettera turbato. Gli tornarono alla mente le parole di A-Raoir: presto avrebbe
scoperto qualcosa che non sapeva. Si chiedeva perché Celine non lo avesse informato della sua idea di
dare un ballo, come mai non glielo avesse detto almeno con il pensiero. Poteva essere vero ciò che
suggeriva la lettera di Mavi e che gli aveva fatto intendere A-Raoir? Era una possibilità concreta che
Celine gli stesse nascondendo le sue vere intenzioni?
La testa prese di nuovo a pulsargli furiosamente, gli sembrò di essere cieco. Non vedeva niente,
il dolore era talmente forte che gli impediva persino di ragionare. Si lasciò cadere nella speranza di
centrare il letto e per fortuna non finì per terra. Il male non accennò a diminuire, divenne così intenso
da fargli pensare che di lì a poco sarebbe morto.
Quando l’incoscienza lo avvolse come una nube nera, fu un sollievo. Non si preoccupò neppure
di sperare che fosse il sonno e non la morte.
Capitolo 17 Un’infelice festa
Giovedì 10 maggio
Kenina scrutò il cielo dalla finestra della sua stanza: era dal mattino che diluviava, pareva che il
cielo stesse piangendo tutte le lacrime dell’universo, proprio come faceva lei da giorni. La visibilità era
talmente ridotta da tutta quell’acqua che intravedeva solo le cime degli alberi più vicini al muro di
cinta, il resto era foschia argentata. Sembrava quasi che il Castello, in quel momento, fosse sospeso nel
bel mezzo del nulla.
Asciugò un’altra lacrima. Mai si sarebbe mostrata da tutti nello stato in cui si consumava in
solitudine. Con piglio deciso si diresse verso la toeletta, pronta a coprire con strati di trucco le profonde
occhiaie e a valorizzare gli occhi consumati dal pianto. Tirò fuori dall’armadio il vestito che aveva
scelto per la festa: era grigio perla con ricami neri, la linea era semplice, ma seducente. Aveva
intenzione di mostrarsi al meglio perché, seppur non interessata a fare colpo su nessuno, non voleva
apparire certo afflitta e triste.
A opera completata si compiacque del suo risultato e si sforzò di sorridersi allo specchio. Erano
quasi le tre, quando dei colpi risuonarono sulla porta. Andò ad aprire e si ritrovò davanti Adraste. La
tessitrice era avvolta da uno strepitoso vestito celeste pieno di balze e ricami; a differenza delle volte
precedenti l’abito era anche molto provocante.
«Vedo che ti sei messa in tiro lo stesso», la squadrò.
«Non vedo perché non avrei dovuto», replicò, reggendo lo sguardo della rivale.
«Ma certo, ora che hai capito che la sconfitta è vicina ti stai preparando per rimetterti a caccia»,
osservò Adraste.
«Tu non mi conosci per niente», la spintonò perché si allontanasse dall’uscio.
Se disgraziatamente fosse entrata e avesse continuato a provocarla, non avrebbe saputo
rispondere di sé.
«Tolgo il disturbo, cara, ho un uomo che mi aspetta io. Fossi in te, inizierei a rassegnarmi per la
notizia che ti sarà data a breve, sempre che ci sia bisogno che qualcuno te lo venga a dire in modo
diretto», la prese in giro Adraste.
Senza degnarla di risposta alcuna, le sbatté la porta in faccia. Le lacrime stavano per riprendere
a scorrere. Si affrettò a ricacciarle indietro e a ricomporsi. Fosse stata l’ultima cosa che avrebbe fatto,
non avrebbe dato soddisfazione a quell’arpia.
Dopo aver lasciato trascorrere un po’ di tempo, onde evitare di incontrarla ancora, si diresse
verso la sala in cui ci sarebbe stato il ballo. Era già arrivata molta gente, tuttavia l’ambiente non era
ancora pieno e riuscì a studiare il salone. I muri in pietra erano abbelliti da colonne che riportavano
l’incisione del simbolo della Terra; rampicanti di edera si attorcigliavano attorno ad esse fino ad
arrivare al soffitto, dove intrecciavano un intricato baldacchino. I colori predominanti della scena erano
il verde e il marrone in tutte le loro sfumature, unitamente a un’esplosione di rame e oro dato dalle
foglie di vari colori.
In breve arrivarono Stew, Garabi e tutti gli altri ospiti, poi furono annunciati Celine e Tamnais
che fecero il loro ingresso regale. La Regina era molto bella con indosso un abito verde smeraldo tutto
veli, spacchi e trasparenze. Ricordava quasi l’abito di una Dea e notò che si muoveva con estrema
grazia, probabilmente anche per evitare che il taglio dell’abito la mettesse in imbarazzo. Si domandò
perché avesse scelto una cosa del genere, indubbiamente era bellissimo, ma doveva essere anche molto
scomodo.
La musica in breve iniziò e le coppie presero a volteggiare. Cercò di distrarsi guardandosi
attorno, ma purtroppo la sua attenzione venne catalizzata dalla chioma scura di Murch: non riuscì a
staccargli gli occhi di dosso, mentre volteggiava tenendo Adraste tra le braccia, sorridendole e
ascoltandola interessato. Sembravano a tutti gli effetti una coppia felice per cui cominciò a domandarsi
se la tessitrice ne sapesse più di lei. Doveva smettere di guardarli o si sarebbe rimessa a piangere lì in
mezzo al salone gremito di gente.
«Tutto bene?», domandò una voce gentile, posandole una mano sulla spalla.
Si voltò incrociando lo sguardo di Buonia. Nervosa immaginò che l’altra fosse venuta a
gongolare per il trionfo della cugina, poi si diede della stupida: Buonia non si era mai dimostrata quel
genere di persona.
«Sono venuta a cercare nel buffet qualcosa da mangiare per Caswyn. Quel folle voleva farmi
ballare, l’ho quasi legato alla sedia», proseguì Buonia, indicandoglielo con la testa.
Kenina sorrise divertita. Non ce la vedeva Buonia a fare la cattiva, ma immaginava che
all’occorrenza sapesse farsi ascoltare dai malati più indisciplinati, altrimenti non sarebbe mai riuscita a
tenere Brian buono a letto.
«Se ti dicessi che va bene, mentirei», rispose sinceramente, mentre fissava il calice che teneva
tra le mani.
«Io non credo sia detta l’ultima parola, sai», la sorprese Buonia.
La fissò, sgranando gli occhi.
«Adraste è mia cugina e la adoro, ma so vedere quando una cosa non va», disse Buonia.
«Che cosa intendi?», domandò perplessa.
«Adraste è cambiata, lo sento io che sono sua cugina, figurati Murchadh. C’è qualcosa che non
va in lei e nei suoi comportamenti. Non la riconosco quasi più, sembra che il miglioramento della sua
posizione le abbia dato alla testa e spero che torni con i piedi per terra. È solo una festa, non farti
ingannare dalle apparenze», spiegò Buonia.
«Non so cosa dirti. Io non la conoscevo prima, so soltanto come ha agito con me. Credimi, l’ho
volutamente spinta a sottovalutarmi e a credermi una bamboccia viziata, quando me lo ha buttato in
faccia non mi sono presa la briga di contraddirla, ma il resto lo ha fatto tutto da sola», rispose.
«Lo so, ha cambiato comportamento anche su altri fronti. Spero solo che si renda conto che sta
sbagliando, prima che sia troppo tardi. Ti fa piacere unirti a me e mio marito? Lui è costretto a stare
fermo e sta diventando irritante, se ci sarai tu si distrarrà con altri discorsi e tu non rimarrai qui sola a
roderti il fegato», propose Buonia.
«D’accordo», accettò, stupendo se stessa.
Mai avrebbe immaginato che la consolasse la cugina della sua rivale, né che in un momento
tanto infelice fosse colei che le avrebbe portato conforto.
Celine si sentiva catatonica. Aveva cercato di ricacciare indietro tutte le sensazioni che aveva
provato indossando il vestito, fallendo miseramente. A ogni movimento dell’abito le sembrava di
inspirare i profumi che c’erano alla Villa la notte in cui lo aveva messo. Sentiva l’odore della pelle di
Aidan, quasi vi fosse impresso sopra a fuoco.
Ogni bacio che si era scambiata con Tamnais quel pomeriggio le aveva quasi fatto salire la bile
in gola. Eppure aveva sorriso felice, stretto mani, finto di essere la donna più serena del mondo. Quello
doveva al popolo. Non importava se ogni sorriso fosse amaro come il veleno, se ogni bacio sembrasse
in grado di farla crollare a terra priva di vita, se ogni ballo paresse prosciugarla, tutto ciò che contava
era che la gente intervenuta quel giorno credesse in loro e sperasse per il meglio. Era necessario che le
protezioni aumentassero, anche per spostarsi con maggiore sicurezza nelle future missioni.
Aveva quasi sperato di individuare il portatore della Falce del Destino della Terra in mezzo a
tutte quelle facce, ma ancora non aveva ricevuto nessun segnale della cosa.
«Celine», la riscosse Tamnais.
Lo fissò perplessa, le sembrava quasi di non vederlo da quanto aveva tentato di astrarsi dalla
realtà.
«Devi essere stanca di tutti questi balli. La musica era finita e sembrava non te ne fossi accorta.
Andiamo a sederci due minuti», la guidò verso il podio con i troni in loro onore al centro della sala.
Gli ospiti, in assenza di musica, avevano iniziato a interessarsi ai buffet e un servitore venne a
portare loro da bere.
«Avevo dato ordine che dopo l’ultima canzone la musica si interrompesse, è arrivato il
momento della sorpresa», disse, alzando il calice verso di lei.
«Sono davvero curiosa», rispose, fingendo una partecipazione che non provava.
Tamnais le porse la mano, invitandola ad alzarsi e cingendola con un braccio. Come se fosse
stata una scena già programmata, vide Stew e Garabi avvicinarsi a loro. Quando gli furono accanto, il
Sovrintendente attirò l’attenzione della sala.
«Innanzitutto vi ringrazio tutti per essere intervenuti, è un grande piacere poter festeggiare qui
con voi la presenza dei nostri Sovrani», iniziò, mentre tutta la sala portava gli occhi su di loro. «Vi
ringrazio nuovamente per avermi perdonato le mie passate leggerezze e…».
Celine staccò il cervello, era stanca di ascoltare pappardelle fatte per le orecchie della gente,
stufa di sorridere, fingere, persino di respirare. Concentrò la sua attenzione sulla folla presente, sperava
ancora di dare un senso a quella giornata individuando il portatore. Gli sguardi di tutti erano fissi su di
loro, un brusio indistinto pervadeva l’ambiente, facce sconosciute le sfilavano davanti agli occhi come
un caleidoscopio di colori, poi il suo cuore si fermò. In mezzo alla gente, accanto a Bethia, con la
divisa umida della pioggia che cadeva incessante, c’era Aidan. Doveva essere arrivato in piena festa,
era talmente presa ad assentarsi dalla realtà che neppure se n’era accorta. La fissò in modo strano, lo
sguardo sembrò trafiggerla.
Istantaneamente riprese ad ascoltare Stew e a percepire il braccio di Tamnais che la cingeva,
pesante come un macigno.
«Quindi, sapendo quanto il nostro Re sta per dirvi, sono emozionato e onorato di lasciargli la
parola», terminò il suo monologo Stew.
«Un grazie per la vostra presenza è doveroso», si ripeté Tamnais, «so che avete patito grossi
disagi e questo mi sembra il luogo migliore per ciò che sto per dire. Voglio che sappiate che, molto
presto, tutto andrà a posto. Non esisterà più un nemico. So che la situazione non è delle migliori, che il
momento magari non è adatto e si dovrebbe aspettare, ma tutti noi abbiamo bisogno di speranza, di
credere in qualcosa di potente che presto spazzerà via il male. Per questo vi informo che, appena tutto
sarà sistemato, io e Celine ci sposeremo, forse di qui a un anno verrà al mondo il nostro bambino. Il
nostro popolo non avrà mai più nulla da temere, dovrete essere forti ancora per poco, garantiteci la
vostra fiducia, dateci il tempo di portare a termine il nostro compito e sarete ricompensati», terminò il
suo discorso Tamnais tra le urla di gioia dei presenti, mentre si sporgeva verso di lei per suggellare
quella promessa con un bacio.
I suoi occhi volarono immediatamente ad Aidan. Il suo sguardo la congelò, poi, senza che
neppure Bethia che gli era accanto avesse il tempo di rendersene conto, voltò le spalle e si diresse verso
l’uscita della sala. Lei e Tamnais furono assaliti dagli invitati che si volevano congratulare, guance e
labbra umidicce si susseguirono a ripetizione, ma la sua mente era altrove, come anche il suo desiderio
di divincolarsi da quella stretta in vita che le sembrava la stesse facendo soffocare.
«Devo andare al bagno», sussurrò all’orecchio di Tamnais.
«Ti accompagno», rispose immediatamente lui.
«Sarebbe brutto, dopo questo annuncio, sparire entrambi. Con quest’abito ci metterò una vita.
Resta qui, tornerò il prima possibile», rispose.
Tamnais fece per protestare, ma si ritrovò coinvolto in un brindisi con Stew che gli aveva
posizionato un calice in mano. Approfittando della sua distrazione, Celine si allontanò
immediatamente. Non si diresse verso i bagni. Uscita dal salone, si fiondò verso la finestra che dava
sulla facciata principale del palazzo, fece appena in tempo a vedere Aidan che varcava i cancelli delle
mura ed era avvolto dalla fitta nebbia che pervadeva l’ambiente.
Incurante di essere indecente correndo con quel vestito, si fiondò giù per le scale in ampie
falcate; appena trovò una finestra riparata da sguardi indiscreti l’aprì e si materializzò fuori dalle mura.
La pioggia gelida la investì scrosciante, appiccicandole immediatamente addosso l’abito che s’intrise
d’acqua nell’esatto istante in cui il suo corpo riprese forma. I tacchi affondavano nel terreno e li scalciò
via restando scalza. Non aveva idea di dove fosse andato Aidan, ma si fece guidare dall’istinto. In
mezzo a tronchi e nebbia non si vedeva quasi nulla, sarebbe stato inutile fermarsi e guardarsi intorno,
stupido chiamarlo a squarciagola.
Dalla sua mente era come svanito tutto in un’istante. Il pettegolezzo sul bacio che aveva dato a
Bethia, l’aver pensato di potersi sacrificare per il popolo consacrandosi a Tamnais, le incertezze e la
disperazione. Tutto si era dissolto allo sguardo gelido che lui le aveva riservato.
Camminò graffiandosi i piedi e le caviglie, ma non le importò, né tantomeno fece caso alle
gonne del vestito che si erano strappate impigliandosi in un cespuglio. Alla fine lo vide. Le dava le
spalle, era ritto in piedi e fissava la valle in lontananza. Celine avanzò silenziosamente fino a
raggiungere il tronco di un’enorme albero poco distante da lui: anche se non si era voltato era certa lui
sapesse che era lì, ma non sapeva neppure lei come. Si prese un attimo per calmarsi, per bearsi della
vista di lui che tanto le era mancata in quei giorni.
Il suo cuore batteva furioso. Lo amava. Lo amava mentre lo guardava, lo amava mentre
respirava, lo amava quando apriva gli occhi al mattino e quando li chiudeva la notte. Esisteva per
amarlo. Eppure in quel momento era distante, quasi indifferente, sembrava non volesse voltarsi a
guardarla, quasi avesse paura che l’amore che aveva letto nei suoi occhi lo avrebbe sconvolto.
L’avrebbe scelto, sempre, solo lui. L’avrebbe voluto anche se fosse stato vero quello stupido bacio che
l’era stato raccontato, l’avrebbe scelto anche se le fosse toccato lottare contro il mondo intero,
l’avrebbe eletto a suo compagno eterno in quell’istante, senza doverci pensare un momento di più.
Sembrava che la vita avesse deciso per loro, che fossero condannati a non amarsi, nonostante vivessero
l’una per l’altro. In quei giorni più che mai le era sembrato che qualcosa di potente fosse all’opera per
dividere i loro cammini, per lacerare ciò che li univa, per farlo a brandelli.
L’acqua scrosciava incessante, ne era satura, i capelli le si erano incollati addosso come una
coperta, ma non sentiva più il freddo. Le sembrava di essere divenuta liquida, di essersi congiunta alle
lacrime che si mischiavano a quelle gocce martellanti. Anche in quel momento così devastante,
preferiva mille volte piangere per lui che ridere con qualcun altro. Il mondo era indistinto, scomparso,
annullato, esistevano solo loro due e quel grande tronco nodoso.
Pioveva così forte che era difficile distinguere alcunché, a parte quell’albero e la figura di lui
voltata di spalle.
«Aidan», lo chiamò incerta.
Lui si girò di scatto, una scintilla di rabbia nel suo sguardo.
«È meglio che tu vada da lui», disse secco.
«Aidan, io non voglio. Perché fai così?», chiese lei implorante.
«Devi cercare lui, non me. Se ti serve qualcosa è da lui che devi andare, lo sai tu e lo so io. Ma
sei venuta fin qui, dietro di me, e come sempre io mi sono sentito l’unico per te. È un’illusione, Celine,
è a lui che appartieni, che sei sempre appartenuta», le rispose senza guardarla.
«Aidan», invocò il suo nome, tentando di afferrargli una mano.
Il dolore che trasfigurò il suo volto le tolse il respiro.
«Rivivrei ogni attimo di ciò che abbiamo avuto, lo faccio ogni istante nella mia mente, ma
preferirei pagare il prezzo di non averti mai conosciuto che vederti così devastato», sussurrò, le lacrime
che si confondevano con la pioggia di cui ormai era satura.
«Non mi pento di ciò che sento per te, non ti odio poiché mi susciti un amore che non puoi
ricambiare, ma non sopporto che tu cerchi sempre la persona sbagliata, Celine. Io non sono lui e non
posso perdonarti quest’illusione continua», replicò Aidan.
Un brivido la percorse da capo a piedi, ma non era il freddo, era qualcos’altro. Rammentò quel
luogo esatto, tutta quell’acqua, quella conversazione, le esatte parole. Lei lo aveva sognato, mentre
erano nel Regno del Fuoco. Ricordò l’alone nero che aveva visto avvolgere Aidan, la sua figura che
scompariva ed ebbe paura accadesse davvero.
Incurante delle parole che lui le aveva appena rivolto, gli afferrò il polso, tanto era il terrore che
potesse davvero svanire nel nulla, ma gli occhi di lui la trafissero.
«Che cosa vuoi, Celine? Che cosa cerchi da me davvero? Perché non torni da Tamnais a
festeggiare? A bearti del tuo imminente matrimonio», la aggredì malevolo.
Non aveva mai usato quel tono con lei, non sembrava neppure lui.
«Come puoi anche solo pensare che io ne fossi felice?», domandò a sua volta disperata.
«Immagino che esserti infilata il vestito che avevi indosso la prima volta che ti ho baciato
volesse essere un modo per ricordati che di noi non ti importa più niente, vero?», proseguì lui ancora
più arrabbiato.
Era senza parole, non si aspettava ciò che le stava rovesciando addosso, non le sembrava vero.
«Sei rimasta a bocca aperta? Credevi non lo capissi che mi avevi spedito in giro per le Divisioni
perché non ascoltassi cosa avevate da raccontare sul vostro matrimonio, che non ci sarei arrivato che
tentavi di tenermi buono fingendo di amarmi ancora?», continuò ad aggredirla.
«Aidan, io ti amo», rispose lei incredula.
«Tu mi ami?», domandò lui sarcastico.
Senza che avesse nemmeno il tempo di rendersi conto di ciò che stava accadendo lui la spinse
contro l’albero, le afferrò i polsi stringendoglieli lungo i fianchi e schiacciandola contro il tronco con il
peso del suo corpo. La pioggia torrenziale continuava a grondare su di loro, mentre un lampo, il primo
della giornata, squarciò il cielo in due illuminando l’area a giorno. Celine cercò i suoi occhi, sconvolta
da quel comportamento, annichilita dalla rabbia che percepiva in lui. Le iridi azzurre sembravano non
esserci più, le sue pupille erano talmente dilatate da fare sembrare i suoi occhi completamente neri.
«Aidan, ti prego. Come puoi anche solo pensarlo, come puoi credere una cosa del genere. Hai
una vagai idea di come io stata in questi giorni lontano da te? Del dolore che ho provato quando mi è
stato riferito che hai baciato Bethia?», tentò di farlo ragionare.
La sua espressione sembrò tornare la solita, trovò i suoi occhi, ma lui glieli negò quasi subito
abbassando lo sguardo.
«Ho sbagliato. Non ho provato niente. Non so perché l’ho fatto, forse volevo vedere com’era,
come sarebbe stato anche per me avere accanto un’altra, come mi sarei sentito. È stato stupido e inutile.
Quella sera, quando ero nella tua stanza e poi è arrivato Tamnais, non sono andato via. Vi ho spiato, ti
ho vista addormentati abbracciata a lui…», rispose.
«Non avresti dovuto farlo, non avresti dovuto guardare uno spettacolo simile, è già
sufficientemente pietoso per me doverlo subire passivamente», si preoccupò, scusandogli
immediatamente ogni cosa che le aveva detto, comprendendo le parole che le aveva rivolto con il
pensiero e il suo modo di fare distaccato.
«No. So io quello che non posso fare, che non sono capace di portare a compimento. Non riesco
a starti accanto nel modo in cui ti avevo promesso», la spaventò a morte.
Avrebbe voluto vedere i suoi occhi, leggere il suo sguardo, ma non poté perché lo teneva ancora
rivolto verso il basso. Le lunghe ciglia bagnate erano imperlate di pioggia, ogni gocciolina pareva
scintillare come un diamante. Il tempo sembrava essersi congelato a quelle parole, temeva cosa Aidan
avesse deciso. Non poteva perderlo, non sarebbe riuscita a proseguire senza averlo accanto, non era
capace di vivere senza di lui, ormai lo sapeva.
«Avevi promesso che mi saresti stato…».
Non completò la frase, non ci riuscì. Le labbra di lui si posarono sulle sue con forza, senza
indugio, ripensamento o paura, e finalmente le sembrò di essere tornata viva. Il volto quasi incollato al
suo, Aidan si scostò leggermente dalla sua bocca.
«Non riesco a starti accanto senza trascinarti in questo sbaglio con me, non ce la faccio, Celine.
Non sono abbastanza forte. Ti voglio troppo», sussurrò, gli occhi nei suoi, senza cercare di sfuggirle.
«È lo stesso per me. Avevo promesso di rispettare la presenza di Tamnais fino a quando non
avremmo risolto il mistero, ma non ne sono capace. Tu sei mio e io sono tua», rispose lei, reggendo il
suo sguardo.
Aidan le liberò i polsi, le circondò il viso con le mani, poi riprese a baciarla. Quella scarica di
vita la travolse. Non esisteva il freddo, non c’era così tanta acqua da annegarli, non erano in un mezzo a
un bosco, erano in un luogo dove esistevano loro due soltanto e lei aveva bisogno di lui come mai
prima d'ora. Dandosi lo slancio con i piedi scalzi, gli avvolse le gambe attorno alla vita e Aidan, come
se avesse saputo quali erano le sue intenzioni, l’afferrò per i fianchi aderendo completamente al suo
corpo. Sentì le sue mani sulle cosce nude a causa degli spacchi dell’abito, quel contatto la incendiò e lo
desiderò con tutte le sue forze, lo volle come non mai. Non le sarebbe importato se fosse successo lì, in
piedi sotto la pioggia.
I vestiti fradici sembravano quasi una seconda pelle, era come se non ci fossero, i loro corpi
parevano emettere calore, le loro labbra si divoravano fameliche. Non aveva mai sentito Aidan così
coinvolto, nemmeno quella notte nella grotta del Regno del Fuoco. Frenetica, gli infilò le mani sotto la
divisa accarezzandogli la schiena, toccando quella pelle che sembrava ardere sotto le sue dita, che le
apparteneva. Le sue mani la accarezzarono senza esitare, la sua bocca le disse che gli apparteneva, a lui
e a nessun altro. Le loro anime sembrarono fuse, elevate sopra qualsiasi altra cosa potesse esistere
mentre tutt’attorno pioveva.
Non si udì un suono, a parte lo scroscio che si spandeva su quella natura vivente che cedeva il
passo alla morte autunnale. L’acqua mondava ogni cosa, gli abeti sempreverdi l’accoglievano
restituendone gocciole leggere al terreno; gli alberi ormai spogliati dalla stagione che incedeva, invece,
la lasciavano scorrere tra le loro braccia nude, facendola grondare sul terreno e su di loro. Ogni cosa ne
era avvolta, anche loro, tanto da sembrare creature di un altro pianeta. I fiotti rumorosi sembravano
portarsi via tutto, cancellavano i pensieri, le azioni, i dubbi, le paure, qualsiasi cosa avesse avvolto quei
giorni era spazzata via da quell’acqua e da quel bacio. Gli strumenti della natura producevano ognuno
un suono diverso, mai nessuna canzone sarebbe potuta essere più bella poiché, in quell’attimo,
sembrava cantata apposta per loro, per quell’infinito che stavano condividendo.
Celine aprì gli occhi per posare lo sguardo su di lui, scostandosi dalle sue labbra: le gocce di
pioggia scorrevano sul suo viso, sui suoi capelli facendoli sembrare oro liquido, s’incollavano alle sue
ciglia bionde incorniciando le pozze di cielo. In quel momento le sembrò una creatura di un altro
mondo, tanto era bello, tanto la situazione era irreale e astratta dalla realtà. La nebbia argentea li
avvolgeva, quasi fossero anch’essi parte di quella natura, mentre i loro sguardi si fondevano e loro
anime necessitavano di scambiarsi di posto. Quelle labbra, umide, lucide di pioggia, arrossate dalla
foga con la quale le aveva divorate fino a pochi istanti prima, la stavano chiamando.
«Quanto mi sei mancato», sussurrò, mentre affondandogli una mano nella nuca lo ricondusse
verso la sua bocca per riprendere da dove si erano interrotti, per sbagliare e continuare a farlo, per
perdersi, anche per sempre se fosse stato necessario.
«Levale immediatamente le mani di dosso!», tuonò una voce.
Quella era reale, Celine non ebbe dubbi, e la riconobbe molto bene. Riappoggiando i piedi per
terra, volse lo sguardo verso Erskine che li fissava ad occhi sgranati. Istintivamente incrociò le braccia
sul petto per coprirsi, non voleva neppure immaginare che aspetto potesse avere con quel vestito
fradicio addosso, sapeva solo che fino a pochi istanti prima non le era importato.
Non fece in tempo a completare quel pensiero perché percepì qualcosa che le avvolse le spalle.
Aidan si era sfilato il mantello per coprirla.
«Che cos’avevi intenzione di fare? Sei forse impazzito? Adesso andrai immediatamente al
Castello, ti allontanerai di qui e farai rapporto sull’accaduto al Consiglio. Decideranno loro di te»,
ordinò rivolto ad Aidan.
«Mi dispiace», rispose lui, facendo un passo indietro.
«Erskine, tu sai che cos’hai visto», s’intromise Celine.
«Sì. Ho visto un laoch che aggrediva una dei Prescelti, che faceva qualcosa che non avrebbe
mai dovuto fare, non riesco nemmeno a dirlo…».
«Non è vero», lo interruppe Celine, «a meno che il tuo campo visivo non sia compromesso, hai
visto ben altro», aggiunse.
«Celine, forse…», tentò di fermarla Aidan.
«Forse niente», mise fine alle sue proteste, per poi rivolgere l’attenzione su Erskine. «Erano le
mie mani a essere infilate sotto la sua divisa, erano le mie gambe a essere attorcigliate attorno alla sua
vita ed era la mia bocca che rispondeva alla sua. Io lo amo, Erskine, l’ho sempre amato», chiarì.
Il Maestro la fissò senza parole. Era al colmo dello sbigottimento, Celine temeva quasi che gli
prendesse un colpo e stramazzasse a terra.
«Ma... Tamnais… il Prescelto…», articolò confusamente.
«È solo una recita, Erskine. Non sono innamorata di lui, non lo sono stata neppure un secondo.
Agisco in un certo modo solo per il bene del popolo, ma si tratta di mera finzione», rispose.
«Lui lo sa?», domandò Erskine.
«Certo che no. Lui non ha il minimo dubbio sui miei sentimenti. Deve essere così, la nostra
gente viene prima di qualsiasi cosa», chiarì.
«Celine… questo… è troppo, mi dispiace. Questa volta non posso fare finta di niente e passarci
sopra», disse Erskine sconvolto.
«Invece lo farai, e sai perché? Perché sai che fine farebbe Aidan e non lo vuoi neppure tu. Lo
hai cresciuto e ti sembra sia quasi un figlio. Soprattutto, però, non lo farai perché la cosa rovinerebbe
anche me, e il nostro popolo di conseguenza», replicò Celine diretta.
«Intendo solo allontanare Aidan, per quanto mi riguarda su di te posso anche non dire niente.
Come hai osservato, il nostro popolo viene prima di noi stessi», disse Erskine.
«Io non starei zitta, Erskine, non permetterei mai che qualcuno pensasse una cosa del genere di
Aidan. Non lo permetterò. Il nostro popolo viene prima di me stessa, ma non di lui. Non vi lascerò
fargli del male», si ostinò Celine decisa a non mollare, se lo avesse fatto sarebbero stati persi. Sapeva
che il Maestro non voleva realmente parlare, ma di certo non poteva fare loro un applauso. Doveva
insistere fino a che poteva.
«È un segreto grosso e pericoloso, ne sono consapevole. Nessuno lo sa, neppure Buonia ne è al
corrente. Volevamo tenere al sicuro da possibili conseguenze le persone che amiamo. Ti chiedo di
portare questo peso con noi, di fingere di non aver visto niente, di non aprire bocca. Io non posso vivere
senza di lui e non intendo farlo», aggiunse imperterrita.
«Sono sconvolto, Celine, mai mi sarei aspettato una cosa del genere. Confesso, in passato, di
aver avuto qualche sospetto su voi due, ma mai avrei pensato che la cosa andasse avanti anche ora. È
tradimento, non solo verso il popolo, ma anche nei confronti di qualsiasi nostra credenza e degli
Spiriti», non mollò il colpo Erskine.
«Gli Spiriti sanno tutto, le cose non sono come sembrano. Ti spiegherò tutto, Erskine,
permettimi di farlo», rispose Celine.
Lo sguardo del Maestro, se possibile, si fece ancora più allibito, poi si arrese.
«D’accordo. Andremo nella tua stanza e, dopo che ti sarai asciugata, mi darai delle
spiegazioni», acconsentì.
«Rientriamo, Celine, ti prenderai una polmonite», intervenne immediatamente Aidan.
«Non ancora, prima devo fare una cosa», lo bloccò, «dammi la mano», lo esortò poi.
«Celine, non credo sia il caso…», tentò di obiettare lui.
«Invece è proprio il caso. Lo so, sento che Erskine non è ancora convinto e qualsiasi cosa gli
dirò più tardi avrà sempre il ragionevole dubbio. Io non tornerò in quel Castello, non prima di essermi
assicurata di continuare ad averti accanto», rispose Celine, per poi sposare l’attenzione su Erskine.
«Rammenti quanto io sia stata male, la mia quasi impossibilità di usare i poteri, il fatto che neppure
Tamnais sia in grado di aiutarmi, vero?», domandò.
«Certo, è anche per questo che abbiamo avuto dei problemi in queste spedizioni», affermò
Erskine.
«Molto bene. Penso che l’annuncio dato da Tamnais al ballo abbia fatto aumentare le
protezioni. Poco dopo le sue parole ho visto come al solito la speranza irradiata dalle persone. Credo
sia il momento opportuno per controllare a che punto è lo scudo», dichiarò.
«Celine, non farlo, ti sentirai male!», esclamò Erskine.
Celine, la mano di Aidan salda tra le sue, iniziò e caricare il suo potere. Le loro mani congiunte
brillavano, poi un’onda di luce avvolse tutta la valle, si ampliò verso tutti i confini del Regno e saggiò
le condizioni delle protezioni. Erskine li guardò ipnotizzato, faticando a credere a ciò che stava
vedendo.
Quando la luce si estinse, rimase imbambolato a fissarli. Lei stava evidentemente bene.
«Come? Cosa?», articolò Erskine a fatica.
«Ora non posso stare a spiegarti le cose nel dettaglio. Tutto il popolo avrà visto la luce
espandersi, gli altri avranno capito cosa ho fatto. Ho anche la scusa per stare male. Aidan mi prenderà
in braccio, portandomi al Castello, tu dirai che mi avete visto uscire e mi siete corsi dietro. Fingerò di
essere svenuta», spiegò il piano. «Dopo parleremo, ma prima voglio la tua parola, Erskine e deve essere
quella definitiva», lo esortò.
Il Maestro li fissò, alternando lo sguardo dai loro volti alle loro mani congiunte perché il
contatto le faceva ancora scintillare di luce dorata. Era come se il suo corpo fosse ingordo di
quell’energia che gli era mancata troppo a lungo e ne chiedesse l’eccesso, anche se non stava più
usando potere.
«D’accordo. Al Castello tenterò io di gestire le cose con Tamnais. Immagino che voi abbiate i
vostri modi per vedervi e parlarvi, e io non li voglio sapere. Dopo che ti avrà visitato Buonia, però, mi
spiegherai qualcosa in più», cedette finalmente Erskine.
Fu così che Aidan la prese in braccio e si avviarono in silenzio. Il Maestro era ancora troppo
frastornato per dire altro, mente lei e Aidan conversavano in silenzio.
“Andrà tutto bene”, lo incoraggiò lei.
“Ho paura, Celine”, rispose Aidan spaventato.
“Erskine non ci tradirà e noi abbiamo molto di cui parlare”, disse.
“Ho scoperto molte cose, Celine, stento ancora a crederci. Non vedevo l’ora di arrivare e
dirtele, poi è successo quello che è successo. Sono sempre troppo impulsivo, non riesco a trattenere la
mia gelosia”, si rimproverò lui.
“Sono felice che tu non l'abbia fatto, quelle labbra mi mancavano più dell’aria”, rispose lei,
nascondendogli il volto nel petto.
Quando arrivarono nei pressi del Castello, si aggrappò a lui in modo da sembrare incosciente e
nascondere il viso. Nessuno disse niente, vedendola tra le sue braccia, nemmeno Tamnais.
«Abbiamo visto l’esplosione di luce e poco dopo l’abbiamo trovata a terra svenuta, non
sappiamo cosa sia successo. La portiamo nella sua stanza, mandate a chiamare Buonia», disse Erskine.
«Vengo con voi», replicò Tamnais.
«Ci sono ancora molti ospiti, occupatevi di loro, inventate qualcosa per salvare la situazione.
Celine ora è al sicuro, inoltre è incosciente. Se si sveglierà, vi manderò a chiamare», rispose Erskine.
Tamnais la diede loro vinta. Sapeva che c’era ancora un po’ da recitare, ma la sua mente era già
oltre: non vedeva l’ora di essere da sola con Aidan e di parlare con lui.
Capitolo 18 Di nuovo insieme
Giovedì 10 maggio
Quando dalle vetrate del Castello avevano visto espandersi la potente aura di luce di Celine,
tutti si erano voltati estasiati e la sala era stata pervasa da esclamazioni di stupore. Lei si era spaventata
a morte perché Tamnais era lì, davanti a lei, da solo. Celine era sparita da un po’, non aveva idea di
dove fosse andata. Allarmata aveva osservato il diluvio che imperversava fuori e si era domandata se
l’amica fosse impazzita a usare tutto quel potere da sola, rischiando di svenire sotto quella pioggia
torrenziale senza che nessuno sapesse dov’era.
Pochi minuti dopo era seguito un certo trambusto, aveva notato Tamnais precipitarsi verso
l’ingresso del castello ed era stata chiamata perché andasse a visitare la Regina. Buonia si era tolta di
corsa l’abito da sera per precipitarsi nella stanza di Celine, quando era arrivata l’aveva trovata
cosciente, anche se frastornata. L’aveva aiutata a togliere gli abiti bagnati e a infilare una camicia da
notte asciutta.
Dopo averla fatta sdraiare, iniziò a visitarla ma non trovò gli stessi sintomi preoccupanti che
aveva trovato le precedenti volte, quando l’amica aveva usato il potere. A parte lo svenimento che le
avevano riferito sia Aidan sia Erskine, nulla avrebbe fatto presagire che lei stesse male. Ciononostante
non parlava e appariva assente. Se non avesse saputo quanto ci tenesse ad essere sempre padrona della
situazione e a mostrarsi forte, avrebbe creduto che stesse fingendo.
«Celine, stai bene. Credo che domani mattina, dopo un buon sonno, sarai come nuova. Non
vedo nemmeno la necessità da darti il tonico», comunicò all’amica.
Lo sguardo vacuo di Celine saettò verso di lei.
«Grazie, Buonia», rispose.
«Darò l’ordine di portarti la cena in camera, meglio che tu stia a riposo», suggerì, preoccupata
da quella strana assenza mentale.
Bussarono alla porta e andò ad aprire. Tamnais si precipitò dentro come una furia.
«Celine, come stai?», chiese allarmato.
Lei lo fissò, come se non lo vedesse.
«Sta bene, i valori sono ottimi, soprattutto se paragonati alle altre volte in cui ha usato i poteri.
È solo un po’ affaticata», intervenne, visto che Celine non parlava.
«Che cosa ti è saltato in mente? Andartene durante la festa, uscire sotto questo diluvio
universale? Potevi metterti in pericolo, farti del male», si agitò lui, sedendosi sul letto e prendendole la
mano.
Buonia si sentì di troppo e avrebbe voluto andarsene, ma il suo interesse medico vinse
l’imbarazzo. Era sconcertata dallo stato dell’amica.
«Io… io…», rispose Celine confusamente, «ho sentito la voce di Talamh, lei invocava il mio
nome, la sentivo urlare fuori dal Castello. Mi ha chiamato verso quella radura, ho dovuto usare il
potere, lei lo voleva», replicò.
«Ti ha parlato?», domandò Tamnais, la voce alterata probabilmente dallo spavento che doveva
essersi preso.
«No, ma ho fatto il mio dovere», replicò Celine, lo sguardo rivolto verso il soffitto, «ora devo
dormire», aggiunse poi.
Tamnais si volse verso di lei sconcertato.
«Deve essere la stanchezza», mentì Buonia che non aveva davvero idea del perché fosse così
stralunata, visto che il suo corpo pareva fosse in perfetta forma.
Tirarono le tende e lasciarono la stanza insieme. Quando raggiunse Caswyn, non seppe neppure
lei cosa riferire.
«Sono preoccupata», ammise, riferendogli le risposte che aveva dato Celine e il suo modo di
agire.
«Ha detto di aver sentito la voce di Talamh?», domandò Caswyn.
«Proprio così, ma mi pare strano che non l’abbia udita anche Tamnais», osservò lei
preoccupata.
«A che cosa stai pensando, Buonia?», la interrogò il marito.
«Non lo so, sono perplessa. È da quando siamo arrivati che Celine pare strana, questa di oggi
poi... Mi sono spaventata a vederla così, sembrava quasi fuori di sé. Se fosse stata nelle condizioni
degli altri giorni lo avrei trovato normale, ma stava benissimo. Onestamente, visti i suoi attuali
cedimenti, mi pare quasi impensabile che abbia usato il potere senza conseguenze», spiegò.
«Chi è che hai detto l’ha trovata?», indagò Caswyn.
«Erskine e Aidan, a quanto pare», rispose lei.
«Non credi che…», lasciò cadere Caswyn.
«Figurati. Celine non farebbe mai più niente del genere. È legata a Tamnais», chiuse il discorso
lei.
Non sapeva cosa pensare. Sperava solo che l’amica non stesse davvero uscendo di senno. I suoi
comportamenti lasciavano intendere quello, ma non riusciva a crederci, non voleva neppure pensarlo.
Era stato difficile fare l’indifferente durante la cena. Non vedeva l’ora di fiondarsi da Celine,
ma Tamnais non sembrava molto di buon umore e non gli era parso il caso di non farsi vedere. Inoltre
anche Bethia non era stata contenta di vederlo sparire nel nulla per fare ritorno con Celine tra le
braccia, la ragazza era alquanto gelosa, persino della Prescelta. A dirla tutta aveva ragione, non poteva
darle torto. Aveva impiegato del tempo per convincerla ad andare a letto sulla soglia della sua stanza;
Bethia si era intestardita e voleva che entrasse, ma lui aveva altri piani e non desiderava incoraggiare
Stew a immaginare cose che non c’erano.
Il Castello era ormai silenzioso quando, cercando di non farsi notare, uscì all’aperto per
materializzarsi sul balcone della camera di Celine. L’aria era gelata, profumava di terra bagnata.
Inspirò a pieni polmoni, gli pareva quasi che quegli odori gli restituissero linfa vitale. Non era ancora
riuscito a fare i conti con le sensazioni che aveva provato quel giorno. Una rabbia cieca lo aveva
invaso: le parole del marito di Eithne, la lettera di Mavi, la lontananza da lei, il suo perenne senso di
inadeguatezza. Non aveva mai dubitato di Celine, ma in quel momento gli era parso tutto vero. Si era
allontanato per non fare danni, ma quando lei gli era andata dietro si era infuriato. Si era sentito
umiliato, preso in giro e ferito.
Non avrebbe mai immaginato di provare un tale senso di rabbia verso di lei, non era riuscito a
trattenersi: l’aveva aggredita, ne era più che consapevole. Solo quando aveva trovato i suoi occhi aveva
capito di aver frainteso tutto, era come se un velo nero gli fosse calato sullo sguardo per pochi secondi
e ne fosse stato sopraffatto. Doveva imparare a controllarsi, era troppo geloso. Lo era stato anche di
Maheloas, ma non in quel modo, non così. Poi le sue labbra, il suo corpo avvolto da quel velo bagnato:
niente aveva avuto più senso. Se non fosse sopraggiunto Erskine, avrebbe fatto quello che sentiva senza
pensare alle conseguenze. Era stato davvero fuori controllo.
Prima che qualcuno lo notasse, svanì nella notte per riapparire da lei. Celine lo stava aspettando
in piedi davanti alla finestra, sembrava quasi sapesse quando sarebbe arrivato. Non gli diede il tempo di
entrare, lo cercò ancora prima che la finestra si fosse richiusa, aggrappandosi a lui, infilandogli le dita
tra i capelli con talmente tanta foga da fargli quasi male. Anziché respingerla, la ricambiò. Non aveva
più senso fingere, trattenersi: non erano capaci di fare la cosa giusta.
«Ho avuto paura che Erskine ci avesse ripensato», sussurrò lei.
«Ti aveva dato la sua parola, no?», le rammentò.
«Sì, ma ho avuto paura lo stesso», rispose, restando avvinghiata a lui.
«Devi essere stata convincente», le sorrise per tranquillizzarla. «Che cosa gli hai detto?»,
domandò poi.
«Che gli Spiriti sanno del nostro dono e che ci hanno detto che non è ancora il momento di
scoprire tutte le carte. Non gli ho parlato dei medaglioni, di quale pensiamo sia il nostro potere, né
tantomeno delle rivelazioni sul tuo conto. Avevamo giurato insieme di mantenere il segreto. Vista la
presenza di Tamnais, direi che non è questo il momento di svelarlo», chiarì lei.
«Hai fatto bene», approvò.
«Mi è sembrato piuttosto confuso al riguardo. Io mi sono giustificata dicendogli che, dopo
l’arrivo di Tamnais, non ho più potuto parlare con loro. Lo sa bene anche lui che su questo non mento»,
aggiunse Celine. «Piuttosto raccontami delle tue scoperte», lo sollecitò.
«Ti voglio in quel letto», rispose, guidandocela.
«Sai che sto bene, ho solo recitato a beneficio di tutti, sarebbe stato irrealistico se mi fossi
mostrata in forma dopo quel dispendio di potere», si oppose lei.
«Ci sono più motivi», zittì le sue proteste.
Si lasciò condurre, ma lo fissò in attesa che si spiegasse.
«Io avevo la divisa, tu quell’abitino, hai preso un sacco di freddo e sono stato un vero
incosciente a non riportarti subito qui, ma non ero molto in me. In secondo luogo Tamnais è qui sotto e
lui pensa che tu sia a letto, se camminassimo o ci muovessimo potremmo fare qualche rumore, e…», si
interruppe, mordendosi la lingua.
«E poi credo che quest’ultima cosa sia quella che mi interessa di più», lo stuzzicò lei.
«E voglio vederti dormire, voglio stringerti mentre ti abbandoni, voglio guardarti fino al
mattino e voglio essere il solo a poterlo fare», ammise, accarezzandole il viso.
«Raccontami il resto», lo sollecitò nuovamente.
Aidan le riferì di Forbia, di Àraidh e Dìleas e del loro potere. Non omise nulla, nemmeno i fatti
che riguardavano Davios.
«Ora comprendo perché mi odia tanto», rispose immediatamente Celine.
«Tu che cosa c’entri? È accaduto secoli fa», obiettò lui.
«Aidan… Sa che mi ami. Te lo ha detto, lo ha capito da quel giorno alla villa, da quando Matteo
ti aveva rapito. Avrà rivisto la sorte di sua sorella, tutti i fatti che gli sono accaduti. Probabilmente lui
pensa ancora che Dìleas l’abbia rovinata, che la sua morte sia quasi colpa di lui, e teme che tocchi la
stessa sorte a te. Rammentati cosa ti ha detto quando ti ha invitato a casa sua, quando ti ha parlato di
problemi sul conto della mia famiglia? Ecco a cosa si riferiva», lo fece ragionare Celine.
«Può essere, ma è folle comunque», replicò lui.
«Forse, ma è altrettanto folle ciò che hai scoperto e che succede anche a noi. Altri due guerrieri,
secoli prima, si sono amati, possedevano i nostri stessi elementi, erano una Misneachail e un Flathail.
Non sono coincidenze, Aidan, sarebbero troppe», fece eco alle congetture che già lui aveva fatto.
«Lo so, ci ho pensato anche io. Potrebbe voler dire che questo dono non ha niente a che fare con
il fatto che io possa essere un Prescelto. Non so che significato ci sia dietro tutto questo, potrebbe anche
non voler dire nulla. Forbia è di certo la più informata sui fatti, ma di più non sapeva. A Davios non
voglio parlare, se sapesse che ho indagato su questo e fosse già stato nei suoi pensieri come suggerisci
tu, ci metterebbe un attimo a fare due più due e non è certo ciò che vogliamo», la mise a parte dei suoi
pensieri.
«Hai ragione», annuì Celine.
«Ho fatto anche un altro incontro», iniziò lui raccontandole di A-Raoir.
«Sembra un soggetto sgradevole rispetto alla moglie», disse immediatamente Celine.
«Lo è», confermò. Sentì un brivido lungo la schiena al pensiero di quanto le parole dell’uomo lo
avessero condizionato. Si era arrabbiato con Celine, non riusciva ancora a crederci.
«Scusami per prima, non so cosa mi sia preso, ero fuori di me», le accarezzò il viso. «Piuttosto
tu saresti dovuta essere furente per ciò che hai scoperto», aggiunse.
Celine gli lanciò uno sguardo preoccupato.
«Aidan, io quella cosa l’ho sognata. Non ti dissi nulla allora, non lo feci poiché eri già
abbastanza giù per gli incubi relativi ai tuoi genitori. Avevo già udito parte delle parole che mi hai
rivolto e in quel sogno esisteva il Prescelto. Allora avevo pensato fosse il mio inconscio che rimandava
i miei sensi di colpa. Nel sogno svanivi avvolto da un alone nero, appena possibile ti ho afferrato per il
braccio per questo motivo: temevo che accadesse davvero, ho avuto paura», raccontò lei.
Aidan ripensò all’odio sordo che aveva covato per Tamnais in quei giorni, poteva ancora sentire
il dolore delle fitte che gli avevano perforato il cervello e non poté fare a meno di preoccuparsi per il
sogno raccontatogli da Celine.
«Ehi», lo richiamò immediatamente lei, «so a cosa stai pensando. Non farlo. Per quanto
riguarda Bethia, l’ho saputo da Buonia che l’ha saputo da una guaritrice. Non ce l’ho avuta con te, ma
sono stata male. Ho creduto che avessi deciso di voltare pagina, io… senza di te non avevo motivo di
vivere, per quello alla festa ti sono apparsa così passiva. Se tu non mi avessi amato più, non avrebbe
avuto senso lottare per me, avrei fatto la scelta di restare con Tamnais per il bene di tutti» lo sconcertò
lei.
«Celine, non pensarlo mai. Te lo dissi mesi fa in quella grotta, te lo ripeto ora: non esisterà mai
un’altra, non è possibile, non dopo di te. Ho fatto un gesto stupido, ero troppo arrabbiato per ciò che
avevo visto la sera prima, non ero in me. È stato scorretto anche verso di lei», chiarì subito.
«È accaduto altre volte?», domandò Celine, abbassando lo sguardo.
Le pose delicatamente due dita sotto il mento e la obbligò a guardarlo.
«Non devi vergognarti di chiedermi spiegazioni, io te le devo e voglio che mi guardi in faccia
mentre lo faccio perché desidero tu sappia che è la verità».
Il colorito che le affluì al volto gli fece sciogliere dentro qualcosa che era stato a lungo
congelato in quei giorni. Nonostante tutto quello che era successo tra loro, nonostante lei sapesse bene
che lui l'amava, arrossiva ancora, lo guardava sempre come se fosse la cosa più preziosa dell’intero
universo, accendeva in lui la speranza di esserlo. Non avrebbe mai rinunciato a quegli occhi, non ne
sarebbe stato capace.
«Ti prego, dimmelo. Non mi arrabbierò», lo sollecitò.
«No, Celine. Non avrei mai potuto, uno sbaglio è già stato abbastanza», rispose infine.
Lei non rispose, si allungò verso di lui e lo baciò con trasporto.
Gli credeva.
Murchadh non aveva ben chiaro cosa fosse successo, né perché Celine fosse uscita sotto quella
specie di diluvio da sola. Visti i suoi recenti malesseri, era stato davvero sciocco usare il potere in quel
modo. Non si era accorto del rientro di Aidan sin quando non gli era stato riferito che era stato proprio
lui a portarla in braccio sino al castello. Si domandò come potesse sentirsi, come dovesse essere
stringere tra le braccia la persona che ami pur sapendo che mai più sarebbe stata tua. Ammirava il
modo di fare di Aidan, lui non sarebbe mai stato capace.
Tamnais aveva scelto un gruppetto per la missione del giorno seguente. Dopo che Celine aveva
usato il potere per saggiare lo scudo, aveva chiesto a Lonn di verificare con i sistemi di sorveglianza.
Sembrava essersi leggermente espanso e desiderava che qualcuno andasse a verificare i danni che
avevano fatto i nemici. Sarebbero andati in pochi visto che sarebbero stati al sicuro: erano stati scelti
lui, Kenina, Mavi e Brian, e l’appuntamento era stato fissato per il mattino molto presto.
I suoi pensieri volsero alla giornata appena trascorsa, non poteva più rimandare: doveva fare i
conti con se stesso. Non era stato bene con Adraste quel giorno e ne aveva ben chiari i motivi a quel
punto. Le supposizioni che aveva fatto su di lei erano corrette: si era sbagliato, era stato innamorato di
un’illusione. Adraste non era la persona che gli era sembrata, oppure era cambiata drasticamente. Tutto
ciò da cui era stato attratto sembrava non esistere.
Quando bussarono alla porta della sua stanza, per un breve momento, sperò fosse Kenina. Si
diede immediatamente dello stupido. La conosceva bene, sapeva che non sarebbe andata a cercarlo,
specialmente dopo il ballo.
Aprendo l’uscio, si trovò davanti Adraste.
«Ciao, come mai sei qui?», domandò
«Avevo voglia di stare ancora un po’ con te, ho pensato che potesse farti piacere», rispose lei,
entrando nella stanza.
Doveva dirglielo.
«Stavo per andare a dormire, ma se vuoi possiamo parlare qualche minuto», tentò d’intavolare il
discorso.
«Mi dispiace che per domani sia stato scelto tu, gli altri riposeranno qualche ora in più. Vuoi
che venga lo stesso?», domandò lei.
«Non ce ne sarà bisogno. Saremo al sicuro», rifiutò lui.
«Sì, ma ti troverai da solo con Kenina, potrebbe essere imbarazzante», abbozzò Adraste.
«Ci saranno anche Mavi e Brian. Perché dovrebbe essere imbarazzante?», chiese perplesso.
«Be', dopo oggi», rispose lei.
Murch la fissò in attesa che continuasse.
«Ma non hai visto che faccia da cane bastonato aveva? Come deve esserle pesata la sconfitta...
Se ne stava lì ai margini della pista, sembrava una sfigata al suo primo ballo. Se non fosse andata a
salvarla Buonia, sarebbe rimasta sola tutto il giorno. Io le avevo suggerito di iniziare a darsi da fare, ma
no mi ha ascoltata», rispose Adraste.
«Le hai suggerito cosa?», urlò quasi.
«So che avevo promesso, ma oggi l’ho incontrata mentre stavo scendendo per la festa. Mi ha
guardata con aria di superiorità, mi ha fatto arrabbiare. Le ho fatto presente che ormai avrebbe dovuto
esserle chiaro che avevi fatto una scelta. La reginetta figlia dei Sovrintendenti si è beccata una bella
lezione: anche una tessitrice può sconfiggere una laoch», snocciolò Adraste, orripilandolo.
«Sembra quasi che ti importi solo di aver vinto una guerra di classe più che di aver partecipato
al ballo con me», le fece notare.
«Andiamo, Murch, non essere ingiusto. Si è sempre sentita superiore a me, la signorina “ti
ignoro come se non esistessi”. Quando a Gallaibh ho chiesto di ballare con te non ha fatto una piega,
neppure nelle altre occasioni ha mai battuto ciglio, convinta di avere la vittoria in tasca», replicò
Adraste.
«Non è mai stato così, te l’ho detto io e penso te lo abbia detto anche Buonia. Non posso
credere che tua cugina non si sia resa conto che era il caso di farti presente come stavano le cose.
Kenina è stata al suo posto solo per rispetto nei miei riguardi. Quando ha sbagliato, me lo ha
confessato», la difese immediatamente.
«Adesso prendi le sue parti anche tu?», scattò Adraste.
«Adraste, non stavi combattendo la guerra. Dovevi solo essere innamorata di me. Tutto ciò che
hai detto e pensi di Kenina, hai invece dimostrato di esserlo tu. Lei sarà anche venuta a letto con me,
ma l’ha fatto sull’onda del momento e perché lo voleva, non ha calcolato le conseguenze. Tu, invece, ci
hai provato sperando facesse da ago della bilancia, hai tentato in tutti i modi di renderti superiore a lei e
non fai altro che vantarti di te stessa. Non sei più tu», rispose lui.
«Io sono sempre stata me stessa. Prima ero oppressa dall’umiltà che mi hanno sempre insegnato
i miei genitori, ma quando mi sono resa conto del mio potenziale ho capito quanto i laoich ci abbiano
sempre sottovaluti», si difese Adraste.
«Ascoltami», la bloccò Murch, «non ho intenzione di intavolare questo tipo di discussione.
Posso solo dirti che non piaceva nemmeno a me il modo di fare di certe persone e sono felice
dell’arrivo di Celine e del suo nuovo modo di vedere la nostra comunità. Il tuo modo di fare, però, è
sbagliato. Ci metti troppa rabbia, Adraste».
«Mi sembri Buonia», lo rimbeccò lei.
«Adraste, c’è una cosa che devo dirti», cambiò discorso.
La situazione si stava già scaldando a sufficienza, temeva cosa gli sarebbe potuto uscire di
bocca se avesse detto altre sciocchezze su Kenina.
«Ti ascolto», incrociò le braccia sul petto lei.
«Kenina non sa ancora niente, ho pensato fosse corretto parlarne prima con te. Se non fossi
venuta questa sera, ti avrei cercato domani al nostro rientro dalla spedizione», iniziò. «Ho fatto una
scelta, non posso più mentire a me stesso e a voi due. Ho sbagliato a procrastinare così tanto. Mi sono
detto di averti idealizzato e di non saper accettare ciò che sei davvero, che non c’è mai stata un’Adraste
diversa da quella che sei ora: adesso tu me lo confermi. Io sono innamorato di Kenina, mi dispiace. Lo
avrei dovuto capire al nostro rientro, ma mi sentivo ancora legato al ricordo di ciò che ero convinto di
sentire per te. Ho sbagliato e ti chiedo scusa».
«Che cosa?», gli urlò contro lei.
«Mi ha sentito. Odiami, detestami, non ti dirò che hai torto. Ho sbagliato, ma la verità è questa:
io voglio lei», chiarì implacabile.
Era stato duro, ma non voleva lasciarle la minima illusione. Quella situazione grottesca era già
durata sin troppo.
«Io non posso crederci. Ho studiato per te, ho rischiato la vita per te, sono venuta qui in
missione per essere degna di stare al tuo fianco. Tu, invece, vuoi lei? Dovresti vergognarti!», ribatté
Adraste infuriata.
«È proprio questo che non capisci. Tutte queste cose che dici di aver fatto per me le hai fatte per
te stessa. Io sono stato solo un catalizzatore, ma in realtà le volevi per te. Le desideravi anche prima,
forse ti mancava il coraggio di metterti in moto per affrontare il cambiamento», rispose lui.
«Questa è la scusa che racconti a te stesso per avermi preso in giro?», domandò lei.
«Adraste, io sono senza scuse e lo so bene. Sto parlando per te. Il cambiamento a volte
spaventa, ma come mi hai detto poc'anzi hai sempre desiderato valere di più di prima. Anche il senso di
inferiorità che nutrivi nei miei confronti era assurdo, in amore quelle cose non esistono. Forse se fossi
tornato da una missione senza una gamba ti sarei andato bene, avrei potuto essere il marito di una
tessitrice perché infermo. Pensi che l’amore sia una questione di meriti? Di metro di giudizio? E di
chi?», tentò di farla ragionare.
«Queste sono tutte sciocchezze», si ostinò lei.
«Non lo sono, Adraste. Pensa a te stessa, alla vita che potrai avere. Hai talento e forza di
volontà. Sono certo che troverai la tua strada, magari con qualcuno di più degno di me», rispose lui.
«Allora sei proprio convinto», lo squadrò lei.
«Certo che lo sono», rispose.
«Non ho più motivo per restare qui dentro, né per rivolgerti la parola», gli voltò le spalle e uscì
dalla stanza sbattendo la porta.
Gli dispiacque per come erano andate le cose, sperò solo che la rabbia passasse e si accorgesse
che con lui non sarebbe stata felice.
Guardò l’ora: erano le undici passate e l’indomani alle sei avrebbe dovuto essere pronto a
partire. Con Kenina avrebbe parlato dopo la missione, in fin dei conti non avrebbero corso alcun
pericolo perché sarebbe stata solo una perlustrazione.
Capitolo 19 Parole che possono uccidere
Venerdì 11 maggio
Kenina si alzò in piedi al suono della sveglia. La sera precedente stava quasi per addormentarsi
quando qualcuno aveva infilato un biglietto sotto la sua porta. Non aveva riconosciuto la grafia ed era
anche abbastanza illeggibile, ma immaginava fosse di Tamnais, solo lui avrebbe potuto decidere di
cambiare l’orario di una missione quando tutti erano già andati a letto. Non capiva come mai avesse
anticipato la loro sortita di un’ora, ma non aveva importanza.
Si vestì rapidamente, cercando di non pensare al giorno precedente: tutto quello che era
accaduto le aveva fatto troppo male. Murch la sera non si era visto, immaginava che l'avesse trascorsa
con Adraste e che, probabilmente, quel giorno le avrebbe fatto sapere di aver scelto lei. Scacciò quei
pensieri e si concentrò su ciò che doveva fare, dopotutto aveva dato a Celine la sua parola quando la
Regina l’aveva aiutata a perorare la sua causa con suo padre. Si sarebbe impegnata, avrebbe proseguito
in tutte le missioni e poi sarebbe tornata al suo posto.
Quando arrivò in sala da pranzo la trovò deserta, non c’era neppure niente di pronto: Tamnais
doveva aver deciso di fare alzare prima loro, ma doveva essersi ben guardato dall’avvisare anche il
personale del Castello.
«Ti sei alzata finalmente», la sorprese una voce alle spalle.
Si volse trovandosi innanzi Adraste. Non capiva cosa ci facesse la tessitrice sveglia a
quell’orario visto che non doveva partecipare alla missione.
«Che cosa ci fai qui?», le chiese più sgarbatamente di quanto avesse voluto.
«Che domanda stupida. Ho passato la notte con Murch e l’ho accompagnato a fare colazione»,
rispose Adraste.
Kenina ingoiò la bile e si trattenne.
«Dove sono tutti?», chiese, pensando solo al suo compito.
«Sono già usciti da un pezzo, Kenina. Sei in ritardo di molto, si vede che alle principesse è
consentito dormire bene nel tuo Regno», la punzecchiò Adraste.
Ignorò anche quel commento o l’avrebbe picchiata, e non sarebbe stato davvero il caso.
«Come sono usciti? Sul biglietto c’era scritto che l'incontro era alla cinque», domandò invece.
«Veramente no. Comunque hanno tirato giù dal letto Aengus come tuo sostituto. Puoi
tornartene a letto. Mavi si è un po’ seccata per il ritardo e ha lasciato detto di informare Tamnais, ti
conviene non farti trovare tra i piedi quando glielo diranno. Credo che una lavata di capo non te la
toglierà nessuno; fossi in te, mi chiuderei in camera per tutto il giorno», rispose Adraste.
Kenina la scartò, tirandole una spallata e tornando sui suoi passi. Era stata davvero stupida a
non leggere bene quel dannato biglietto. Era certa ci fosse stato scritto sopra di scendere alle cinque,
ma se tutti erano giù usciti doveva per forza essersi sbagliata.
Quando arrivò nell’atrio, però, non si diresse verso la sua stanza, decise di uscire. Non si
sarebbe chiusa in camera per timore che Tamnais la sgridasse, non aveva quattro anni. Piuttosto
sarebbe uscita e avrebbe raggiunto gli altri: doveva scusarsi con Mavi. Avvolgendosi nel mantello, quel
mattino tirava un’aria gelida, si diresse verso la foresta a Sud-Ovest per raggiungere i compagni.
Una nebbiolina sottile e bassa circondava i fusti degli alberi, il bosco era silenzioso e,
escludendo il rumore degli zoccoli del suo cavallo, tutto sembrava in pace. I colori di quel mondo erano
belli e contrastanti; era strano osservare gli abeti sempreverdi accanto agli altri alberi incoronati d’oro e
di rame, sembrava quasi che due stagioni si contendessero il posto allo stesso tempo.
Quando gli alberi iniziarono a diradarsi, le fu chiaro che era giunta nei pressi del luogo ove fino
a poco prima i nemici avevano avuto predominio. Non c’era più erba o muschio sul terreno, solo uno
strato di terra battuta nera dalla quale s’innalzava un aroma insalubre. I tronchi erano stati tutti
brutalizzati e abbattuti, dal terreno ne sporgevano ancora le basi annerite quando non erano stati
direttamente sradicati e le radici rimaste, anziché verso il terreno, puntavano verso il cielo come pallide
braccia in una posa supplichevole. I dubhar laoich erano dei miserabili, Kenina si chiese come si
potesse ridurre in quello stato una natura tanto bella, ma al contempo si diede della stupida per essersi
posta quella domanda. I dubhar laoich non avevano un cuore, sentimenti o emozioni, erano dei mostri.
Iniziò a percorrere il perimetro dello scudo nella speranza di trovare i suoi compagni.
Murch si alzò di buon’ora e si diresse immediatamente verso la sala da pranzo, aveva bisogno
di mangiare o sarebbe stramazzato al suolo. Quella levataccia, dopo la discussione con Adraste della
sera precedente, non gli ci voleva proprio. Si sentiva in colpa per quanto aveva procrastinato e anche un
vero stupido, ma ormai non poteva cambiare le cose. Non vedeva l’ora di vedere Kenina per parlare
con lei, anche se per comunicarle la sua scelta avrebbe atteso il rientro al Castello.
Lungo la strada incontrò Mavi e Brian.
«Hai fame anche tu?», stuzzicò l’amico.
«Se ce l’ha un mingherlino come te, non vedo perché non dovrei averla io», lo prese in giro a
sua volta Brian. Del loro gruppo, a parte il Maestro che era ben piazzato, non c’era nessuno grosso
come lui.
Arrivarono in sala da pranzo congiuntamente, ridacchiando. Murch era stupito di non aver
trovato anche Kenina sul percorso e si aspettava di vederla lì, ma con sua sorpresa, seduta al tavolo
mentre sorseggiava un tè, notò Adraste.
«Buongiorno», li accolse lei.
«Tamnais ha detto di venire anche a te?», chiese Mavi, accomodandosi.
«No, ma ho pensato di alzarmi per chiedervi se pensavate di averne bisogno, magari per le
divise», replicò Adraste.
Murch tentò di non sbuffare a quell’uscita.
«Grazie, Adraste, ma come avrai capito staremo nella zona protetta. Mi spiace che tu ti sia
alzata senza motivo», rifiutò cortesemente Brian.
Parlarono del più e del meno mentre mangiavano rapidamente, i minuti scorrevano e Kenina
non arrivava.
«Tra poco dovremo andare, Kenina non mangerà, forse è meglio che la vada a chiamare», si
offrì Mavi.
«Vedrai che a breve arriverà, nel mondo delle principesse dubito ci si alzi all’alba», osservò
Adraste.
Murch stava per replicare, ma Mavi ebbe la precedenza.
«Scusami, Adraste, ma perché ti sei fatta questa idea? Guarda che ti sbagli di grosso. Forse ti
confondi con Bethia. Capisco che vedendo lei tu abbia tratto le tue conclusioni, visto che non sei mai
uscita da Gallaibh prima d’ora, ma Kenina non ha niente a che vedere con una principessa. Ti sbagli di
grosso», chiarì.
Adraste si strinse nelle spalle.
«Punti di vista», rispose solamente.
I minuti passavano e Murch era sempre più perplesso, gli sembrava assurdo che Kenina avesse
deciso di poltrire proprio quel giorno.
«Vado a chiamarla, altrimenti faremo tardi davvero», si alzò.
«Murch, aspetta, arriverà», lo richiamò Adraste, ma lui non si diede nemmeno la pena di girarsi.
Salì rapidamente le scale e bussò alla porta di Kenina. Quando non gli giunse risposta, pensò
che dovesse essersi addormentata davvero. Bussò con più insistenza e attese qualche altro minuto, ma
nemmeno in quel caso venne ad aprire. Preoccupato che si fosse sentita male tentò di aprire la porta,
ma era chiusa a chiave, così decise di ricorrere al suo potere. Era considerato estremamente scorretto
intrufolarsi nel privato di qualcuno abusando dei poteri, ma vista la mancanza di risposta di Kenina non
poteva indugiare, sospettava stesse male e non si alzasse per quello.
Concentrandosi, prese forma liquida e si trasformò in vapore acqueo: se qualcuno fosse passato
in quel momento gli sarebbe sembrato che la nebbia fosse entrata nel Castello. Infrangendo le regole,
iniziò a insinuarsi nella fessura tra il battente e il pavimento per accedere alla stanza di Kenina. Appena
fu dentro riprese le sue sembianze, ma ciò che si trovò davanti lo spaventò ancora di più. Il letto era
completamente vuoto e sfatto. La tenuta da riposo appoggiata su una sedia. Aprì rapidamente l’armadio
e vide che c’era solo una delle due divise di ricambio, segno che Kenina l’aveva indossata. Non
riusciva a capire cosa potesse essere accaduto, poi scorse sul comodino un biglietto e lo aprì.
Anche se contraffatta e pasticciata riconobbe la scrittura, era quella di Adraste. Aprì la porta e si
precipitò nuovamente dabbasso.
«Kenina non c’è, deve essere uscita, non so dove sia andata e una delle due divise manca»,
disse trafelato.
Tre paia di occhi si voltarono nella sua direzione allarmati. Murch fu stupito di notare
preoccupazione anche in Adraste.
«Adraste, che cosa hai fatto? Dimmelo! Hai forse tentato di metterla in pericolo?», chiese
secco.
«Murch, non dire sciocchezze, cosa vuoi che c’entri Adraste?», s’intromise ingenuamente
Brian.
Murch tirò fuori dalla tasca il biglietto e glielo sventolò davanti agli occhi.
«Non accuserei mai nessuno senza prove, adesso parla», ingiunse ad Adraste.
Lei abbassò lo sguardo, il suo volto era scarlatto e Murch fu felice di notare che si vergognava.
«Io volevo farle fare una brutta figura, volevo che vedessi che non andava bene per te, che era
inaffidabile e non prendeva sul serio i suoi impegni. Mi dispiace», rispose lei senza alzare gli occhi.
«Che cosa? Ecco perché stavi cercando una scusa per alzarti e andartene!», l’aggredì Mavi.
«Stai buona, adesso non importa, dobbiamo sapere dov’è Kenina», la placò Brian.
«Adraste, parla. Che cosa le hai detto? Perché scommetto che questa mattina eri qui tu ad
aspettarla», la interrogò Murch.
«Mi dispiace», esordì lei. «Le ho detto che eravate già usciti e che era in ritardo. Ho un po’
gonfiato la cosa, riferendole che Mavi si era arrabbiata e che ne sarebbe stato informato Tamnais. Però
non le ho suggerito di andare da nessuna parte, le ho consigliato di chiudersi in camera sua e non farsi
vedere in giro così da evitare una bella lavata di capo», chiarì Adraste.
«Si vede che Kenina non la conosci proprio. Pensavi davvero che una come lei potesse
chiudersi nella sua stanza in attesa della punizione? Hai proprio sbagliato persona», l’aggredì Murch.
«Lasciala perdere, non abbiamo tempo per queste bambinate ora. Dove credi sia andata? Tu sei
quello che la conosce meglio», lo interruppe Mavi.
«Hai ragione. Non posso saperlo, ma se la conosco abbastanza, vista la sua testardaggine, sono
certo si sia recata nel luogo della missione per cercarci», suppose Murch.
«Allora andiamo subito», si alzò in piedi Brian.
Di volata si diressero verso la porta. Adraste lo afferrò per un braccio, ma lui se la scrollò di
dosso in malo modo. Non aveva tempo di stare a sentire stupidaggini e soprattutto non ne aveva per lei,
ne aveva già buttato a sufficienza. Adraste diceva che Kenina era una principessina immatura e
irresponsabile, ma aveva ben dimostrato di esserlo lei. Era assolutamente impreparata a essere lì, a
nessuno di loro sarebbe mai venuto in mente di interferire in una missione con delle fandonie per scopi
personali.
Kenina vagava da un pezzo, ma dei suoi compagni non c’era traccia, aveva già percorso il
perimetro dello scudo e non li aveva trovati. La paura aveva iniziato a tormentarla; si diceva che
potevano aver visto dei nemici al di là dello scudo e aver deciso di eliminarli, cadendo in trappola. Era
sola, non avrebbe potuto fare molto, sapeva che era suo compito tornare al Castello e avvisare gli altri,
lo avrebbe fatto, era la cosa giusta, ma al di là di quello scudo c’era Murchadh. Era lui a essere in
pericolo e i nemici avrebbero potuto anche ucciderlo, mentre lei faceva avanti e indietro.
Osservò bene i dintorni nei pressi dello scudo, sembrava non esserci nessuno. Non sapeva cosa
fare, era terribilmente indecisa. Se Murch fosse morto, niente avrebbe avuto più senso, neppure vivere.
Quel pensiero bastò. Legò il cavallo a un albero e mosse un passo, poi un altro ancora, e si ritrovò allo
scoperto. Seppure si fosse spostata nemmeno di un metro, le sembrò di essere in un luogo distante mille
miglia da dov’era un attimo prima. L’atmosfera era completamente cambiata, era diversa, satura di una
cattiveria e di un male incalcolabile. Tutto taceva per davvero, non era silenzio, era il nulla.
Fusti anneriti volgevano al cielo come pallidi lembi di abiti laceri; dentro sé sentì montare un
lamento, era come se la terra stesse urlando dal male, eppure era consapevole che tutto taceva.
Ignorando i brividi che le cospargevano il corpo, si costrinse ad avanzare, non poteva avere paura, non
in quel momento: c’era in ballo la vita di Murchadh. Avanzò a testa alta in quel nulla che sembrava
così lontano dal Regno e si sentì persa.
Un sibilo attirò la sua attenzione. Si voltò verso destra, ma non notò nulla, poi nuovamente a
sinistra, ma anche in quel caso tutto era immobile. Mosse ancora qualche passo poi, davanti a lei, prese
forma un capitano ombra. Era fuori dalla sua portata. Sapeva che alcuni guerrieri erano usciti vittoriosi
da un testa a testa, tra cui Aidan, ma quasi tutti morivano. Istintivamente mosse un passo indietro.
Percepì l’ombra di un sorriso nel nulla dell’altro. Loro non avevano facce, solo un’ombra nera
s’intravedeva dai loro cappucci, eppure se ne intuivano chiaramente le espressioni, non sapeva
spiegarsi il perché.
Un mazzafrusto nero grondante acido sferzò l’aria a pochi centimetri dal suo volto, non ebbe
quasi il tempo di realizzare la cosa e il mostro colpì ancora. Rotolò a destra per evitare l’impatto.
«Sono da solo e scappi?», le giunse una voce gutturale e carica d’odio. «Non vogliamo
divertirci insieme?».
Il mazzafrusto vorticò ancora, Kenina si appiattì contro un albero per schivarlo. Il tronco, poco
sopra la sua testa, fu spazzato via sbriciolandosi in polvere nera al contatto con quell’arma maledetta.
Per prendere le distanze dall’essere e confonderlo si trasformò in cenere vorticante e, lasciandosi
trasportare da una corrente d’aria, se lo lasciò alle spalle. Sapeva che la distanza per lo scudo era ancora
troppa per sentirsi al sicuro, così si fece coraggio, riprese forma e invocò l’arco.
Il capitano ombra prese a caricarla, incoccò una freccia, prese la mira e la scagliò. Purtroppo
l’essere fu abile a schivarla e non gli prese il cuore, ma lo colpì a una spalla provocando una vampata
che lo fece gridare. Quelle urla stridule agghiacciavano l’anima, ma Kenina non si prese la briga di
fermarsi a osservare gli esiti della ferita, voltò le spalle al mostro e tentò di materializzarsi oltre lo
scudo. C’era qualcosa che la bloccava e risucchiava le sue energie, sembrava analogo al racconto che
ne aveva fatto Celine relativamente al rinvenimento dell’Arco. Rammentava che la Regina aveva detto
che le risultava quasi impossibile materializzarsi al di fuori dell’area sotto il dominio dei nemici.
Probabilmente avevano usato lo stesso potere in quel luogo.
Fece l’unica cosa che avrebbe potuto fare, si mise a correre. Corse fino a bruciarsi i polmoni,
ormai vedeva le chiome degli alberi intatti, era vicina, poteva farcela. Stramazzò a terra, sbattendo il
volto sul selciato, la bocca le si riempì di un sapore amaro e iniziò a tossire convulsamente. Non capiva
cosa l’avesse fatta cadere, poi il suo corpo iniziò a essere trascinato all’indietro. Volse lo sguardo alle
sue spalle: il nemico impugnava una lunga frusta nera, sembrava fatta di liane putrescenti ed era
saldamente avvolta attorno alla sua caviglia destra. Ecco cosa aveva bloccato la sua corsa.
Kenina scalciò e tentò di liberarsi, ma a nulla valsero i suoi sforzi; aveva provato a strappare
quella liana a mani nude, talmente devastata dalla paura da non essere neppure in grado di evocare il
suo potere. Le sue dita si erano istantaneamente ricoperte di piaghe e le avevano strappato un urlo
agonizzante. Il nemico torreggiò su di lei, ghignante.
«Bene, bene... Fàs sarà felice della tua morte, magari mi darà anche una gratifica speciale
quando gli dirò chi ho ucciso», gracchiò l’essere.
Nella sua mano sinistra apparve una lancia nera, la punta acuminata era in linea con il suo
cuore. Il nemico sollevò il braccio pronto a colpire e Kenina si preparò a morire.
Il modo in cui Murch l’aveva guardata quando aveva scoperto la bugia che aveva raccontato a
Kenina le aveva fatto aprire gli occhi, era stato come ricevere una doccia d’acqua gelata. Si era resa
conto della piega assurda che aveva preso la situazione e di come si era comportata. Non era capace a
fare quelle cose, aveva messo in piedi un piano patetico che faceva acqua da tutte le parti, aveva
danneggiato una missione e come se non bastasse si era comportata come Kaina.
Avrebbe dovuto farsi da parte sin da subito, era evidente che Murch fosse innamorato di Kenina
e non di lei, come nemmeno lei lo era stata davvero quando lo aveva respinto mesi prima. Si era
raccontata la stessa storia che aveva detto a lui, si era nascosta dietro il fatto che lui poteva rigenerarsi e
lei no, ma non era tutto. Sin da quando era stata esiliata dalla sua famiglia aveva nutrito un senso di
rivalsa, il desiderio di contare qualcosa, di dimostrare a tutti quanto lei potesse diventare importante.
Aveva saputo tenerlo a bada ma, quando Buonia era tornata a Gallaibh e poco dopo si era sposata con
Caswyn, non aveva più saputo resistere. Se ce l’aveva fatta sua cugina, che era un’umile servitrice,
avrebbe potuto farcela anche lei. Si era impegnata al massimo per farlo, ma non per Murch come aveva
fatto credere a tutti, per se stessa.
Nel frattempo, però, aveva coinvolto altre persone e scatenato una stupida faida con Kenina.
Solo in quel momento, ripensando alla condotta dell’altra, aveva realizzato che si era davvero
comportata come una donna innamorata, perché lo era, mentre lei no. Desiderava solamente competere
con lei per dimostrare al mondo che era meglio di una laoch, che il guerriero avrebbe scelto lei. Sperò
che tutto si risolvesse per il meglio e che presto tornassero tutti insieme al Castello; non appena fossero
arrivati, avrebbe chiesto scusa a Kenina.
L’ansia la rodeva come un tarlo malefico, aveva potenzialmente esposto la guerriera a un
pericolo e lo sapeva bene. Era da quando aveva scoperto che Kenina era uscita che un pensiero aveva
attecchito nella sua mente. Arrivando nei pressi dello scudo non avrebbe trovato nessuno, si sarebbe
preoccupata che Murch e gli altri fossero oltre le protezioni e avrebbe tentato di raggiungerli, ne era
certa. Fino a quel mattino ne aveva parlato come di una sciocca arrogante, ma le era chiaro che Kenina
non fosse davvero così.
Corse nella camera della guerriera, fortunatamente Murch aveva lasciato la porta aperta, e
arraffò la prima cosa che le capitò sottomano poi, ignorando l’orario, andò a bussare alla stanza di
Lonn. L’illusionista le aprì assonnato.
«Adraste, è successo qualcosa?», domandò.
«Non ho tempo di spiegarti, puoi rintracciarmi Kenina?», chiese, porgendogli una spazzola.
«Certo, andiamo nella stanza dei sistemi di sorveglianza», rispose Lonn senza chiedere altro
perché la sua espressione doveva essere stata sufficientemente eloquente.
Quando entrarono, i laoich di guardia li salutarono senza porsi domande, erano abituati alla
presenza di Lonn lì dentro.
«Buongiorno a tutti, devo fare una prova su una ricerca», disse Lonn, dirigendosi verso
l’apparecchiatura.
Rapido fece volare i tasti sulla consolle e iniziò a cercare Kenina, mentre lei scrisse rapida su
una pergamena. Un puntino lampeggiante ne indicò la posizione, ma purtroppo la ragazza era al di
fuori dello scudo protettivo, anche se di poco.
«Che cosa sta facendo? Fortunatamente non sembrano esserci nemici nei dintorni», osservò
Lonn allarmato.
«Quello che temevo», rispose Adraste, mettendo un punto alla sua missiva.
Non aveva tempo di rileggerla, doveva andare bene così. Era imperativo che raggiungesse
Kenina e sapendo dov’era era più semplice; avrebbe preso un cavallo e fatto la strada al galoppo, le
avrebbe detto che le aveva mentito e l’avrebbe supplicata di rientrare oltre lo scudo.
«Non ti conosco bene, ma ho bisogno di fidarmi di te. Dai questa lettera a mia cugina Buonia,
lei saprà cosa farne. Dille di aprirla subito, se io non facessi ritorno», sussurrò rivolta a Lonn.
«Che intenzioni hai? Non vorrai mica andare lì senza dirlo a nessuno!», esclamò Lonn
spaventato.
«Devo farlo. Ascolta, è colpa mia se lei è in pericolo. Murch, Mavi e Brian potrebbero metterci
ore a trovarla non sapendo dov’è. Io correrò lì e la salverò, e tu hai detto che sembra non ci siano
nemici. Fai come ti ho detto per favore, non parlare con nessun altro, oltre che con mia cugina», replicò
Adraste, alzandosi in piedi.
Rapida prese la porta e si mise a correre verso le stalle, doveva fare presto.
Murchadh era preoccupato, era un po’ che vagavano nei pressi dello scudo e Kenina ancora non
si era vista.
«Magari è tornata indietro», osservò Brian.
«Non credo proprio. Se Kenina ha la testa dura la metà di quello che la conosco non tornerà al
Castello senza averci trovato», replicò Mavi, lanciandogli uno sguardo.
«È così», confermò.
L’ansia di abbracciarla che gli montò nel petto era come una coperta gelida. Sapeva che era
immotivata, lì erano al sicuro, ma c’era qualcosa che non lo faceva stare sereno. La sera prima aveva
rimandato il momento di dirle ciò che provava per lei, pensando che avessero tutto il tempo del mondo,
credendo che sarebbe stato meglio attendere il giorno seguente per non doverglielo dire nel cuore della
notte, ma ne era pentito.
Era certo che avessero già percorso tutto il perimetro che erano stati incaricati di ispezionare,
ma Kenina non c’era.
«Non capisco perché Adraste abbia fatto una cosa così idiota», sbottò Mavi.
«È colpa mia», replicò.
«Che cosa intendi?», chiese Brian.
«Ieri sera le ho detto che amavo Kenina e non lei. Credo che quello di Adraste sia stato un
maldestro tentativo per tentare di metterla in cattiva luce ai miei occhi, dimostrarmi che era una
principessa viziata senza spina dorsale e che se ne sarebbe fregata di alzarsi al mattino presto», chiarì
lui.
«È forse impazzita? Che cos’ha, quattro anni?», domandò Mavi spiazzata.
«È solo colpa mia…», rimarcò lui.
«Perché mai sarebbe colpa tua se lei è fuori di testa?», chiese Brian.
«Non avrei dovuto tirare le cose così per le lunghe, ho scatenato questa stupida competizione tra
loro e mi sono comportato come un cretino. Avrei dovuto capire subito che era Kenina quella che
volevo. Invece, quando ho scoperto che Adraste si stava per rigenerare non ce l’ho fatta, ho pensato che
avesse fatto tutto quel percorso per me. Mi sono sentito un mostro per aver iniziato una storia con
un’altra nel frattempo e ho pensato di doverle concedere un'opportunità», si sfogò lui.
Erano cose intime, ma non si sentiva in imbarazzo a condividerle con loro due. Erano anni che
vivevano insieme, alla Divisione erano stati l’uno la spalla dell’altro in ogni occasione, e non aveva
segreti per loro.
«Senti, è stata lei a essere scorretta. Avrebbe dovuto dirti subito quali erano le sue vere
intenzioni», osservò Mavi.
«A volte mi chiedo se mi sarei innamorato di Kenina o se tutto sarebbe andato
differentemente», sospirò Murch.
«Te ne saresti innamorato comunque, è lei la persona per te, si vede lontano un miglio», disse
Brian.
«Ha parlato l’esperto d’amore», lo prese in giro Murch.
«Senti, sono il primo ad aver sbagliato, la mia dolce metà qui accanto ne è testimone, e proprio
perché sono esperto in errori so riconoscere un sentimento vero da un’infatuazione. Tutte quelle lettere
a vuoto, quel sospirare nel Regno dell’Aria: non la conoscevi nemmeno, era solo un’infatuazione. Con
Kenina eri diverso, eri te stesso», replicò Brian.
La piega che aveva preso la discussione lo aveva quasi distratto, quando un urlo lacerante
disturbò l’immobilità della foresta.
«Era la voce di Kenina!», esclamò, voltando il cavallo nella direzione da cui proveniva l’urlo.
«Maledizione, deve essere andata oltre le protezioni», imprecò Brian.
Non era preparato allo spettacolo che gli si parò innanzi, in piena vista c’era Kenina, ma era a
terra e un capitano ombra incombeva su di lei con la lancia già sollevata, pronta a trafiggerla. Non
avrebbero fatto in tempo. Spronò il suo cavallo più che poté: il mondo sembrava essersi fermato,
sentiva solo il vento che gli schiaffeggiava il volto e gli sembrava quasi di udire distintamente il rumore
di quella maledetta lancia mentre fendeva l’aria per piantarsi nel petto della donna che amava.
Lei sarebbe morta.
Improvvisamente comparve un’altra figura nel suo campo visivo: Adraste. Arrivava da destra
rispetto a loro e anche lei puntava in direzione di Kenina. Il mondo attorno a lui sembrò esplodere e
urlò a squarciagola, non riuscì a fare altro. Adraste si lanciò contro il corpo di Kenina, la chiara idea di
sospingerla lontano rotolando con lei, ma non aveva notato che il nemico la teneva saldamente
imprigionata per la gamba.
Il capitano ombra piantò la lancia dritta nella schiena di Adraste. Un secondo dopo una catena
di fulmini l’artigliò dalle sue mani, strappandogliela via. Mavi. Purtroppo era arrivata tardi. Il mostro si
avventò verso di loro, ma erano in tre contro uno. Un’altra catena di fulmini partì dalle mani di Mavi e
lo artigliò per il collo; Murch gli scagliò contro una bolla d’acqua imprigionandogli la testa e, mentre il
mostro si portava le mani al capo per tentare di liberarsi, Brian gli piantò una daga di pietra nel petto.
La sua implosione spazzò la radura.
«Presto! Trasciniamole oltre lo scudo prima che arrivino altri nemici», urlò Mavi.
La chiazza di sangue che imbeveva la divisa di Kenina e macchiava il terreno non era un buon
presagio.
«Non sono in grado di bloccare l’emorragia», urlò Mavi appena furono all’interno delle
protezioni.
Murch si avvicinò rapidamente per tentare di dare una mano, mentre Brian controllò Kenina
che, seppur svenuta, respirava regolarmente. La pozza scura che si stava allargando sotto il corpo di
Adraste gli confermò la sua teoria.
«Voltiamola», suggerì.
«Ma dobbiamo bloccare il sangue», obiettò Mavi.
Murch scosse la testa, le lacrime scendevano senza che potesse controllarle. Dal petto di
Adraste usciva altro sangue, la lancia l’aveva trapassata completamente da parte a parte, era un
miracolo che non avesse trafitto anche Kenina. Si chinò accanto alla ragazza che per tanto tempo aveva
creduto di amare e fece ciò che Mavi non aveva avuto il coraggio di fare prima: le posò due dita sul
collo per cercarne il battito.
Mavi lo fissò, gli occhi sgranati, l’espressione di muto orrore che le attraversava il volto. Lo
sapeva, era una guerriera, doveva esserle chiaro, eppure lo guardò in attesa, quasi speranzosa lui le
dicesse che Adraste era viva. Scosse la testa, dalla sua bocca non sarebbe uscita una parola in quel
momento, non ce l’avrebbe fatta.
«Portiamo subito Kenina al Castello, ha bisogno di cure, le sue labbra stanno diventando nere!»,
urlò Brian.
La donna che amava aveva bisogno di lui, si sarebbe occupato di quello, per Adraste non poteva
fare più nulla. Con il senso di colpa avrebbe fatto i conti dopo.
...
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...
FINE Parte 2.